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Palazzo San Giorgio - Collezione Casamonti

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Palazzo San Giorgio - Collezione Casamonti

«So vedere il bello e difficilmente sbaglio»

A Firenze, nel prestigioso Palazzo San Giorgio, è stata inaugurata la Collezione permanente voluta da Roberto Casamonti con 250 opere da Fattori a Cattelan. In questa intervista il suo artefice racconta le ragioni delle scelte togliendosi qualche sassolino dalle scarpe

Alberto Fiz

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«So vedere il bello e difficilmente sbaglio». Così sentenzia Roberto Casamonti che all’età di 86 anni ha inaugurato nell’ottocentesco Palazzo San Giorgio sul Lungarno di Firenze la Collezione Casamonti con 250 opere che ripercorrono 150 anni di storia, da Fattori a Cattelan. Sono lavori scelti con cura che il gallerista ha sottratto al mercato creando una raccolta enciclopedica (si va dalla A di Marina Abramović alla Z di Gilberto Zorio), persino autobiografica, che rispecchia la sua personalità esuberante e audace. Sebbene il catalogo sia curato da Bruno Corà, il vero artefice è stato lui che ha sottoscritto le scelte, così come l’allestimento: «Non avrei potuto delegare a nessuno», afferma orgoglioso. Ne emerge un progetto ampio che si concentra soprattutto sulla pittura mettendo in evidenza l’arte italiana con alcune punte di eccellenza, come confermano le sale dedicate a de Chirico, Fontana, Burri, Dorazio o Boetti. Molti gli stranieri con un’attenzione specifica al Surrealismo (l’ultimo acquisto è un grande dipinto di Delvaux), ma non mancano nemmeno Picasso e Basquiat. Tra tanti nomi di grido c’è posto per gli outsider come Antonio Bueno o l’amico Giuseppe Chiari di cui custodisce 500 lavori. In questa intervista-confessione Roberto Casamonti racconta le sue grandi passioni e la ragione di questa sua ultima sfida. Togliendosi qualche sassolino dalle scarpe.

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a destinare ben 250 opere della sua collezione ai posteri?
Ambizione e incoscienza. Giunto all’età di 86 anni, ho voluto lasciare un segno tangibile a Firenze creando un vero e proprio museo di arte moderna e contemporanea destinato a integrarsi nello straordinario patrimonio della città.

Lei ha sottratto al mercato opere che talvolta hanno valori economici molto elevati compiendo un’operazione piuttosto rara tra i dealer. Magari persino qualcuno in famiglia avrebbe voluto scelte differenti.
Assolutamente no. E non a caso ho voluto che l’intera raccolta si chiamasse Collezione Casamonti e non più Roberto Casamonti com’era in precedenza. Siamo tutti coinvolti.

A Firenze questo nucleo di opere dialoga con la raccolta di un grande collezionista Alberto Della Ragione.
È un onore. Direi che s’integrano bene, sebbene la mia scelta non si limiti al Novecento ma arrivi sino a Cattelan.

Una raccolta enciclopedica che va dalla A di Marina Abramović alla Z di Giberto Zorio percorrendo 150 anni di storia. Con quali criteri ha scelto le opere?
Attraverso il mio gusto personale. So vedere il bello e difficilmente sbaglio. O almeno sbaglio molto meno degli altri. Ho notevole esperienza e mi sono sempre concentrato sulla qualità delle opere ancor prima che sui nomi. Ovviamente, con l’inserimento di grandi protagonisti internazionali non tutti posso essere capolavori. Ma buona parte degli italiani si esprimono al meglio. Di Enrico Castellani sono esposte tre estroflessioni degli anni Sessanta. Un lavoro con la medesima tipologia del 2000 non l’avrei esposto.  

Quando ha iniziato a pensare che fosse necessario affiancare all’attività commerciale, quella del mecenate?
Direi una decina d’anni fa. Accanto al mercato, ho sentito l’esigenza di lasciare un segno del mio gusto e delle mie ricerche attraverso una collezione permanente a disposizione della comunità in una città come Firenze che ha sempre relegato l’arte moderna e contemporanea in una posizione secondaria.

