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Davide Landoni
Leggi i suoi articoliAppena affianco ad alcuni tombini parigini si può scorgere una targa con scritto: «Ici commence la mer, ne rien jeter». Ovvero, «Qui comincia il mare, non gettare nulla». L'indicazione è pratica e lirica al tempo stesso, restituisce in modo immediato il percorso che compie ogni cosa gettata negli interni oscuri dei pozzetti stradali. In questo caso, dalle fogne passerà alla Senna, e di lì al Canale della Manica, entrando in mare. In maniera più estesa, suggerisce che ogni nostra azione, anche se non ne vediamo gli sviluppi precisi, implica una conseguenza.
A Milano, alla Fondazione Elpis, la prima personale italiana di Villiam Miklos Andersen (Kalundborg, Danimarca, 1995) prova a suggerirci l'operazione contraria. Ci chiede, idealmente, di pensare alla sorgente di tutti i comfort di cui godiamo ogni giorno. Per esempio: arrivare sulla via di casa in macchina, aprire il cancello del box ancora prima di svoltare, parcheggiare nel suo protetto interno, recuperare il pacco che il più famoso servizio di consegne ci ha recapitato davanti all'uscio, entrare nell'abitazione, alzare il riscaldamento, ordinare la spesa a domicilio, ritirarla, farsi una doccia, accendere la televisione, o l'abat-jour, e leggere un libro.
Oppure, plasticamente: aprire il rubinetto e vedere l'acqua, magicamente, scendere. Direte: «ma non è magia, è normale». E avete ragione. Ma nei suoi tre piani, l'esposizione, intitolata Smooth Operator, invita a immaginare il percorso che l'acqua compie per lavare le nostre mani, nei nostri lavandini. Ci stimola, allargando la prospettiva, a ripercorrere - fin dove conoscenze e immaginazione ce lo consentono - la filiera che costruisce le nostra comodità. Le persone - con la fatica, i sacrifici - che operano attraverso i loro corpi, le loro mani e il loro tempo per sorreggere la nostra agiata esistenza. Senza eccessivo giudizio o accusa, ma con un chiaro invito alla consapevolezza.
Al cuore della riflessione, questa tesi: il comfort è il primo dei prodotti, è pressoché istituzionalizzato, pur con gradi ed estremi differenti. Ma qual è il suo costo emotivo ed economico? Quanto vale la protezione e la circolazione del benessere? Domande da porsi per evitare di riscoprirci troppo simili a smooth operator, l'escort internazionale cantata da Sade nel 1984, che grazie al cinismo e distacco emotivo riuscì a compiere con facilità la sua ascesa sociale. E che qui dà il titolo alla mostra.
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Transactions (The Green King), Fondazione Elpis. Foto Agostino Osio
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Verkstadskärra 3 (Ångenhet), Fondazione Elpis. Foto Agostino Osio
Andersen riesce a stimolare tali ragionamenti operando, per mezzo delle sue opere, slittamenti di senso che giocano con la percezione reciproca e i codici condivisi dalla nostra società. Particolarmente ben riusciti, in tal senso, gli intarsi che occupano buona parte del piano terra. Subito un appunto sulla tecnica: pregiata, raffinata, con tasselli levigati che si uniscono armoniosamente, evitando gradini e imperfezioni, generando un'immagine perfetta, risultato di tempo e cura, la quale contrasta con le scatole in legno grezzo che fungono da cornice. Ma anche con il contenuto stesso, ruvido e sudato, dell'immagine. Uomini al lavoro, impiegati nei settori logistici, di produzione e di trasporto. Quelli che dimentichiamo quando fruiamo dei nostri beni quotidiani, qui riprodotti artisticamente con attenzione e pazienza.
Andersen ne mette in risalto le mani (Transactions (The Green King), 2024), la sofferenza (Transactions (the middleman), 2024), l'impegno (Transactions (counting stock), 2024). Azioni di routine come scansionare codici a barre, smistare merci e contare scorte sono tradotte in una tecnica artigianale meticolosa, legata a immagini preziose. In collaborazione con artigiani incontrati dall'artista in India, la realizzazione stessa della scena rallenta il tempo di ciò che rappresenta. L’inquadratura stretta isola il gesto e porta in primo piano il contatto tra mani e prodotti. Sono fra le poche interazioni del corpo dentro una filiera iper-ottimizzata, è la dimensione umana residuale nella logistica contemporanea.
