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Alan Serri

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Alan Serri

Alan Serri ha ereditato la storica Cinquantasei

Le gallerie da sole non bastano: «L’arte italiana è una miniera, ma servono anche mostre in sedi pubbliche»

Valeria Tassinari

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Alan Serri, direttore della Galleria Cinquantasei, porta avanti con coerenza il progetto della madre Silvana e del padre Estemio (recentemente scomparso) che, entrati nel mondo dell’arte nel 1972 con le Edizioni Cinquantasei, nel 1980 fondarono un grande spazio espositivo nel centro di Bologna. Una storia quarantennale che ha fatto della galleria un punto di riferimento per la valorizzazione dell’arte italiana del ’900 e uno dei rari centri di studio e promozione della cultura bolognese ed emiliano-romagnola tra XIX e XX secolo.

«Nella gestione della galleria e nella curatela delle mostre ho collaborato con mio padre per trent’anni, dunque la linea di continuità è indiscutibile, la nostra identità si lega alla grande arte figurativa italiana tra Otto e Novecento, con uno sguardo di respiro internazionale che si mantiene attento anche agli autori del nostro territorio, fino ai giovani, spiega Serri jr. La mostra che inauguriamo il 12 dicembre, intitolata «Sorgere», comprende oltre 60 artisti, dai più storicizzati come Chagall, Sironi, Balla, Modigliani alle nostre più recenti proposte come Mirella Guasti, Luigi Pellanda e Artur Sulce. Sarà dedicata alla memoria di mio padre, ma anche a tutti noi, perché abbiamo bisogno di ripartire dopo la pandemia.

Qual è il suo giudizio sul mercato dopo le aste autunnali e le fiere tornate in presenza?
Si vende benissimo quello che costa molto, anche moltissimo, mentre sulle quotazioni medio-basse il mercato è quasi fermo. Nella crisi pandemica c’è chi ha incrementato enormemente la sua disponibilità economica e si può permettere di divertirsi con investimenti spinti su prezzi stellari, mentre è molto difficile per un collezionista appassionato, che vive con uno stipendio normale, pensare di spendere in arte in un momento in cui incombono altri problemi. Ma anche il divario tra le quotazioni di un grande maestro e un’opera di tendenza fa riflettere. Penso ad esempio al fatto che un bel quadro metafisico del periodo giusto di Giorgio de Chirico può raggiungere un prezzo molto alto, anche 5-6 milioni di euro, che tuttavia sono poca cosa rispetto alle cifre raggiunte da alcuni artisti viventi (Banksy docet). In più da anni le istituzioni pubbliche hanno pochi fondi, non si stanno facendo grandi mostre sui maestri italiani, ed è un peccato perché sappiamo bene che quando si porta l’attenzione del pubblico su un artista poi il mercato si muove, come dimostra il fatto che dopo la mostra di Ligabue a Palazzo dei Diamanti ora tutti lo stanno cercando.

Avrebbe proposte?
A Bologna manca una grande mostra che rivaluti i suoi artisti, dalla fine dell’Ottocento all’età contemporanea. Se si esclude Giorgio Morandi, molti autori che hanno avuto una produzione importante sono misconosciuti, dimenticati o comunque sottostimati. Penso a un maestro della Pop art come Concetto Pozzati. Se dovessi proporre una grande mostra monografica adesso punterei su Carlo Corsi, un artista con un percorso molto significativo che va dalla Secessione romana ai rapporti con l’avanguardia. Una riscoperta assolutamente necessaria.

Alan Serri

Valeria Tassinari, 11 dicembre 2021 | © Riproduzione riservata

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