Scorcio dell’allestimento a Palazzo San Giorgio della Collezione Casamonti

Collezione Casamonti a Palazzo San Giorgio

A distanza di otto anni dall’apertura di Palazzo Salimbeni, s’inaugura Palazzo San Giorgio sul Lungarno Serristori, un’estensione di quel progetto con il triplo dei contenuti.
Cambia completamente la prospettiva. A Palazzo Salimbeni i lavori venivano esposti a rotazione. In questo caso ho a disposizione 900 metri quadrati con 28 sale disposte su due piani che mi permettono di esporre contemporaneamente tutte le opere...anche se ho dovuto fare delle rinunce.

Lo spazio ha richiesto un lungo lavoro di ristrutturazione.
Quando siamo entrati tre anni fa c’erano topi e scarafaggi. Oggi posso dire di essere orgoglioso di quanto abbiamo realizzato grazie all’intervento di restauro e rifunzionalizzazione di mio figlio Marco con lo studio Archea Associati. Preziosi sono stati anche i contributi di Michele e Ursula che lavorano negli spazi delle gallerie (Ndr, il quarto figlio è Leonardo impegnato nei negozi arredamento).

Ma chi si è occupato dell’allestimento?
Quello l’ho fatto io. Non avrei potuto delegarlo. È una mia responsabilità personale. Solo io sapevo come disporre le opere e che ritmo dare all’intera collezione.

Il progetto espositivo si sviluppa in base alla cronologia e ai movimenti. Ma non tuttti gli artisti hanno il medesimo spazio.
Il percorso, pur nella sua omogeneità, prevede una serie di continue variazioni. Alighiero Boetti, per esempio, è presente con sette opere, tra cui «Tutto» di sei metri a cui ho dedicato uno spazio specifico. Con Alighiero c’era un rapporto di stima e amicizia. Ogni sua opera era un cruciverba, un enigma linguistico geniale. Ho fatto la sua mostra nel 1994, l’anno della sua scomparsa. Allora vendevo le sue «Mappe» a 25 milioni di vecchie lire. Oggi valgono almeno 3 milioni di euro.

In collezione c’è anche un’importante opera di Jean-Michel Basquiat del 1984 che misura due metri proveniente dalla galleria di Annina Nosei. Come ha fatto a non venderla?
Ho resistito. Ne avevo tre, due le ho vendute mentre questa l’ho destinato al museo. Toglierla dalla collezione sarebbe stato come sottrarre Botticelli agli Uffizi.

Di stranieri ce ne sono molti altri tra cui Pablo Picasso con «Les deux pigeons» del 1960.
L’ho comprato nel 2001. È stata una scelta sofferta anche per la richiesta economica. Non ho dormito per tre notti prima di decidermi.

Ci sono opere acquistate appositamente per essere inserite nella sua collezione permanente?
Negli ultimi anni ho riflettuto sulle carenze che era necessario colmare ed ho acquistato due importanti testimonianze di Osvaldo Licini e Giorgio de Chirico. L’ultimo dipinto entrato in collezione è stato una potente composizione di Paul Delvaux «Les femmes tumultueuses» del 1968 che ho collocato nell’ambito del Surrealismo accanto a René Magritte, Joan Mirò, Max Ernst, Salvador Dalì e Marc Chagall.

Lei si è formato con il Novecento e quando ha aperto la sua prima galleria nel 1981 in via Tornabuoni a Firenze c’erano già Ardengo Soffici e Ottone Rosai.
Rosai frequentava il negozio di arredamento di mio padre e spesso veniva a cena da noi. Un giorno gli chiese un ritratto che ho sempre conservato e oggi ho messo in collezione. È Ritratto di Ezio Casamonti del 1952 da cui emergono gli occhi acuti e vigili del babbo.