La tensione tra lentezza e velocità, mobilismo e immobilismo, fatica e benessere, conflitto e cura, emerge in modo installativo in Verkstadskärra 3 (Ångenhet), 2026. Si tratta di una sauna da campo mobile, allestita all'interno di un carro militare, che lo stesso artista ha guidato dalla Danimarca fino all'Italia, documentando tutto con un video proiettato in loop al suo interno. La scocca blindata è estranea al contesto milanese e rimanda a distanti scenari di conflitto. La presenza della sauna dentro un mezzo bellico pone in tensione la durezza funzionale di un mezzo della guerra fredda (war-fare) e la promessa di benessere legata alla pratica della sauna (welfare). Cura e protezione condividono lo stesso telaio, forse la stessa matrice. L’oggetto innesca una riflessione su ciò che siamo disposti a costruire e trasportare in nome del benessere.
Linea tematica che prosegue anche nel basement, dove l'insegna al neon - Radioso (2026) - diffonde una luce che cambia la percezione della stanza e orienta nuove relazioni, come ci trovassimo all'improvviso all'interno di un locale queer. Sembra suggerirci un percorso di maturazione, di maggior lucidità sui meccanismi della nostra quotidianità. La musica che proviene dal DJ set allestito nella stanza affianco, la stessa che ha accompagnato il viaggio della sauna in Europa, sembra consolatoria. Ma nel terzo ambiente ecco una nuova prova. Water Sports (2024,ì), ovvero quattro sculture in rovere che riproducono degli orinatoi maschili delle aree di servizio.
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Water cooler, Fondazione Elpis
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Installation view, Fondazione Elpis. Foto Agostino Osio
Grazie al legno, gli elementi si caricano di presenza sensoriale e olfattiva. Nella fascia solitamente dedicata alle pubblicità, una sequenza di immagini mostra una nave cargo nel fiordo di Narvik, porto strategico per l’esportazione di minerale di ferro dal nord della Svezia. La nave entra nell'insenatura, indugia, riparte a pieno carico. Il gesto si ripete. Fotografata dall'artista a distanza, in una modalità quasi voyeuristica, da quattro punti di vista diversi, la sequenza si dispiega come un ritmo di penetrazione ed estrazione. Continuo, inarrestabile, perpetuo, mentre gli utilizzatori del bagno finiscono quel che devono, noncuranti di tutto se non dei proprio bisogni, in questo caso fisiologici.
Ma come detto in apertura di articolo, non c'è accusa diretta da parte dell'artista, che ben comprende come siamo tutti, dopotutto, parte di questo meccanismo, a nostra volta incastrati in un sistema claustrofobico, da cui è difficile trovare una via di fuga. Divertenti, quelle proposte da Andersen al piano superiore. Cabin 1, 2, 3 riproducono con forme e colori accattivanti strutture che richiamano al contempo box di carico, bagni chimici o spogliatoi. Cabine che in un mondo dove gli spazi pubblici e di lavoro rischiano di sovraccaricare il nostro perimetro personale, sollecitato da criteri performativi e competitivi, possono talvolta configurarsi come come un’unità minima di protezione e di esposizione. Uno spazio in cui sostare, trasformarsi o isolarsi. Anche durante la visita della mostra.
Una funzione analoga, anche se dalla natura più aggregativa, è ricoperta anche da Water Cooler (2026). Una riproduzione in bronzo, onice e luce LED di un distributore dell'acqua: un’unità monumentale e democratica dell’ufficio, un punto d’incontro paradossale dove il bere diventa rituale, micro-socialità e appartenenza. Se vogliamo, paragonato ad altri contesti di lavoro, si tratta in ogni caso di un piccolo lusso. Il comfort prende qui la forma di un privilegio condiviso da un club di colleghi in cerca di un riparo nel paesaggio del luogo di lavoro. L'opera, nel suo complesso, sembra condensare in un dispositivo, reso monumentale ed esteticamente appetibile, le superficie logiche stratificate che raggiungono l’impiegato contemporaneo da molto lontano, attraverso filiere logistiche e tempi geologici.
Un ultimo appello a sviluppare una visione complessa, olistica, che miri a svelare i meccanismi del mondo e non solamente ad appartenere ad essi.