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Il Parco delle Tombe della Via Latina

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Il Parco delle Tombe della Via Latina

Demetriade e le reliquie di santo Stefano martire

Lungo la via Latina si è da poco concluso lo scavo della Basilica paleocristiana di Santo Stefano che insiste sui resti della villa romana degli Anicii

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Arianna Antoniutti

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Fra i moderni tracciati della via Appia e della via Tuscolana, si conserva, perfettamente preservato, un tratto della più antica via romana, ancora più antico della Via Appia: una parte del terzo miglio della Via Latina. Il basolato è il cuore del Parco Archeologico delle Tombe della Via Latina (parte del Parco Archeologico dell’Appia Antica), istituito nel 1879, e ai suoi lati sorgono sepolcri risalenti al I-II secolo d.C.

Si tratta del Sepolcro Barberini, della Tomba dei Valeri e della Tomba dei Pancrazi, che offrono ai visitatori un incredibile complesso di mosaici, stucchi, affreschi e ambienti ipogei. Infine, ai margini del Parco, si trovano i resti della Basilica di Santo Stefano protomartire, rarissimo esempio di impianto paleocristiano, risalente alla metà del V secolo.

Come ci racconta il funzionario archeologo Alessandro Santino Cugno, responsabile del Parco Archeologico delle Tombe della Via Latina, una campagna di scavi, al suo interno, si è appena conclusa: «La Via Latina, tracciata dai Romani intorno al IV-III secolo a.C., collegava Roma con Capua, l’attuale Santa Maria Capua Vetere, ma il suo percorso è molto più antico e riprendeva tracciati etruschi e protostorici. La Via Latina nasce per esigenze commerciali, mentre l’Appia era una strada militare, come è evidente dal suo percorso, lineare e diritto, mentre la Latina, che prende il nome dall’area dei monti Latini che attraversava, aveva un andamento maggiormente tortuoso.

Il Parco Archeologico è uno dei primi parchi pubblici di Roma ed è il risultato degli scavi effettuati tra il 1857 e 1858 da Lorenzo Fortunati, il quale portò alla luce tombe dell’età repubblicana, i resti della cosiddetta Villa degli Anicii, e soprattutto la Basilica paleocristiana di Santo Stefano protomartire, che nacque su parte degli ambienti della Villa. Questa scoperta, uno degli scavi archeologici più importanti della Roma di metà Ottocento, fu tale che addirittura il papa, Pio IX, venne qui in visita e all’ingresso del Parco un’epigrafe ricorda ancora l’episodio. Nel 1942 l’etruscologo Massimo Pallottino e il grande studioso di storia dell’architettura antica Luigi Crema diedero avvio, nell’area, a piccoli rilievi e scavi, interrotti però dallo scoppio della guerra. Negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, e soprattutto con il Giubileo del 2000, la Sovrintendenza archeologica di Roma riprende a indagare la zona, ma gli scavi, come spesso succede, rimangono inediti. L’attuale campagna di scavi, da poco conclusa, ci consente di avere una visione aggiornata dei resti archeologici presenti all’interno del Parco, con l’auspicio che i risultati della campagna siano in futuro pubblicati.
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Gli scavi sono stati resi possibili grazie al finanziamento dei fondi del Pnrrr, finalizzati soprattutto alla valorizzazione della basilica, che da più di quarant’anni si trovava in stato di abbandono, trasformata in un deposito di materiale archeologico. Con gli scavi abbiamo potuto comprendere meglio la storia dell’edificio sacro, e della grande Villa sulla quale esso si innesta.

Ora lavoreremo al restauro della basilica, probabilmente anche all’anastilosi di alcune colonne e capitelli, con l’obiettivo di aprirla al pubblico, per la prima volta dal 1858, momento della sua scoperta. Si tratta di una delle più importanti basiliche paleocristiane, sia perché custodiva le reliquie di santo Stefano protomartire, sia perché al suo interno sono i resti del battistero meglio conservato del suburbio di Roma: una vasca battesimale per il rito dell’immersione.

Quanto tempo durerà il restauro della basilica, e quali sono state le principali scoperte offerte dagli scavi?
I lavori dureranno circa un anno. Gli scavi hanno consentito di documentare, per la prima volta archeologicamente, le varie fasi, almeno tre, della Villa. Avevamo infatti notizie dalle fonti scritte, ma questa è la prima evidenza archeologica delle sue fasi: la prima risale al I secolo d.C., in età Flavia, la seconda all’età adrianea, e l’ultima, relativa al periodo degli Anicii, è del IV secolo. Gli Anicii erano una delle più potenti famiglie aristocratiche della Roma tardoantica e la loro residenza sorgeva proprio in quest’area. Si trattava con ogni evidenza di una Villa dalle dimensioni non inferiori a quella dei Quintili o di Sette Bassi. Durante la campagna di scavo abbiamo portato alla luce strutture murarie di diverse tipologie, ceramica e, soprattutto, abbiamo documentato alcuni ambienti inediti della Villa: una serie di vasche intonacate, ora in corso di studio. Fra i rinvenimenti più peculiari, è una piccola lastra di reimpiego, forse di III secolo, con un’iscrizione in greco, che reca inciso il disegno di un cagnolino. Potrebbe essere la lastra funeraria di un cane.
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In che momento la Basilica di Santo Stefano si innesta sulla Villa?
La Villa degli Anicii è anche detta di Demetriade, dal nome dell’ultima proprietaria, una delle prime matrone romane, convertite al cristianesimo, a votarsi esclusivamente alla vita spirituale. Al tempo delle invasioni barbariche del 410, Demetriade si reca in Africa, lì si trovavano le reliquie di santo Stefano protomartire, che la matrona fa trasportare a Roma. Demetriade morirà in Africa destinando però alcuni ambienti dell’enorme Villa, alla creazione di una chiesa dedicata al santo martire. L’importanza dell’edificio sacro è tale che sarà lo stesso papa, Leone Magno, a farla edificare. Tra i risultati delle nuove indagini archeologiche c’è la certezza che la basilica sfrutti un precedente impianto termale.

Gli scavi nel Parco delle Tombe della Via Latina

Gli scavi nel Parco delle Tombe della Via Latina

Arianna Antoniutti, 29 maggio 2023 | © Riproduzione riservata

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Demetriade e le reliquie di santo Stefano martire | Arianna Antoniutti

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