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Arianna Antoniutti
Leggi i suoi articoliPaste vitree, conchiglie e pietre semipreziose, frammenti lapidei e tartari: sono i materiali che compongono l’enorme mosaico rustico policromo e polimaterico che decora la Grotta di Diana di Villa d’Este a Tivoli. La Grotta, un monumentale ninfeo costruito tra il 1570 e il 1572 a ridosso del Palazzo del cardinale Ippolito d’Este, tornerà a essere visitabile dal 6 maggio, dopo una chiusura durata quasi cinquant’anni.
Un complesso intervento, non solo di restauro ma anche di ricerca e valorizzazione, iniziato nel 2023 e reso possibile dall’atto di mecenatismo della Maison Fendi, consentirà nuovamente la fruizione di questo sito straordinario, posto nella parte alta del giardino di Villa d’Este, al di sotto della Loggia dei Venti. La cosiddetta Passeggiata del cardinale conduce alla Grotta, articolata in uno spazio centrale con volta a crociera, un’ampia nicchia con scogliera e fontana, e tre bracci. Un articolato ciclo decorativo riveste l’intero ambiente, sulle volte i mosaici danno vita a scene marine mentre sulle pareti e sugli ovali sono raffigurati soggetti tratti principalmente dalle Metamorfosi di Ovidio. Dai cesti poggiati sul capo delle quattro grandi cariatidi canefore, in origine in numero di sei, si dipartono i rami con i pomi d’oro che alludono al giardino delle Esperidi, mentre al centro della volta a crociera dello spazio centrale, campeggia un’aquila bianca, simbolo della famiglia d’Este.
La ricchezza della decorazione era compromessa dal precario stato di conservazione del ninfeo, confermato dalle analisi diagnostiche preliminari. Il restauro ha interessato i mosaici e le tessere vitree, le sculture a tutto tondo, le strutture architettoniche che svolgono da sostruzione ai prospetti esterni, la pavimentazione (in terracotta invetriata con mattonelle esagonali con file alternate di aquile, pomi e gigli estensi), e la pavimentazione della loggia, in elementi in cotto. Infine, per preservare la Grotta dall’azione del vento, si è provveduto a installare una vetrata sulla loggia.
«Anche questo intervento, ha commentato Andrea Bruciati, direttore dell’Istituto di Villa Adriana e Villa d’Este, si propone di esplorare e decodificare le infinite suggestioni di Villa d’Este, mettendo in luce come questo luogo continui a emanare la sua magnificente bellezza, rivelando a tratti il sofisticato progetto culturale che ne fu alla base. Con questa azione cerchiamo di contrastare la perdita e l’oblio che spesso contraddistingue il nostro patrimonio e il recupero della Grotta di Diana fa sì che tale ricchezza torni disponibile alla collettività. In fondo la storia dell’arte è anche processo cognitivo che si nutre di queste “riemersioni”, riconfigurando presente e passato per le generazioni future. D’altronde il nucleo di una dimensione esteticamente totalizzante risponde a una necessità di disvelamento del valore dell’opera, trascolorando dalla fruizione privata alla valenza pubblica, da un piacere individuale o per pochi, a un atto concreto di generosità, volto a una condivisione di bellezza grazie al sentito supporto di Fendi».
Un momento del restauro della Grotta di Diana di Villa d’Este a Tivoli. © Andrea Concordia
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