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Rotta umanistiche nelle Marche tra Gotico e Rinascimento

Città comunali, corti umanistiche, porti adriatici e grandi santuari conservano nelle Marche uno dei paesaggi più stratificati e continui dal Medioevo all’Umanesimo

Carlino Corezzi

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Crocevia tra mondo bizantino, cultura comunale e corti umanistiche, le Marche hanno sviluppato nei secoli una fitta rete di città autonome, monasteri, porti adriatici e centri manifatturieri che favorì la continua circolazione di artisti, modelli figurativi e linguaggi culturali. La vicinanza con Toscana e Umbria, i traffici lungo l’Adriatico e il ruolo esercitato dalla corte dei Montefeltro a Urbino hanno progressivamente trasformato la regione in uno dei principali territori di mediazione artistica dell’Italia centro-adriatica tra Trecento e Cinquecento.

Nel corso del XIV e XV secolo, Ancona, tra le antagoniste commerciali della Serenissima, si apre ai traffici e ai modelli culturali dell’Adriatico veneziano, le piccole signorie dell’entroterra intrecciano rapporti con Emilia, Lombardia e Toscana, e città manifatturiere come Fabriano costruiscono la propria ricchezza attraverso commerci e produzioni specializzate. In questa rete mobile di scambi e influenze convivono culture figurative diverse: il tardo gotico di ascendenza nordica, la tradizione bizantina, ancora presente lungo l’Adriatico, e le prime ricerche prospettiche rinascimentali, che troveranno nella corte dei Montefeltro a Urbino uno dei centri più avanzati. Nelle Marche, Gotico e Rinascimento non appaiono quasi mai separati in modo netto: il naturalismo minuzioso del Gotico internazionale convive ancora oggi con la misura prospettica rinascimentale e città, architetture e paesaggi conservano stratificazioni storiche che altrove il tempo ha cancellato. In pochi chilometri di distanza si passa dall’eleganza tardogotica di Gentile da Fabriano alla geometria prospettica della corte di Federico da Montefeltro, dalle città comunali di Ascoli Piceno, che all’epoca vantava circa 200 torri, alla monumentale architettura rinascimentale della devozione di Loreto. Camerino partecipa alla costruzione del Rinascimento marchigiano attraverso la corte dei Da Varano, una delle più importanti signorie dell’entroterra appenninico. Qui la cultura umanistica si sviluppa in una dimensione ancora profondamente legata alla tradizione tardomedievale, tra miniature, devozione, cultura libraria e aperture figurative che precedono la piena affermazione del linguaggio rinascimentale. Attorno al Palazzo Ducale si forma una corte raffinata aperta alla pittura e alla cultura umanistica, in dialogo costante con Umbria, Toscana e Adriatico, che oggi si riflette nella sovrapposizione tra impianto medievale, architetture tardogotiche e prime trasformazioni rinascimentali conservate nel tessuto urbanistico della città.

Loreto

Ad Ancona, questa transizione resta oggi leggibile soprattutto nel centro storico alto, dove architetture tardogotiche e primi elementi rinascimentali si affacciano lungo l’asse che collega il porto medievale alla città religiosa e mercantile. La Loggia dei Mercanti conserva ancora la facciata gotica veneziana, costruita a metà Quattrocento da Giorgio di Matteo da Zara, scandita da archetti, pinnacoli e sculture decorative pensate per rappresentare il potere economico della corporazione mercantile cittadina. Poco distante, il portale della Chiesa di San Francesco alle Scale mostra una monumentalità scultorea di matrice gotico-veneziana, già aperta alla nuova cultura rinascimentale. Accanto alla Loggia dei Mercanti e alla Chiesa di San Francesco alle Scale, anche edifici come Palazzo Benincasa testimoniano la progressiva diffusione nelle Marche del gotico adriatico di matrice veneziana e dalmata, riconoscibile nell’uso decorativo di archetti, trafori e facciate scolpite. Nell’entroterra anconetano, tra Duecento e Quattrocento Jesi sviluppa uno dei principali sistemi urbani legati alla cultura comunale marchigiana. Circondata ancora oggi da una delle più integre cinte murarie medievali della regione, la città cresce in una posizione strategica lungo gli assi che collegano la costa adriatica alle vallate interne, dove funzioni civili, religiose e mercantili restano fortemente legate. Palazzo della Signoria, costruito tra il 1486 e il 1498 su progetto di Francesco di Giorgio Martini, introduce nel tessuto medievale jesino una nuova monumentalità rinascimentale. A Urbino il Rinascimento assume invece la forma di un progetto politico e intellettuale preciso. Il Palazzo Ducale, costruito nella seconda metà del Quattrocento per Federico da Montefeltro, non è soltanto una residenza signorile, ma uno dei principali laboratori della cultura umanistica e dell’architettura rinascimentale italiana. Attorno alla corte urbinate gravitano figure come Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini e Piero della Francesca; nello Studiolo del duca prende forma l’idea umanistica del sapere come costruzione ordinata del mondo. Eppure, stretta fra possenti mura, anche la città ideale rinascimentale conserva al suo interno una struttura profondamente medievale. Le vie strette e ripide, le salite improvvise, la densità dell’impianto urbano e il rapporto continuo con il paesaggio collinare fanno sì che il Rinascimento urbinate non appaia mai del tutto separato dalla città trecentesca su cui si innesta, ancora oggi chiaramente leggibile.

