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Sadie Coles HQ Courtesy of Art Basel

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Sadie Coles HQ Courtesy of Art Basel

Tutti possono vedere l’arte. Sempre meno persone hanno gli strumenti per leggerla

Mai l’arte contemporanea è stata così visibile, accessibile e diffusa. Eppure una parte del pubblico continua a percepirla come distante. Il problema non è soltanto chi decide, chi finanzia o chi controlla gli ingressi. Nel mezzo si è indebolita l’infrastruttura che per decenni ha collegato opere e società: critica, giornalismo, editoria, educazione, televisione, mediazione museale. Abbiamo moltiplicato la comunicazione e ridotto gli strumenti per comprendere.

Angela Magenta

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Mai come oggi è stato così facile vedere l’arte contemporanea. Mostre, Biennali, musei, fondazioni, fiere, artisti, opere e installazioni circolano continuamente sui social, nei video, nei podcast, nelle newsletter e nei canali diretti delle istituzioni. Tanto bello che quasi non se ne può più. Chiunque può vedere in pochi secondi ciò che fino a qualche decennio fa richiedeva un viaggio, un catalogo o l’accesso a una biblioteca specializzata. Eppure una parte ampia del pubblico continua a percepire il contemporaneo come un territorio distante. Questo è il primo paradosso, quello da cui provo in questo articolo a partire. La visibilità è aumentata, la comprensione molto meno. Il problema potrebbe non trovarsi soltanto all’ingresso del museo, né nelle logiche del mercato o nelle scelte delle istituzioni. Potrebbe stare soprattutto in ciò che si è indebolito nel mezzo. Per decenni tra l’opera e il pubblico esisteva una fitta infrastruttura di mediazione: critica, giornalismo, editoria, insegnamento, televisione, gallerie, associazioni, programmi culturali. Erano strumenti imperfetti e talvolta anch’essi elitari, ma svolgevano una funzione precisa: spiegavano perché un artista fosse importante, ricostruivano genealogie, collegavano le opere alla storia, alla politica, alla società, all’economia e alla cultura del proprio tempo. Oggi una parte di quella struttura si è assottigliata. I giornali dedicano meno spazio alla cultura specialistica, la critica ha perso centralità, molte riviste indipendenti lavorano con risorse fragili, la televisione generalista ha quasi abbandonato le arti visive. Nel frattempo musei, fondazioni, gallerie e artisti hanno costruito apparati di comunicazione sempre più efficienti. Non è tanto quindi scomparso il racconto dell’arte. È diminuita la mediazione indipendente dell’arte.

La differenza è palese. Perchè la comunicazione annuncia una mostra e la mediazione prova a spiegare perché quella mostra conta. La comunicazione costruisce visibilità, la critica dovrebbe costruire giudizio, contesto e memoria. Quando questa funzione si indebolisce rimangono due estremi: da una parte chi conosce già codici, nomi, istituzioni e convenzioni del sistema; dall’altra un pubblico esposto a una quantità enorme di immagini ma con pochi strumenti per orientarsi. Qui l’arte, però, rischia davvero di diventare elitaria. Non perché qualcuno abbia necessariamente deciso di escludere, ma perché la complessità senza mediazione produce esclusione anche senza intenzione. Non c’è nulla di problematico nel fatto che un’opera sia difficile. Alcune delle opere più importanti della storia lo sono state. Sarebbe un errore chiedere all’arte di diventare più semplice per essere più accessibile. Una cosa è difendere la complessità, un’altra è lasciare lo spettatore solo davanti ad essa.

Negli ultimi anni abbiamo inoltre confuso accessibilità e disponibilità. Mettere un’opera online non significa renderla davvero accessibile. Aprire gratuitamente un museo non produce automaticamente un pubblico. Moltiplicare reel e contenuti digitali non equivale a costruire conoscenza. Vedere non significa ancora capire. Per orientarsi servono familiarità, strumenti, tempo, sedimentazione. Nessuno considera elitaria una partita di calcio perché bisogna conoscerne le regole, né pretende di comprendere Wagner al primo ascolto. Con l’arte contemporanea accade invece spesso il contrario: si apre una porta e si presume che il pubblico debba essere immediatamente in grado di decifrare ciò che trova. Poi lo si accoglie con testi che parlano di pratiche situate, dispositivi, risignificazioni, epistemologie, processi decoloniali. È un lessico legittimo dentro una disciplina, ma diventa problematico quando rappresenta l’unico accesso disponibile. Non perché il pubblico non sia capace di comprenderlo, ma perché nessuno gli ha costruito la strada necessaria per arrivarci.

