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Illustratore? Disegnatore di fumetti? Regista? Pittore? Nessuno dei quattro in particolare e, allo stesso tempo, tutti e quattro insieme. In realtà Lorenzo Mattotti, nato a Brescia nel 1954 ma da lungo tempo a Parigi, si definisce un «autore d’immagini». A lui, famoso ovunque, la città dov’è nato apre il Museo di Santa Giulia per presentare, fino al 28 gennaio 2024, la mostra «Lorenzo Mattotti. Storie, ritmi, movimenti», curata da Melania Gazzotti e promossa dal Comune di Bergamo e da Fondazione Brescia Musei (catalogo Skira).
Il percorso rilegge le tre passioni dell’artista: la musica, documentata dalle illustrazioni del libro di Lou Reed «The Raven» (2011, da Edgar Allan Poe) e dalle grandi tavole a china per la messa in scena all’Opéra di Parigi dell’«Hänsel und Gretel» (2009) di Engelbert Humperdinck. Poi il cinema, per il quale Mattotti ha realizzato innumerevoli manifesti ma anche gli acquei interludi del film «Eros» (2004) di Antonioni, Soderbergh e Wong Kar-wai, accompagnati qui da estratti e disegni delle sue animazioni e dal poetico lungometraggio «La famosa invasione degli orsi in Sicilia» (2019, dalla fiaba di Dino Buzzati). E la danza, con i disegni del libro «Carneval» (2005) sul Carnevale di Rio de Janeiro e il grande, concitato trittico sul tema della danza collettiva realizzato per questa mostra. Un’opera, ha dichiarato l’artista, che «credo mi aprirà nuovi orizzonti». Parte di qui la nostra conversazione.
Lorenzo Mattotti, a quali nuovi orizzonti si riferisce?
A quest’opera stavo riflettendo da tempo: mi interessavano la composizione dei corpi, i movimenti degli arti e l’intreccio delle forme, fino a sconfinare nell’astratto. C’è del Futurismo (un movimento che ho molto amato da giovane per la sua energia) in questi dipinti, per la compenetrazione dei corpi. E su questa strada vorrei procedere: mentre prima lavoravo con il togliere, qui ho lavorato con il mettere. Credo che continuerò.
Dagli anni Ottanta lei si batte per infrangere gli steccati fra pittura, grafica, animazione e fumetto, aree un tempo considerate inconciliabili. Ora, dopo mostre museali e riconoscimenti, le sembra di aver vinto la sua battaglia?
Credo che i tempi siano cambiati: c’è effettivamente un altro tipo di fruizione e di mentalità, specialmente in Francia, dove la prospettiva è più europea. L’anno prossimo, tra l’altro, il Beaubourg presenterà una grande collettiva sul fumetto, che romperà sicuramente molti schemi. Fra i giovani, poi, ci sono ottimi autori, capaci di utilizzare le immagini nei modi più diversi. E riguardo alla percezione (soprattutto del fumetto) da parte del pubblico sì, è molto cambiata. Lo è da molto tempo negli Stati Uniti ma ormai lo è anche in Italia. Credo invece che oggi manchino i curatori, ma poiché vedo numerose tesi sul fumetto, immagino che nei prossimi anni il vuoto sarà colmato.
Nei manifesti (penso per esempio agli ultimi due dei sei da lei realizzati per la Mostra del Cinema di Venezia, l’ultimo dei quali ha modi quasi futuristi mentre il precedente era di segno quasi simbolista), lei sembra rivendicare l’identica libertà di movimento che persegue nell’abbattere i confini tra le diverse aree espressive.
Sì, soprattutto per i manifesti e la grafica, io cerco la varietà. Maestri come Milton Glaser ci hanno insegnato a utilizzare le immagini in modo sempre diverso e devo dire che io sono felice quando esco dallo «stile Mattotti». Come dicevo, da giovane ho molto amato il Futurismo, però mischiato a elementi tratti dal Pop, da David Hockney, da Saul Steinberg... Sì, siamo dei frullatori, e lo rivendico.
Ha anche altri modelli di riferimento?
Sicuramente Francis Bacon ma anche la Pop art inglese, più «pittorica» dell’americana, con una figura come Peter Blake, autore tra l’altro della copertina dell’album dei Beatles «Sgt. Pepper’s» e poi, alla rinfusa, Richard Lindner, oggi quasi dimenticato, Wayne Thiebaud, grande colorista, e Renato Calligaro che ci ha lasciato di recente: tutti artisti liberi da codici rigidi. E poi amo molto Bonnard e Vuillard, per il loro porsi al limite fra immagine e astrazione.
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