Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Un esperimento collettivo sul «senso» e sulla sua trasformazione

Il  20 giugno dalle 17 alle 21 a Parigi prenderà vita il progetto collettivo «Telefono senza fili», una mostra che coinvolge undici artisti di discipline diverse e si sviluppa attraverso una catena di reinterpretazioni successive a partire da una poesia iniziale

Ginevra Borromeo

Leggi i suoi articoli

A Parigi, al Program'me, arriva «Telefono senza fili», un progetto collettivo che mette in relazione undici artisti provenienti da pratiche diverse – pittura, fotografia, installazione, moda, musica e video – attraverso un meccanismo tanto semplice quanto instabile: la trasmissione di un’unica idea che cambia ogni volta che viene interpretata.

L’operazione nasce da una poesia iniziale, punto di origine destinato però a scomparire. Come nel gioco infantile del «telefono senza fili», il testo passa da un artista all’altro senza mai essere condiviso nella sua interezza. Ogni partecipante lavora soltanto su ciò che riceve, ignorando completamente ciò che precede e ciò che seguirà.

Gli artisti coinvolti – Lucy Priest, Aurélien Chatillon, Loucy Duluc, André-Frédéric Pruja, Matilde Bono, Felix Barbey, Azar Azar, Chris Sowab, Eugenia Alonso, Thomas Salvaudon e Nikita Botlan – diventano così nodi di una catena in cui il senso non viene trasmesso, ma continuamente riscritto.

Ciò che si sviluppa lungo il percorso non è una narrazione lineare, ma una serie di scarti, deviazioni e riformulazioni. Ogni passaggio introduce una perdita e insieme una nuova possibilità. Il contenuto iniziale non resta stabile: si disgrega e si ricompone fino a diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che era all’origine.

Il progetto non si limita a rappresentare la comunicazione, ma ne riproduce il funzionamento. L’incomprensione non viene eliminata, ma assunta come condizione strutturale: non un difetto del linguaggio, ma la sua stessa forza generativa.

A guidare questa trasformazione è anche una progressione dei linguaggi artistici, pensata come un movimento dal testo alla materia. Si parte dalla poesia, per poi attraversare pittura, installazione e disegno, dove l’immagine comincia a prendere forma. Il percorso si sposta poi verso fotografia e scultura, che ancorano la trasmissione al reale. Musica e video introducono la dimensione temporale, mentre moda e cianotipo portano il gesto e il processo al centro della costruzione dell’opera. Il ciclo si chiude – e allo stesso tempo si riapre – con una nuova poesia scritta da Lucy Priest, generata dall’ultima tappa della catena.

Curato da Sabina Zucchini, Lucy Priest e Mia Holdom, il progetto mette in discussione l’idea di comunicazione come passaggio lineare e controllato. Qui il senso non si conserva: si modifica inevitabilmente nel suo attraversamento da un autore all’altro.

In questo processo, anche il pubblico non resta esterno. Entrando nella mostra, si trova a ricostruire connessioni invisibili, a interpretare frammenti, a occupare lo stesso spazio instabile in cui il significato si è già trasformato molte volte prima di arrivare a lui.

Ginevra Borromeo, 12 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Un esperimento collettivo sul «senso» e sulla sua trasformazione | Ginevra Borromeo

Un esperimento collettivo sul «senso» e sulla sua trasformazione | Ginevra Borromeo