Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Roberto Antonetto
Leggi i suoi articoliNel maggio 1983, giornalista in Rai a Torino, scrissi un articolo in cui, credo per primo, diedi notizia che era apparso un nuovo periodico, «Il Giornale dell’Arte». È un peccato che non sia riuscito a trovarne il testo negli archivi aziendali, una voragine in cui si sono perduti, piuttosto che conservati, cent’anni della nostra storia. Ricordo tuttavia che quel breve pezzo esprimeva una stupita ammirazione di fronte a un tentativo nuovo per il giornalismo italiano: fare della cronaca sull’arte, materia di per sé apparentemente refrattaria alla rapidità, alla sintesi e al linguaggio del giornalismo, al contrario terreno tradizionale dei tempi lunghi, delle estese dimensioni espositive e del linguaggio iniziatico della saggistica specializzata.
Mi domandavo come avrebbe potuto il nuovo Giornale raccontare l’arte e proporre a chi scrive d’arte un nuovo destinatario del suo messaggio: non più lo studioso, per inveterata concezione accademica interlocutore pressoché esclusivo, ma il pubblico vasto anche se preselezionato da gusto, passione e cultura. In altre parole, come avrebbe potuto dare dignità all’aborrito termine «divulgativo» o peggio «giornalistico» di fronte all’idolatrato termine «scientifico». Gli interrogativi mi toccavano da vicino: negli ormai molti decenni di attività giornalistica, ho sempre considerato centrale il problema del punto di equilibrio tra l’esattezza e la completezza dell’informazione e la sua larga comprensibilità, il che significa inevitabilmente compromesso fra approfondimento e essenzialità, fra tecnicismo e chiarezza, fra corporazione e massa.
Per questo consideravo l’uscita di «Il Giornale dell’Arte» una sfida, e scrivevo che se mai questa sfida si fosse vinta, il maggio 1983 sarebbe entrato nella storia del giornalismo italiano. A distanza di decenni sono uno dei più felici fra quanti si stringono affettuosamente intorno all’inventore Umberto Allemandi per ricordare la scommessa vinta.
Come ho ammirato l’idea, non meno ho capito la fatica quotidiana, qualche volta la pena del tradurla in realtà. Ne ho una precisa competenza perché, circa dieci anni dopo, il caso ha voluto che vivessi un’esperienza analoga in un campo diverso, la scienza. Nel 1992 la Rai diede vita al telegiornale scientifico «Leonardo», in onda ogni giorno dagli studi tv di Torino, e io mi trovai all’improvviso, nell’idearlo e realizzarlo, di fronte agli stessi problemi teorici e pratici. Immaginate che cosa significava (soprattutto allora) costringere un sussiegoso luminare della medicina a dire in una intervista «bocca» anziché «cavo orale». O rivedere qualche volta in redazione testi di collaboratori tanto illustri quanto indecifrabili, chilometrici e perfino allietati da peccati sintattici tutt’altro che veniali. E guai a «toccare» una virgola a Sua Maestà il Cattedratico, a Sua Maestà il Genio! E il delitto efferato di una citazione dimenticata, che ti macchia per sempre la fedina penale? Se poi il giornalista volesse esercitare il diritto di iniziativa, di scelta, di critica che è la moralità profonda del mestiere? Ma che vuole? Stia al suo posto, che è quello di portavoce. E il guaio è che non pochi di noi ormai abbozzano, o addirittura scelgono ruoli di lustrascarpe.
Non di certo Umberto Allemandi che è riuscito, tra molti sorrisi e qualche metaforico pugno sul tavolo, con la laboriosa pazienza, il contagioso entusiasmo e la grinta insinuante dello «stile Allemandi», sia ad applaudire che a dare battaglie. Lo dovrebbero ringraziare tutti, beneficati e vittime.
Altri articoli dell'autore
Consorti francesi dei duchi, governarono le arti e la politica del Piemonte
