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Olga Scotto di Vettimo
Leggi i suoi articoliLe sale della Quadreria della Reggia di Caserta ospitano fino al 16 marzo la mostra «Nino Longobardi alla Reggia di Caserta»: circa 20 opere tra tele, bronzi e installazioni, mettono al centro della riflessione il tema del corpo. I busti (in mostra quelli di Cristo e di san Gennaro), le teste e i corpi costituiscono il repertorio iconografico su cui Longobardi (Napoli, 1953) indaga da oltre quarant’anni e che continua a far emergere nuovi elementi e occasioni di approfondimento.
Parametro per misurare il mondo esterno, custode della vita, o, meglio ancora, medium che consente di attraversare la vita, il corpo, in questo progetto per Caserta, è il pretesto di cui si serve Longobardi per soffermarsi sul tema del pieno e del vuoto, che, prima di essere risolto sul piano formale, intende essere per l’artista una dichiarazione di senso. Il pieno e il vuoto, indagati in correlazione al tempo, significano per Longobardi la pienezza della vita oppure la sua vacuità. Quest’ultima sopraggiunge quando si attraversa l’esistenza senza scopo, producendo azioni che la svuotano, la erodono, la privano di senso. Accade pertanto che, ancor prima dell’ineluttabile sopraggiungere del tempo, il corpo sveli la sua vera natura: lo scheletro.
«L’invito di Nino Longobardi è quello di riempire di significato il nostro tempo presente, il qui e ora, per dare senso alla nostra vita e andare oltre la morte. Una rinascita quotidiana, prefigurazione di un passaggio verso l’eternità garantita dalla memoria di chi, continuando a vivere dopo di noi, ricorderà e custodirà il significato del nostro agire in vita», riporta il testo della mostra. Tuttavia Longobardi non lavora mai sul tema del memento mori, in quanto da sempre nei suoi lavori la morte è intesa come compagna di vita che rende gli uomini più consapevoli e responsabili dell’intensità dei piaceri dell’esistenza.
Questi elementi emergono anche nell’opera «Senza titolo» del 1983, conservata nella collezione «Terrae Motus», che Lucio Amelio donò nel 1993 alla Reggia di Caserta nuovamente valorizzata dalla direttrice della Reggia Tiziana Maffei. Nella grande tela una figura umana si fa largo, nuotando in un mare di teschi e tentando di contrastare con le sole proprie forze l’ineluttabile destino comune all’intera umanità. L’uomo nuotatore è superstite del naufragio e si fa spazio tra i teschi dei non sopravvissuti. L’arte è intesa, dunque, dall’artista napoletano come occasione di catarsi in cui esorcizzare la forza distruttrice della natura e come unico luogo in cui l’essere umano può sconfiggere la morte. Ma è anche un lavoro di riflessione sull’arte, come ha evidenziato Barbara Rose, dichiarando che «Longobardi da sempre lavora a scarnificare il corpo della pittura per portarlo alla struttura terminale, lo scheletro».
Una delle opere di Nino Longobardi in mostra alla Reggia di Caserta
Olga Scotto di Vettimo
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