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Federico Florian
Leggi i suoi articoliLa sede newyorkese sulla 22ma Strada di Hauser & Wirth presenta fino al 23 dicembre una nuova personale di Glenn Ligon, nato nel Bronx 61 anni fa. Noto per la sua disamina della storia, della letteratura e della società americane, Ligon a partire dagli anni ’80 cominciò a incorporare elementi testuali nella pittura sotto forma di parole stampate.
Il linguaggio, per l’artista, diveniva uno strumento potentissimo per commentare il turbolento paesaggio culturale dell’epoca: nello specifico, l’identità afro-americana e il razzismo istituzionalizzato e non. Fulcro della mostra è un trittico pittorico di dimensioni monumentali, dal titolo «Stranger (Full Text) #2» (2020-21). Lunga oltre 17 metri, l’opera riporta nella sua interezza il saggio di James Baldwin Uno straniero in paese: un testo che racconta della visita dell’autore in un piccolo villaggio svizzero negli anni ’50 e della reazione dei suoi abitanti alla vista del loro primo uomo nero.
Realizzato in pastelli a olio e polvere di carbone, le parole emergono a fatica dalla superficie nera come la pece: una metafora del complesso rapporto tra visibilità e invisibilità della «razza». Fra gli altri lavori, tre installazioni al neon che riportano brevi espressioni onomatopeiche utilizzate nelle culture africana e afro-caraibica per esprimere emozioni quali rabbia, esasperazione, impazienza.
Esposte anche nuove iterazioni della serie dei «Debris Field»: dipinti e serigrafie in cui lettere disperse in un magma pittorico formano improvvisate composizioni testuali e strambe coreografie linguistiche. Completa la mostra un libro d’artista, concepito dallo stesso Ligon.
Uno dei dipinti della serie «Debris Field» di Glenn Ligon in mostra
Federico Florian
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