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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliParigi accoglie una presenza inquieta e magnetica, opera di uno degli autori più importanti della scena artistica italiana contemporanea. Dal 18 marzo al 26 settembre 2026, la scultura Horse Power (Ram) (2023) di Nico Vascellari è in mostra, a cura di Pier Paolo Pancotto, all'Istituto Italiano di Cultura, con il suo carico di tensioni profonde, rappresentative delle turbe del presente. L’opera - proveniente dal Parco Internazionale di Scultura di Mestre, di proprietà di Banca Ifis, che ha reso quindi possibile l'esposizione - si impone infatti per la sua capacità di destabilizzare un immaginario consolidato.
L’ariete, figura archetipica che nella tradizione occidentale rimanda alla rinascita e all'energia primordiale, viene qui privato della sua forza propulsiva. Non c’è slancio, non c’è eroismo. Il corpo è rovesciato, gli arti inerti, il capo piegato verso il suolo in una postura che sembra negare ogni impulso vitale. È un’immagine che, più che evocare la primavera, suggerisce una sospensione ambigua, quasi un collasso.
La materia stessa dell’opera contribuisce a questa tensione. Il ventre pare liquefarsi, mentre un motore d’automobile attraversa il dorso dell’animale, saldando in modo irreversibile organismo e tecnologia. Non è una semplice ibridazione, ma piuttosto una fusione forzata, un cortocircuito visivo e simbolico in cui la natura appare inglobata, e forse sopraffatta, da un sistema produttivo che ne riutilizza le forme come segni di potenza. La base, invasa da una vegetazione che sembra erodere lentamente la struttura, introduce un ulteriore elemento di instabilità, come se il tempo stesso stesse lavorando contro l’oggetto.
Per comprendere fino in fondo Horse Power (Ram) è necessario tornare all’origine del progetto. Il ciclo Horse Power - oggi esposto in modo permanente nel Parco Internazionale di Scultura di Mestre, insieme ai lavori di autori come Botero, Mitoraj e Penone - prende avvio da una performance presentata alla Biennale di Lione 2019 e sviluppata successivamente in forme diverse. In un’area post-industriale nei pressi di Cinecittà, Vascellari mette in scena un’azione al limite tra esperimento e rituale, con automobili guidate da stuntman che si inseguono e si scontrano, portando al posto del cofano sculture animali in cera. Il calore dei motori altera progressivamente queste forme, deformandole fino a farle collassare su se stesse.
Ciò che resta, nelle versioni in metallo, è la traccia fossilizzata di quella trasformazione. Le sculture non rappresentano più l’animale, ma il processo che lo ha modificato, quasi consumato. In questo senso, il lavoro di Vascellari si inserisce in una riflessione più ampia sulla relazione tra natura e sistemi economici, ma evita ogni dichiarazione esplicita, preferendo agire per immagini dense, ambigue, difficilmente pacificabili.
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