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Fabio Maniscalco

Courtesy di Associazione Fabio Maniscalco

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Fabio Maniscalco

Courtesy di Associazione Fabio Maniscalco

Un’Associazione e un Premio per ricordare Fabio Maniscalco, l’archeologo in trincea, custode del patrimonio archeologico

A 18 anni dalla morte dell’archeologo, l’iniziativa vuole dare continuità alla visione e al lavoro del pioniere nella salvaguardia dei beni artistici e monumentali nelle aree di conflitto

Samantha De Martin

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C’è un modo di difendere il patrimonio che passa attraverso l’impegno in prima linea nel custodire l’arte, al pari di un popolo o di un diritto. A 18 anni dalla morte di Fabio Maniscalco, la nascita di un’Associazione e di un Premio internazionale in suo nome si pongono come obiettivo di dare continuità alla visione e al lavoro dell’archeologo visionario, pioniere nella salvaguardia dei beni artistici e monumentali nelle aree di conflitto. Primo atto pubblico della neonata Associazione è stato il convegno intitolato «Custodi di memoria, costruttori di pace» svoltosi in Campidoglio, a Roma, alla presenza della moglie, dei figli e del fratello di Maniscalco, ma anche degli amici che lo hanno conosciuto. Nel corso della sua attività scientifica e professionale, l'archeologo napoletano ha sviluppato studi e interventi sul campo affrontando temi che ancora oggi sono al centro del dibattito internazionale: dalla protezione del patrimonio nelle aree di guerra alla salvaguardia dei beni culturali mobili e sommersi, dal contrasto ai traffici illeciti di opere e reperti al ruolo della cultura come strumento di dialogo e costruzione della pace.

L'Associazione e il Premio internazionale Fabio Maniscalco per il Patrimonio culturale e la pace nascono per custodire la memoria, diffondere la cultura della tutela, costruire nuove opportunità di ricerca e formazione. «Il nostro, ha detto Mariarosaria Ruggiero Maniscalco, storica dell’arte, presidente dell’APS Fabio Maniscalco e moglie dell’archeologo, non vuole essere un esercizio di memoria. A lungo il ricordo di Fabio è stato affidato a memoria di chi lo ha conosciuto. Il suo lavoro non è andato perduto, ci ha lasciato libri, articoli, saggi che dovrebbero essere riletti. Fabio cominciò a intuire che c’era un problema: il saccheggio dei beni culturali. Intuì che la tutela del patrimonio andava messa su stesso piano dei diritti umani. I suoi studi sull’Algeria, Mali, Nigeria nacquero dalla convinzione che nessun patrimonio è soltanto degli altri». Fortemente critico nei confronti del colonialismo culturale, Maniscalco era specializzato in tutela e salvaguardia dei beni culturali, ma anche in archeologia subacquea. Ispettore Onorario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, aveva collaborato in diverse occasioni con la Procura della Repubblica e con la Questura di Napoli in casi inerenti alla tutela del patrimonio culturale. Ufficiale dell'esercito italiano tra il 1995 ed il 1998, aveva monitorato la situazione del patrimonio culturale della Bosnia ed Erzegovina nell'ambito delle missioni multinazionali di pace, oltre a essere tra i fondatori e vicepresidente del Comitato Italiano dello Scudo Blu, nato per dare attuazione in Italia alla Convenzione dell'Aja del 1954 e ai suoi protocolli sulla protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato o disastro. Insegnava all'università, Maniscalco, scriveva saggi, rivolgeva continui appelli alle autorità nei teatri di guerra affinché si impegnassero a rispettare i beni storici che appartenevano all'intera l'umanità, battendosi per eliminare il concetto stesso di ius predae, il diritto del vincitore di impossessarsi delle testimonianze dell'arte dei popoli sconfitti. Un impegno che gli valse la candidatura al Premio Nobel per la Pace nel 2007. Scomparso il 1° febbraio 2008 a soli 42 anni, a causa di tumore provocato dall'esposizione all'uranio impoverito durante le missioni nei Balcani, l’ “archeologo di pace” aveva espresso la sua condanna nei confronti della distruzione del patrimonio culturale come un crimine di guerra.

«L’Associazione Fabio Maniscalco, spiega Laura Sudiro, giornalista e autrice, insieme a Giovanni Rispoli di "Oro dentro. Un archeologo in trincea: Bosnia, Albania, Kosovo, Medio Oriente", vuole raccoglierne l’eredità di Fabio per proiettarla al futuro. Quando, a fine 2008 scoprii la sua storia stavo preparando la tesi in archeologia subacquea. I contributi di Fabio comparivano nei testi di studio, immaginai che fosse un professore anziano, ma non era affatto così, era morto da appena otto mesi, a 42 anni. Quello che il mio professore mi raccontò mi colpì. Trovai poche notizie su internet e anche la sua Napoli sembrava averlo dimenticato. Trovai assurdo che una figura simile fosse destinata a oblio. Facevo la giornalista e decisi di andare a fondo, di vedere se c’erano elementi per raccontarla. Andai a Napoli e lì ebbi una seconda folgorazione incontrando Mariarosaria, sua moglie, e i figli Ludovico e Nicole. Era una storia che doveva essere raccontata e ci vollero anni per ricostruire il puzzle». 

Fabio Maniscalco aveva 30 anni e un grande entusiasmo quando partì per i Balcani come addetto stampa della Brigata Garibaldi. Aveva già sul curriculum una laurea in Lettere antiche, in filologia micenea, ed era dottore in archeologia subacquea, aveva collaborato con i Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale come consulente esperto. Il suo sogno era diventare un Carabiniere dell’arte e salvare l’archeologia, la bellezza. «Nel 2000, prosegue Sudiro, arrivava in Kosovo su incarico del Ministero degli Esteri e si trovava davanti a patrimonio culturale ferito, esposto alla distruzione e al saccheggio. La violenza non era casuale, ma seguiva precisa strategia di cancellazione della memoria. Intanto la sua rete di collaboratori e studiosi che lavoravano con lui cresceva». Oggi lascia il cosiddetto “metodo Maniscalco”, un approccio innovativo alla protezione e salvaguardia del patrimonio culturale in situazioni di conflitto armato o crisi bellica, incentrato sull’etica, sull’autonomia dei soggetti coinvolti, sull’interdisciplinarità, sull’informazione e sul coinvolgimento delle autorità locali. Un patrimonio di conoscenze che richiede di essere messo alla prova nelle esperienze concrete e nei percorsi di formazione. Il Premio Internazionale e la nuova Associazione si propongono di portare avanti questo metodo mettendo in relazione chi studia il patrimonio culturale e le comunità che lo custodiscono, in una comune responsabilità collettiva che trova nella pace il suo obiettivo più urgente.

Samantha De Martin, 19 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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