Con quali artisti ha avuto un rapporto di amicizia.
Piero Dorazio, di cui sono esposte cinque opere, tra cui due straordinari lavori di tre metri. Ma anche Emilio Vedova, Karel Appel, Fabrizio Plessi, recentemente scomparso che ricordo con affetto, oltre a Giuseppe Chiari.

Con Chiari c’è stato un lungo sodalizio.
Di lui, presente in mostra con un lavoro del 1978, ho 500 opere e posso dire di essere stato il suo maggiore collezionista. Alcune opere me le ha regalate in segno di riconoscenza. Mi fa piacere che si sia svolta una sua importante mostra al Mambo di Bologna e spero che possa rappresentare l’inizio della riscossa. È assurdo che i suoi prezzi siano ancora così bassi, spesso inferiori ai mille euro.

In collezione, insieme ai maestri consacrati, si rintracciano anche figure marginali o non sufficientemente valorizzate.
Ci sono soprattutto le mie passioni. Insieme a un capolavoro di Fausto Pirandello del 1939 di oltre due metri, ho voluto esporre «Autoritratto con pipa» di Antonio Bueno, un artista di terza fascia a cui ho reso omaggio con l’opera più bella che ha realizzato.

Collezione Casamonti a Palazzo San Giorgio

Cosa significa terza fascia?
Ci sono i grandi maestri internazionali, i grandi protagonisti dell’arte italiana e gli artisti che si muovono in una sfera regionale come Bueno, in grado talvolta di spiccare il volo. 

Chi l’ha traghettata verso il contemporaneo è stato Lucio Fontana di cui ha acquistato la prima opera nel 1981. Successivamente è diventato uno dei suoi mercanti di riferimento.
Fontana è stata una folgorazione e rappresenta per me un punto di riferimento. Tutte le mie gallerie sono sempre state inaugurate con lui e lo stesso avverrà il 10 novembre a Milano con l’ampliamento del nuovo spazio in via Fatebenefratelli. In collezione ci sono sei lavori, tra cui una terracotta del 1935 e due dei quattro «Barocchi» esagonali realizzati nel 1956.

Saranno richiesti in continuazione per le mostre.
Le opere della collezione saranno inamovibili. Chi vuole vederle, dovrà venire a Firenze. Per i prestiti metto a disposizione altri lavori, non quelli custoditi a Palazzo San Giorgio.

Anche Alberto Burri è ben rappresentato con due «Sacchi» e una «Combustione». È più importante Fontana o Burri?
Potrei dirle Burri...non posso rispondere a questa domanda. Sono stati due artisti che con la loro azione hanno aperto all’arte nuove strade che in precedenza parevano impraticabili.

Nell’ambito dei movimenti italiani qual è l’artista mancante?
L’Arte Povera è ben documentata con Pierpaolo Calzolari, Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini, Giuseppe Penone. Mi manca però Luciano Fabro e se trovassi un’«Italia rovesciata» la comprerei.

Lei per molto tempo è stato un po’ snobbato dal sistema dell’arte che la relegava nella categoria dei mercanti, mentre privilegiava i cosiddetti galleristi talent scout. Una distinzione spesso non chiara che ha contraddistinto in particolare il sistema italiano. Poi c’è stato un ampio riconoscimento e la partecipazione alle più importanti fiere internazionali. Oggi questo pregiudizio appare ampiamente superato e anche i più insospettabili chiedono udienza. Ha sofferto questa situazione?
Ho sempre fatto il mio lavoro con passione prendendomi non pochi rischi e dando un contributo importante alla crescita del collezionismo italiano. Del resto, la storia della Tornabuoni Arte, sempre in crescita anche nei momenti di crisi, lo dimostra. Mi ha comunque fatto molto piacere che nel 2020 l’ANGAMC (Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea) mi abbia assegnato il premio alla carriera dopo Giorgio Marconi e prima di Tucci Russo e Lia Rumma.

Cosa farà dopo l’apertura di Palazzo San Giorgio?
Questa è la mia ultima grande impresa, il coronamento di una vita. Ora tocca ai miei figli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alberto Fiz, 28 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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