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Elisabetta Di Maggio, «Moscow Metro», 2025 (particolare)

Archivio Elisabetta Di Maggio. Foto: Francesco Allegretto. Courtesy dell’artista

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Elisabetta Di Maggio, «Moscow Metro», 2025 (particolare)

Archivio Elisabetta Di Maggio. Foto: Francesco Allegretto. Courtesy dell’artista

Scegliere, rischiare, durare: la responsabilità del museo nel tempo dell'arte

Il «sistema» (dai curatori ai musei, al mercato e, oggi, anche gli algoritmi) seleziona continuamente. Ciò che sembra essersi indebolito è la responsabilità del giudizio. Oggi sono le istituzioni museali ad avere il compito di interrompere, almeno qualche volta, il circuito delle conferme e delle scelte compiute altrove. Devono poter rischiare, motivare le proprie decisioni e offrire al pubblico gli strumenti per discuterle

Chiara Bertola

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La domanda su chi decida davvero quanto vale l’arte contemporanea non ammette una risposta semplice. Il valore si costruisce attraverso una trama di scelte: quelle dei critici e dei curatori, dei musei e delle gallerie, delle biennali, delle fiere, dei collezionisti, del mercato e, oggi, anche degli algoritmi. Nessuno decide da solo, ma ciascuno contribuisce a rendere un artista visibile o invisibile. Il rischio è che questa rete finisca per alimentare un circuito di conferme reciproche: si espone chi è già esposto, si acquisisce chi è già riconosciuto, si considera importante chi ha accumulato abbastanza attestazioni di importanza.

Il sistema, dunque, seleziona continuamente. Ciò che sembra essersi indebolito è la responsabilità del giudizio: la disponibilità a dichiarare perché un’opera ci appare necessaria, perché scegliamo proprio quell’artista e quale rischio siamo disposti ad assumerci nel sostenerlo. Una mostra è già un atto critico.

Da quando ho cominciato a lavorare accanto agli artisti, ho cercato di stare il più vicino possibile al loro fare, condividendo la costruzione di un progetto e anche i dubbi, gli arresti e le trasformazioni che lo accompagnano. Continuo a credere che questa prossimità sia una condizione fondamentale del lavoro curatoriale. Ma richiede qualcosa che oggi sembra sempre più raro: tempo. Senza tempo e approfondimento si producono parole generiche, si intercettano tendenze, si riconosce ciò che è già riconoscibile. Si può essere molto informati e, tuttavia, non avere realmente guardato.

Il tempo dell’arte non coincide necessariamente con quello della sua visibilità. Esistono artisti immediatamente accolti dal mercato e dalle istituzioni, altri il cui lavoro si rivela lentamente; artisti capaci di occupare la scena e altri che continuano, quasi in solitudine, a offrirci interpretazioni rigorose del mondo. Il prezzo è un dato potente, ma non è una misura sufficiente del valore. Neppure il curriculum lo è. Entrambi possono indicare il riconoscimento ottenuto da un artista, non garantire la forza delle sue opere.

Adesso che lavoro in un museo con una posizione di responsabilità (direttrice della Gam di Torino da inizio 2024, Ndr) capisco che il ruolo di un museo non dovrebbe limitarsi a registrare le scelte compiute altrove. Ha il compito di interrompere, almeno qualche volta, il circuito delle conferme; di tornare a guardare ciò che è rimasto ai margini, dimenticato o non ancora riconosciuto. Deve poter rischiare, motivare le proprie scelte e offrire al pubblico gli strumenti per discuterle. Se rinuncia a questa responsabilità, il museo arriva sempre dopo: certifica un valore già prodotto dal mercato, dalla moda o dal consenso professionale. Diventa una cassa di risonanza, mentre dovrebbe essere anche un luogo di resistenza e di scoperta.

La selezione non riguarda soltanto la novità. Nei musei lavoriamo dentro un’eredità che non è un insieme inerte di beni, ma una materia da interrogare e rimettere in movimento. L’eredità, a differenza del patrimonio, si sceglie: richiede una decisione e una presa di posizione critica. Ho sperimentato a lungo, alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, quanto l’incontro tra un artista e le opere, gli spazi o persino le «macerie» di un museo possano riportare alla luce significati rimasti sepolti. Gli artisti lavorano talvolta come un aratro: rimescolano le zolle del tempo e fanno riemergere ciò che non sapevamo più vedere.

Anche oggi, alla Gam di Torino, sento che la responsabilità di un museo consiste nel tenere insieme due direzioni: riconoscere le ricerche del presente e riaprire continuamente il passato. Le vie che sembrano più nuove seguono spesso tracce antichissime. Un’opera contemporanea può cambiare la lettura di un’opera storica, così come una collezione può sottrarre il contemporaneo all’obbligo di apparire sempre nuovo. Selezionare significa costruire relazioni, verificare la tenuta delle opere nel tempo e accettare che il giudizio possa essere discusso, persino smentito.

Che fine ha fatto, dunque, la critica? Non credo sia semplicemente scomparsa. Può vivere in un testo, ma anche nella costruzione di una mostra, in un accostamento inatteso, in un’acquisizione coraggiosa, nella decisione di accompagnare un artista prima che arrivino tutte le conferme, di proporre artisti maestri alle nuove generazioni. Muore, invece, quando abdica al dubbio e si limita a ripetere il consenso; quando sostituisce la frequentazione delle opere con la velocità dell’informazione; quando confonde l’apparire con il durare.

Non esiste un soggetto autorizzato a stabilire una volta per tutte quanto valga un’opera. Esiste però la responsabilità di scegliere e di rendere leggibili le ragioni di quella scelta. Per chi cura, questo significa guardare a lungo, ascoltare gli artisti, conoscere ciò che è venuto prima e restare disponibile a ciò che ancora non possiede un nome o una conferma. Forse il compito della critica è proprio questo: creare le condizioni perché l’opera possa essere vista davvero, liberandola, almeno per un momento, dal peso del valore che il sistema le ha già attribuito o negato.

Chiara Bertola, 14 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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