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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliA Monte Vidon Corrado, tra le colline del Fermano legate all’immaginario rarefatto di Osvaldo Licini, arriva una mostra dedicata a una delle figure più riconosciute del Novecento europeo. Artista di confine, sospeso tra cultura mitteleuropea, Mediterraneo e memoria del trauma novecentesco, Anton Zoran Music ha costruito una delle ricerche più liriche e appartate della pittura europea del dopoguerra. Dal 25 luglio al 10 gennaio, il Centro Studi e Casa Museo Licini dedica una grande mostra ad Anton Zoran Music costruita attorno alla Collezione Marcelletti, che in quasi quarant’anni ha riunito opere capaci di raccontarne l’intero percorso artistico. Music e Licini non si sono mai incontrati, eppure le sale della casa museo marchigiana restituiscono con naturalezza una vicinanza poetica fatta di paesaggi interiori, linee essenziali, figure sospese e silenzi. Entrambi artisti appartati rispetto alle grandi narrazioni dominanti del secolo, entrambi capaci di trasformare la memoria della propria terra in una geografia mentale, quasi metafisica.
Nato nel 1909 nei pressi di Gorizia, allora territorio austro-ungarico, Music cresce dentro un paesaggio di confine che segnerà tutta la sua opera. Si forma all’Accademia di Belle Arti di Zagabria e attraversa il Novecento europeo senza mai aderire completamente a una corrente o a una scuola. Negli anni del dopoguerra divide la propria vita tra Venezia e Parigi, costruendo una ricerca personalissima, lontana tanto dalla monumentalità dell’Informale quanto dalla freddezza dell’astrazione geometrica. La sua pittura rimane sempre legata a una dimensione fragile, scarnificata, fatta di polvere, luce e memoria. La sua opera sembra procedere per sottrazione. I segni si assottigliano, le forme si consumano, il paesaggio perde progressivamente consistenza materiale per diventare memoria, eco, traccia. Distribuito tra le sale del Centro Studi e gli spazi della Casa Museo Licini, il percorso riunisce oli, acquerelli, litografie e incisioni realizzati tra il 1947 e i primi anni Ottanta. Fulcro della mostra il paesaggio dalmata, matrice originaria della sua intera ricerca. Da qui nascono i celebri cavallini, le colline spoglie, le terre aride e ventose che l’artista continuerà a reinventare per tutta la vita. Accanto ai lavori legati alla Dalmazia i paesaggi umbri e senesi, le vedute di Venezia, i ritratti della moglie Ida, fino agli esiti quasi informali degli anni Sessanta, dove il segno si frantuma e il colore si fa più rarefatto. Negli anni Settanta Music torna sull’esperienza del lager di Dachau, dove era stato deportato nel 1944. Per decenni quelle immagini erano rimaste sommerse, per poi riemergere improvvisamente in una pittura spoglia, scavata, che sembra consumarsi insieme alle figure che rappresenta. La vicinanza con Licini emerge nella comune ricerca di un segno essenziale, nel paesaggio trasfigurato e nel linguaggio sospeso tra figurazione e astrazione. Monte Vidon Corrado diventa parte integrante della lettura dell’opera di Music. La casa di Licini, le colline marchigiane, il ritmo lento del paesaggio agricolo costruiscono un contesto quasi naturale per una pittura che ha sempre rifuggito il clamore e l’eccesso. La mostra, promossa dal Centro Studi e Casa Museo Licini insieme al Comune di Monte Vidon Corrado e alla Regione Marche, è curata da Daniela Simoni e Stefano Bracalente.