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Michelangelo Tonelli
Leggi i suoi articoliSembrerebbe quasi ironico vedere le architetture di Italia ’61 (la grande Esposizione Internazionale del Lavoro tenutasi a Torino dal 6 maggio al 31 ottobre 1961 per celebrare il primo centenario dell'Unità d'Italia) tornare oggi dentro uno degli edifici che appartenevano proprio a quella stagione. Al Campus ONU di Torino, nelle ex Palazzine delle Regioni, Enrica Salvadori espone sette sculture dedicate ad altrettanti luoghi della città. La mostra, «ITALIA 61_TORINO 06. Sculture di architetture», curata da Guido Curto, è aperta fino al 15 novembre e mette in relazione due momenti che hanno segnato profondamente l’immagine contemporanea del capoluogo sabaudo: le celebrazioni del 1961 e le Olimpiadi invernali del 2006. Il dato più interessante è forse proprio il luogo. Le Palazzine delle Regioni sono esse stesse una traccia di Italia ’61, e oggi ospitano un’istituzione internazionale. Entrare nella mostra significa quindi attraversare un pezzo di quella storia prima ancora di incontrare le opere. È una coincidenza che funziona bene perché Salvadori guarda con l'occhio di chi ha conosciuto quelle architetture attraverso la propria esperienza e le ha viste cambiare nel corso degli anni.
Nata a Torino, formatasi all’Accademia Albertina di Belle Arti e oggi divisa tra Torino e Buenos Aires, l’artista ha scelto sette edifici che appartengono in modo diverso alla memoria della città: il Palazzo del Lavoro, il Palazzo a Vela, i Mercati Generali, la Stazione dell’Ovovia di Parco Europa, le case degli atleti di via Giordano Bruno, la Torre Maratona e Torino Esposizioni. Non sono tutti monumenti nel senso tradizionale del termine, e proprio questa scelta rende il progetto più personale. Accanto alle architetture più note compaiono luoghi che fanno parte soprattutto della memoria di chi Torino l’ha vissuta.
L'artista porta l’architettura nella dimensione della scultura, riducendone la scala e trasformando così anche il modo di guardarla. Un edificio che nella città è enorme, distante, spesso ormai quasi invisibile per la consuetudine, diventa un oggetto vicino. Si può osservare da più punti di vista, coglierne la struttura, riconoscerne una forma che magari si era smesso di vedere (passaggio particolarmente significativo nel caso di opere architettoniche nate per stupire). Il Palazzo a Vela e il Palazzo del Lavoro appartengono a una stagione nella quale Torino affidava alla costruzione di forme nuove una parte della propria idea di modernità. Guardandoli oggi, quella modernità appare inevitabilmente diversa. Le architetture sono sopravvissute al momento per cui erano state pensate e hanno attraversato vicende molto più complicate di quelle immaginate all’origine. Salvadori non tenta di ricostruire l’entusiasmo del 1961 ma il suo sguardo parte dal presente e, attraverso il presente, torna indietro. Le architetture sono quelle che sono rimaste: alcune trasformate, alcune degradate, alcune ancora in attesa di un destino definitivo. Il tempo insomma non viene nascosto ma entra a farte del suo lavoro. Questo emerge bene nel confronto con le fotografie che accompagnano le sculture. Le immagini mostrano gli stessi edifici nella loro condizione attuale e stabiliscono un rapporto diretto con le opere tridimensionali. Da una parte c’è la realtà fotografata, dall’altra una forma filtrata dalla memoria.
Un'opera di Enrica Salvadori in mostra al campus delle Nazioni Unite di Torino. Courtesy dell'artista
Un'opera di Enrica Salvadori in mostra al campus delle Nazioni Unite di Torino. Courtesy dell'artista
Nel caso di Salvadori, la memoria è anche autobiografica. Il Palazzo a Vela appartiene ai ricordi dell’infanzia, vissuto prima ancora che riconosciuto come un’architettura importante. La Stazione dell’Ovovia di Parco Europa è legata all’immagine degli ovetti colorati che l’artista ha sempre immaginato in movimento. Sono elementi minimi, quasi privati, ma fanno capire da dove nasca il progetto: da un rapporto fisico e affettivo con i luoghi.
La mostra acquista così una dimensione diversa quando passa dalle architetture di Italia ’61 a quelle legate al 2006. Anche qui Salvadori non ricostruisce l’evento olimpico ma ne osserva ciò che è rimasto. La Torre Maratona conserva nella memoria collettiva l’immagine della fiamma olimpica e del suo riflesso nell’acqua; le case degli atleti appartengono invece alla quotidianità successiva alla grande manifestazione. Il passaggio dall’evento alla vita ordinaria, dal momento celebrativo alla durata, è ciò che interessa all’artista. In questo senso il titolo della mostra funziona soprattutto come una linea temporale. Italia ’61 e Torino 2006 sono due modi attraverso i quali la città ha cercato di rappresentare se stessa. In entrambi i casi l’architettura ha avuto un ruolo centrale ma in entrambi i casi il vero banco di prova è arrivato dopo, quando gli eventi sono terminati e gli edifici hanno dovuto trovare una nuova ragione per esistere. È un problema ancora molto presente a Torino. Il Palazzo del Lavoro, Torino Esposizioni, i Mercati Generali sono architetture che continuano a interrogare la città proprio perché il loro valore non può essere separato dalla questione del loro futuro. Le sculture riportano l’attenzione su edifici che rischiano di essere guardati soltanto quando diventano oggetto di una polemica, di un progetto di recupero o di un’emergenza. L’arte permette invece di osservarli prima, quando sono ancora semplicemente parte della città.
La città natale, vista anche attraverso l’assenza e il ritorno, diventa inevitabilmente un luogo della memoria. Ma la memoria, nelle opere di Salvadori, serve a mostrare quanto rapidamente un paesaggio possa cambiare e quanto difficile sia stabilire quando un’architettura appartenga definitivamente al passato. Forse è questo il motivo per cui il progetto evita, nel complesso, il tono della celebrazione. Le sette opere mettono in evidenza una città che continua a trasformare le proprie forme e che, nel farlo, deve continuamente decidere che cosa lasciare andare e che cosa invece riportare nel presente. Al Campus ONU questa riflessione trova una collocazione quasi naturale. Le ex Palazzine delle Regioni sono già passate attraverso una trasformazione radicale di significato: nate per un grande evento nazionale, sono diventate nel tempo parte di un luogo internazionale. Anche l’edificio che ospita la mostra racconta dunque quella stessa possibilità di cambiamento che Salvadori individua nelle sue sette architetture.
Un'opera di Enrica Salvadori in mostra al campus delle Nazioni Unite di Torino. Courtesy dell'artista