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Giorgio Bonsanti
Leggi i suoi articoliPromosso dall’Italian Group of the International Institute for Conservation (IGIIC), il 15 ottobre ha avuto luogo a Spoleto (Teatro Nuovo Giancarlo Menotti) il convegno «Restauro in scena» sulla conservazione e riuso degli apparati storici di scena: si è parlato soprattutto di sipari, ma il discorso ha coinvolto tutti gli elementi che concorrono a presentare al pubblico ogni componente dello spazio teatrale. In effetti, per molti, tra cui il sottoscritto, la nomenclatura dei singoli oggetti risultava inedita (sapete cosa sono gli arlecchini? Le americane?), mentre è il pane quotidiano di tutti coloro che prendono parte attiva a portare in scena pièce di teatro e d’opera (ma i fondali, ad esempio, svolgono una funzione anche nel caso di concerti).
Innesco alla riflessione è stato il benvenuto riconoscimento del «Sistema dei teatri condominiali all’italiana nell’Italia centrale fra il XVIII e il XIX secolo» quale Patrimonio Mondiale Unesco, lo scorso 26 luglio 2026. In effetti, come è stato ricordato da Stefania Petrillo dell’Università di Perugia nella sua apprezzata introduzione, un censimento effettuato nel 1868, e quindi ancora privo dei teatri del Lazio, contava in tutta Italia la bellezza di 942 teatri, di cui 44 soltanto in Umbria. Che poi si tratti di gioielli straordinariamente affascinanti e quasi commoventi nel richiamare meravigliose occasioni non soltanto di cultura, ma di aggregazione, dei secoli passati, credo stia nell’esperienza personale di ognuno. I casi specifici illustrati dai partecipanti hanno presentato in tutta la sua complicazione la casistica offerta da questi manufatti: grandi, spesso grandissime dimensioni, tecnica di pittura delicata (vige la tempera magra), uso continuo nei secoli, lunghi periodi di oblio e condizioni di conservazione totalmente inadatte...e, naturalmente, tutte le problematiche specifiche: qual è la finalità del restauro? Intendiamo rimettere i sipari, ad esempio, in condizioni di funzionare ancora come tali, o magari li degradiamo a fondali fissi (ma ci vogliono gli spazi adeguati...)? E occorre considerare che in massima parte i teatri non avevano né hanno una torre scenica di altezza sufficiente ad appendere i sipari con un sistema di tiro «in prima», di norma è «in terza», ossia il sistema di appensione si svolge in tre fasce orizzontali, con sistemi di elevazione spesso manovrati ancora a mano (quelli elettrici sono molto più progressivi e graduali). Il tutto tenendo conto di un argomento fondamentale, che apparenta i sipari ad altre classi di manufatti per i quali si pone il problema del recupero di un eventuale riutilizzo di funzioni, ovvero di limitarsi a un semplice ristabilimento estetico: così gli strumenti musicali (devono suonare nuovamente oppure no?) e i veicoli storici (e le automobili? Se vogliamo che tornino sulle strade, quanto si può eventualmente sostituire nelle componenti meccaniche, nella carrozzeria? https://www.ilgiornaledellarte.com/Articolo/E-un-restauro-se-lo-fa-un-restauratore)
In genere è chiaro che i sipari dovrebbero essere rimessi in grado di funzionare, e quindi si tratta di sostenerli con foderature parziali o totali, con tele di appoggio fermate a punti, e in somma intervenendo in tutto ciò che permetterebbe di restituire la funzionalità. E in questi casi, una preoccupazione che alcuni degli intervenuti discutevano con sensibilità, era quanto le regole della teoria del restauro fossero applicabili ad oggetti che avrebbero dovuto, appunto, assumere funzioni pratiche, e che comunque si caratterizzano di particolarità specifiche, come le dimensioni (il sipario del Petruzzelli di Bari, ahimè distrutto nell’incendio, si estendeva per 250 metri quadrati): ha un senso allora porsi il problema della riconoscibilità o del minimo intervento nelle operazioni integrative moderne? Tenendo comunque conto che nella massima parte dei casi si ha a che fare non tanto con lacune (a meno di atti vandalici, come anche è stato illustrato nel convegno), quanto, sempre, con abrasioni, provocate sulla pittura a tempera magra dall’uso continuato. Molti interrogativi mi si sono presentati assistendo all’illustrazione dell’operazione encomiabile compiuta sul cosiddetto Olimpichetto, una replica a dimensioni minori del fronte di scena e delle prospettive del Teatro Olimpico palladiano di Vicenza (gli originali cinquecenteschi di Vincenzo Scamozzi) realizzata nel 1948 su ideazione del regista teatrale Guido Salvini. Polistirolo, legno, tela, cartapesta, questi i materiali del tutto usuali in casi del genere impiegati nell’occasione. Il risultato è stato esposto recentemente a Vicenza (dicembre 2025 - marzo 2026), e rappresenta un emblema del rapporto fra la città e la sua eredità palladiana nel Novecento. Qui, dunque, il valore assunto dall’oggetto è tipicamente di affezione sentimentale; non certo di ideazione, perché quella continua a spettare allo Scamozzi, né di realizzazione materiale, perché gli attrezzisti teatrali sono capaci di quella e ben altre meraviglie. Siamo dunque ai limiti della applicabilità di esercizio della tutela, ma è pur vero che da qualche tempo, e soprattutto su sollecitazione di carte internazionali e di approcci alle problematiche che prevedono un maggiore coinvolgimento delle comunità interessate («stakeholders»), si tengono maggiormente in conto le volontà locali, che comprensibilmente non sono particolarmente interessate ai principi del restauro quanto a riavere i beni in questione presenti e fruibili in mezzo a loro. I partecipanti al convegno (nel senso di coloro che hanno presentato comunicazioni: non posso elencarli tutti, se ne troveranno i nomi in rete) hanno presentato i casi di teatri diffusi per tutto il Paese: da Vittoria a Ripatransone (AP), da Spoleto a Feltre e a Como, da Caserta a Parma; un caso, quest’ultimo, illustrato dai due scenografi modenesi Rinaldo Rinaldi e Maria Grazia Cervetti, autori di un bel recupero di un complesso di fondali e quinte su carta, realizzati nel 1913 dallo scenografo Giuseppe Carmignani, che mi sono apparsi di qualità inventiva e sapienza di realizzazione assolutamente straordinarie. E dunque, è da sperare che si trovino i finanziamenti per pubblicare gli Atti, perché un pubblico non specializzato avrebbe molto da imparare; ma trattandosi di tipologie particolari, interesserebbero sicuramente a chiunque si interessi di restauro.
Sipario del Teatro Nuovo di Spoleto, Francesco Coghetti, 1860-61, Sconfitta di Annibale sotto Spoleto
Giorgio Bonsanti
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