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Flaminia Gennari Santori
Leggi i suoi articoliDallo scorso maggio Villa Necchi Campiglio è diventata la casa dell’archivio di Piero Portaluppi (Milano, 1888-1967), l’architetto che la progettò nei primi anni Trenta per le sorelle Nedda e Gigina Necchi e per Angelo Campiglio, marito di quest’ultima. La lussuosa villa urbana, completa di piscina riscaldata, rappresenta la quintessenza dell’estetica che Portaluppi inventa per la borghesia milanese: un linguaggio personalissimo che mescola forme classiche e astrazione, suggestioni della Secessione viennese e atmosfere metafisiche, senza mai aderire all’ortodossia modernista. Caduto nel dopoguerra in un lungo oblio, Portaluppi è stato riscoperto grazie alla Fondazione creata dai suoi eredi nel 1999 e a una importante mostra alla Triennale nel 2003. Due anni prima le sorelle Necchi avevano donato la villa al Fai, che nel 2008 l’ha aperta al pubblico. Poco dopo Luca Guadagnino la scelse per «Io sono l’amore», trasformandola in uno dei protagonisti principali del film: il luogo dove prendono forma i rituali e le inquietudini di una famiglia ricca e triste. Nel giro di pochi anni Villa Necchi e Portaluppi hanno finito per dar forma a un’idea del gusto milanese: sontuoso ma discreto, conservatore ma non convenzionale, vagamente malinconico ma con un filo di ironia, moderno ma non razionalista.
Recentemente la Fondazione Portaluppi ha devoluto al Fai l’archivio dell’architetto: oltre mille tra disegni e lucidi, e poi fotografie, film, taccuini, schizzi e caricature, libri e migliaia di cartoline, senza dimenticare gli arredi dello studio. Con il Politecnico di Milano e la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica della Lombardia, il Fai ne ha curato la catalogazione e sta rendendo il fondo consultabile a Villa Necchi, in tre stanze dell’ultimo piano, un tempo riservate al personale. Mobili, libri e oggetti dello studio di Portaluppi convivono con nuovi arredi ispirati agli originali: non una ricostruzione filologica, ma uno spazio al tempo stesso museale e di ricerca. È una scelta quella del FAI che a quasi vent’anni dall’apertura al pubblico della villa, interviene sulla natura stessa della casa-museo. Negli ultimi decenni queste istituzioni a lungo considerate statiche e marginali hanno suscitato un nuovo interesse nel pubblico e si sono trovate al centro di questioni interpretative e gestionali, di nuove forme di produzione culturale e di una più generale riflessione sul rapporto tra conservazione e uso.
A Villa Necchi gli abiti e gli oggetti personali di Nedda e Gigina restituiscono la dimensione domestica, ma la casa è già il risultato di molte stratificazioni: gli interni di Portaluppi furono «normalizzati» da Tomaso Buzzi nel 1938 e nel tempo vi sono arrivate collezioni che non appartenevano alle proprietarie. L’archivio Portaluppi aggiunge un ulteriore livello: alla conservazione della casa si affianca la possibilità di farla lavorare come luogo di conoscenza. Il primo risultato è la mostra «Piero Portaluppi. L’arte del disegno», curata da Roberto Dulio (fino al 18 ottobre). I 44 fogli mostrano un Portaluppi ancora poco noto al grande pubblico: un caricaturista, inventore di città immaginarie, capace di guardare alla modernità con dissacrante curiosità. Nei grattacieli, nell’immaginaria città di Hellytown e nelle tre facciate progettate nel 1926 per la fantomatica I.ST. ESS. (una razionalista, una déco e una dadaista) l’architettura si fa ironia e critica dei propri stessi codici: la società Istess che opera dietro le fantasiose facciate sta lì a dirci che forme e linguaggi si equivalgono e semmai rispondono a funzioni specifiche, non a prospettive ideologiche.
La mostra è un primo affondo in un archivio che può rivelare un Portaluppi molto più complesso dell’immagine restituita dalla sua fortuna recente. Ed è proprio Villa Necchi ad avere avuto un ruolo decisivo nella costruzione di quella fortuna. Negli ultimi vent’anni la casa è entrata nel novero delle residenze leggendarie degli anni Venti e Trenta: Villa Tugendhat di Mies van der Rohe a Brno (1929-30), Villa Savoye di Le Corbusier a Poissy (1928-31), la Maison de Verre di Pierre Chareau a Parigi (1928-32), Villa Mairea di Alvar Aalto a Noormarkku (1938-39). Ma in questo Pantheon, Villa Necchi si trova in una posizione eccentrica: non condivide la radicalità programmatica del Modernismo e conserva il carattere di una casa abitata, dove al progetto dell’architetto si sovrappongono gusti, modifiche e tracce della vita quotidiana. È su questa storia già stratificata che si innesta l’archivio. Il passaggio decisivo è usare la casa per fare ricerca e riaprire le relazioni tra l’architetto, i committenti, l’edificio e la città. È una scelta che modifica l’equilibrio della casa-museo, ed è in questo nuovo uso che la questione dell’autenticità diventa concreta.
Portaluppi non ha mai lavorato nelle stanze dell’ultimo piano e l’allestimento non pretende di ricostruire filologicamente il suo studio, ma è lì che i suoi materiali verranno studiati e consultati. In una casa-museo l’autenticità non coincide necessariamente con la restituzione di uno stato originario: può dipendere anche dalla trasparenza dell’intervento, dalla sua attendibilità storica e dall’uso che rende possibile. E paradossalmente, grazie all’arrivo delle caricature e delle cartoline accumulate da una mente profondamente eclettica, la borghesissima Villa Necchi è diventata parente di Villa Tugendhat, la residenza modernista per eccellenza. Mies la progettò in stretto dialogo con Grete e Fritz Tugendhat, costruendo attorno al loro modo di vivere una delle più radicali utopie domestiche del Novecento. La famiglia ebrea poté abitarla soltanto otto anni: nel 1938 i Tugendhat fuggirono da Brno e l’anno successivo la casa fu confiscata dalla Gestapo, privata di parte degli interni e destinata in seguito a usi diversi. La sua storia sembra quasi condensare il momento in cui la fiducia modernista in una vita nuova viene raggiunta dall’oscurità della storia europea. Dal 2005 il Centro di studio e documentazione di Villa Tugendhat raccoglie materiali sull’edificio, sui committenti, sugli abitanti, sulle trasformazioni successive e sull’architettura moderna di Brno. Non è l’archivio generale di Mies, ma un centro costruito attorno alla biografia della casa: il restauro non l’ha chiusa nella perfezione del 1930, ma ha accolto la ricerca per renderne leggibili le fratture.
E anche a Brno la ricerca convive con l’immaginario. Nel 2009 esce «The Glass Room» di Simon Mawer, romanzo ispirato alla storia di Villa Tugendhat e finalista al Man Booker Prize; nello stesso anno «Io sono l’amore» di Luca Guadagnino porta Villa Necchi al cinema. Due case del Novecento entrano quasi contemporaneamente nell’immaginario attraverso forme narrative diverse. A Villa Necchi l’archivio Portaluppi può aggiungere una dimensione ulteriore, portando lo sguardo oltre la superficie e tenendo insieme l’architetto e i committenti, la storia della casa e quella della città. Le case-museo diventano più interessanti quando non si limitano a conservare una memoria, ma continuano a produrre domande.