Il compito di un museo, di una testata culturale o di un’istituzione non dovrebbe essere abbassare la complessità, ma aumentare le competenze del pubblico. E questo lavoro comincia prima del museo. Comincia nella scuola, nella presenza dell’arte del Novecento e del contemporaneo nei programmi, nella quantità di spazio che i media dedicano alla cultura, nella possibilità di incontrare opere, libri, teatri, biblioteche e musei durante il percorso di formazione. Se intere generazioni arrivano all’età adulta senza aver mai incontrato Duchamp, Fontana, Burri, Beuys, l’Arte Povera o la performance, non c’è nulla di sorprendente nel fatto che davanti a un’opera concettuale emerga la domanda: «Ma questa è arte?». È una domanda perfettamente comprensibile se manca la storia che ha portato fino a quell’oggetto. La distanza culturale comincia quindi molto prima dell’ingresso in una mostra.

Esiste però anche un problema interno al sistema. Negli ultimi decenni l’arte contemporanea ha imparato a parlare in maniera sempre più precisa a se stessa. Curatori leggono curatori, artisti conoscono gli artisti, galleristi osservano altri galleristi, giornalisti seguono agende prodotte in larga parte dalle istituzioni. La specializzazione è inevitabile, ma diventa sterile quando perde contatto con il resto della cultura. Arte, cinema, letteratura, musica, economia, scienza, tecnologia e politica dovrebbero continuamente incrociarsi. Quando invece il discorso sull’arte resta chiuso dentro genealogie, posizionamenti e microcontroversie interne, il pubblico non viene respinto dalla complessità dell’opera, ma dall’autoreferenzialità del linguaggio che la circonda. Prima di chiedersi perché le persone non entrino nel nostro sistema, bisognerebbe chiedersi quanto il nostro sistema sia ancora interessato a parlare con loro.

Questo non significa misurare la qualità culturale attraverso il numero dei visitatori. Un museo non è una piattaforma streaming e una mostra può essere importante anche se interessa poche migliaia di persone. La ricerca ha bisogno di territori specialistici, esperimenti e fallimenti. Ma una cosa è accettare che non tutto debba interessare tutti. Un’altra è costruire un ecosistema incapace di generare nuovi spettatori. Un pubblico non si trova, si costruisce. E costruirlo richiede continuità, educazione, informazione, critica, programmazione e persone capaci di raccontare. Richiede soprattutto la convinzione che la mediazione culturale non sia un accessorio dell’arte, ma parte della sua infrastruttura. Parliamo poi del nodo economico. Il sistema dell’arte contemporanea muove ingenti valori attraverso aste, gallerie, fiere, turismo culturale, fondazioni e sponsorizzazioni. Eppure una parte consistente di chi dovrebbe produrre il discorso critico intorno a questo valore lavora in condizioni fragili. È difficile immaginare una mediazione forte con mediatori deboli. Se giornalismo, critica e ricerca dipendono sempre più economicamente dagli stessi soggetti che dovrebbero osservare, il problema riguarda non soltanto l’indipendenza, ma la qualità complessiva del discorso. Una mostra può essere perfettamente comunicata senza essere discussa. Un artista può essere molto visibile senza produrre una vera sedimentazione critica. Un museo può generare milioni di interazioni senza aver aumentato la capacità del pubblico di leggere le opere che espone. Abbiamo imparato a misurare la circolazione della cultura molto meglio della sua comprensione.

Per questo il punto non è stabilire se l’arte debba essere più popolare o meno elitaria. Il problema è più diretto. Ossia: chi accompagna oggi una persona dall’interesse alla conoscenza? Chi trasforma una curiosità occasionale in familiarità? Chi spiega perché un taglio di Fontana non sia semplicemente una tela tagliata, perché l’orinatoio di Duchamp abbia modificato la storia dell’arte, perché un’opera concettuale non possa essere giudicata soltanto dalla sua apparenza? Questa funzione richiede competenza ma anche capacità di spiegare senza utilizzare la complessità come forma di status. Qua si gioca la vera questione dell’accesso. Rendere più numerose le persone in grado di affrontarne la complessità. Un sistema che produce continuamente opere, mostre, fiere e Biennali senza produrre strumenti adeguati per leggerle rischia, alla lunga, di parlare a una comunità sempre più competente e sempre più ristretta. Il problema, allora, non sarà più capire chi abbia costruito il muro. Sarà accorgersi che nel frattempo abbiamo smesso di costruire i ponti.

Angela Magenta, 10 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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