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Nella cultura quel settarismo produce disastri

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Daniele Manacorda

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Viviamo in tempi ansiogeni, ma molto interessanti. Cinque secoli fa le scoperte geografiche aprivano all’Europa la conquista del pianeta, e quel mondo oggi ci riconquista a sua volta. In forme diverse i movimenti politici populisti si impadroniscono di larghe fette della popolazione occidentale, offrendo soluzioni difensive tanto facili quanto poco plausibili. In Italia possiamo guardare ai successi del Movimento 5 Stelle con questa lente, ma male faremmo a usarla per descrivere quei settori dell’elettorato che aderiscono a un programma populista in nome della partecipazione. Perché questa è la spina dorsale della democrazia. 

Le politiche sul patrimonio culturale possono aiutarci a non confondere i piani che distinguono il populismo dalla partecipazione? Apparentemente sì, se pensiamo che le tematiche culturali sono per definizione variopinte, sfumate, interconnesse e sempre opinabili. Apparentemente no, se l’approccio è quello di una scelta manichea tra bianco e nero, puro e infetto, grazie a un settarismo che, se può pagare sul piano del consenso, nell’arena culturale produce disastri di lunga durata. 

Che cosa possiamo attenderci in questo campo dalle prossime amministrazioni 5 Stelle di alcune grandi città? I programmi dicono poco, o anche troppo. Quello della Raggi a Roma ci ricorda che dietro al nuovo spunta facilmente il vecchio: a generici impegni a garantire l’accesso universale al patrimonio si affianca l’assicurazione che «i luoghi della cultura ritroveranno la funzione che è loro propria» (?). Di concreto si legge un impegno a promuovere conoscenza e tutela delle preesistenze storiche e culturali di ogni quartiere «perché stimolino nel cittadino il senso di appartenenza e la vocazione turistica dei luoghi» che le conservano, «valorizzando il patrimonio artistico in ogni sua forma ed espressione», ma evitando «artificiose ricostruzioni» (ossessione delle anastilosi o anche della divulgazione di qualità?) e una non meglio specificata «mercificazione» della cultura. Quanto alla nuova Giunta torinese, la scelta dell’assessore, Francesca Leon, è in continuità e non in rottura con il «sistema Torino» che ha governato la città, mentre il programma elettorale esprime un generico buon senso: le polemiche per ora investono la separazione delle deleghe di Cultura e Tu rismo o la sopravvivenza o meno della Fondazione per la Cultura cui spetta il compito di raccogliere fondi da parte dei privati, e garantire i pagamenti ad addetti e fornitori. Vedremo. Si dirà che i programmi elettorali lasciano il tempo che trovano. Meglio allora andare a vedere uomini e idee. Con piacevoli sorprese. Luca Bergamo, assessore alla Cultura della nuova Giunta capitolina, ha rilasciato a «Il Giornale delle Fondazioni» un’intervista di quelle che si appendono allo specchio del bagno per rileggerle ogni mattina. Bergamo non crede alla stucchevole vulgata che identifica la cultura con «l’insieme delle espressioni più o meno artistiche e dei loro prodotti recenti e antichi», tanto meno in una stagione di transizione epocale che non ha bisogno di «tornare all’equilibrio precedente», ma di trovarne uno nuovo, più evoluto. E se la cultura è un «fattore essenziale alla transizione verso un società sostenibile», ecco che il fatto estetico o artistico in sé non è se non «un innesco: nel bello, scrive, risiede il veicolo per raggiungere il “buono”». Finalmente un uso sensato della retorica della bellezza.

Ma il meglio deve venire. Domanda: «Come leggi l’Italia?». Risposta: «C’è un’idea distorta e conservativa del patrimonio culturale», che «riflette il nostro immobilismo o opportunismo. Una certa intellettualità italiana ha esercitato un potere enorme, costruendo strutture ormai burocratiche, la cui religione è indiscutibile: non si tocca niente. (…) Se un “bene” comincia a rivivere, il senso comune reputa che lo si sta snaturando. Con questo atteggiamento siamo sempre perdenti».

Conclusione: «L’unico modo di fare Cultura, è facendola insieme a chi ne beneficia» (il richiamo è all’esperienza del National Trust inglese, «un incredibile attore di conservazione, recupero e accesso al patrimonio»: come il nostro Fai). 

Insomma, da Tomaso Montanari a Bergamo, passando per Massimo D’Alema: ma che triangolo è mai questo? Ai 5 Stelle romani manca forse una bussola? Domanda legittima, che tuttavia non mi appassiona: non amo i gufi e il bicchiere lo preferisco mezzo pieno. Con Bergamo sembrerebbe addirittura colmo. Buon lavoro.

Daniele Manacorda, 23 luglio 2016 | © Riproduzione riservata

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