Jesi. Foto Paradisi

Nel settore settentrionale dell’Appennino marchigiano, Cagli occupa una posizione storicamente strategica lungo la Via Flaminia e i collegamenti tra Adriatico e Italia centrale. Ricostruita in parte dopo l’incendio appiccato dai ghibellini nel 1287, la città è profondamente legata alla politica territoriale dei Montefeltro. Il Torrione martiniano progettato da Francesco di Giorgio Martini a fine Quattrocento, insieme al sistema di fortificazioni e ai percorsi sotterranei collegati alla struttura difensiva, testimonia il ruolo strategico assunto da Cagli nel sistema politico e militare del ducato urbinate. Anche qui il Rinascimento non sostituisce il paesaggio medievale, ma si innesta su una geografia urbana e territoriale già consolidata lungo i principali assi viari appenninici. Se il Rinascimento urbinate rappresenta il volto prospettico e matematico del Quattrocento italiano, Fabriano conserva uno dei nuclei più importanti del Gotico internazionale. Qui nasce e si forma Gentile da Fabriano, autore dell’Adorazione dei Magi, capolavoro (oggi agli Uffizi) che sintetizza preziosismo decorativo, attenzione luministica e apertura europea della pittura tardogotica, un linguaggio che nelle Marche attraversa anche i cicli tardogotici dei fratelli Salimbeni, originari di San Severino Marche, nell’Oratorio di San Giovanni Battista a Urbino. Tra il XIV e il XV secolo Fabriano è uno dei principali centri manifatturieri europei legati alla produzione della carta, documentata in città fin dal XIII secolo. Qui vengono perfezionate innovazioni tecniche come la filigrana e l’utilizzo delle gualchiere idrauliche, trasformando la produzione cartaria in una delle attività che più contribuiscono alla diffusione della scrittura e della cultura nel vecchio continente. Ancora oggi questa storia attraversa la città: nelle antiche cartiere, nelle gualchiere medievali ricostruite e nella lunga continuità produttiva che fino a oggi ha legato il nome di Fabriano alla carta.

Più a sud, Loreto mostra un altro volto del Rinascimento marchigiano. Il Santuario della Santa Casa nasce come luogo di pellegrinaggio tardo medievale, legato al culto della Santa Casa, venerata dalla tradizione cattolica come la dimora della Vergine Maria miracolosamente trasportata da Nazareth a Loreto alla fine del Duecento. La piccola struttura venerata dai pellegrini viene progressivamente inglobata dentro una basilica costruita secondo nuovi principi di ordine, simmetria e monumentalità, mentre attorno al santuario si sviluppano piazze, facciate e spazi urbani pensati per rappresentare il prestigio politico e culturale della Chiesa nell’età moderna. Il complesso lauretano assume la propria configurazione monumentale dalla fine del Quattrocento, quando viene avviato un vasto programma di trasformazione dell’intero assetto urbano del santuario. La costruzione della nuova basilica, iniziata nel 1469, e del Palazzo Apostolico di Loreto, avviato agli inizi del Cinquecento su progetto di Donato Bramante e proseguito da Andrea Sansovino, Antonio da Sangallo il Giovane (e più tardi Luigi Vanvitelli), trasformano il santuario medievale in uno dei più articolati complessi architettonici del Rinascimento italiano. Basilica, piazza e palazzo vengono concepiti come un insieme unitario fondato su simmetria, ordine geometrico e controllo prospettico dello spazio, senza interrompere la funzione originaria di luogo di accoglienza, attraversato per secoli da pellegrini, mercanti e viaggiatori di tutta Europa.

Palazzo Ducale, facciata dei torricini

Nel Museo Pontificio Santa Casa il racconto del Rinascimento marchigiano emerge nelle opere di Lorenzo Lotto, che trascorse a Loreto gli ultimi anni della sua vita ed eseguì le tele del ciclo lauretano, originariamente destinate al coro della basilica. In queste opere il linguaggio inquieto e intensamente psicologico di Lotto incontra la dimensione internazionale del cantiere lauretano, trasformando Loreto in uno dei nodi artistici più vitali del Rinascimento adriatico. Il rivestimento marmoreo della Santa Casa di Loreto è uno dei punti in cui il passaggio tra cultura medievale e rinascimentale si esprime in maniera più evidente. La struttura medievale della Santa Casa non viene sostituita, ma progressivamente racchiusa tra 1511 e 1538 entro il monumentale rivestimento marmoreo realizzato su un progetto attribuito a Donato Bramante: una complessa macchina architettonica e scultorea pensata per trasformare il culto in rappresentazione. Attorno alla struttura originaria si sviluppa un articolato apparato di colonne corinzie, rilievi scultorei, nicchie e fregi dedicati alla vita della Vergine, realizzato da Giovan Cristoforo Romano, Andrea Sansovino, Rinieri Nerucci e Antonio da Sangallo il Giovane, con interventi di diversi scultori del cantiere lauretano.

Ultima tappa, imprescindibile, è Ascoli Piceno, che conserva una straordinaria continuità urbana, resa evidente dal travertino chiaro, estratto dalle cave del territorio, utilizzato per secoli nelle costruzioni che ancora oggi definiscono l’identità architettonica cittadina, popolata di torri medievali, palazzi comunali, logge mercantili, chiese gotiche e portici rinascimentali. La configurazione attuale di Piazza del Popolo è stata definita tra Quattrocento e Cinquecento attraverso la progressiva regolarizzazione dello spazio medievale: case-torri ed edifici comunali vengono ricondotti a un nuovo equilibrio urbano fatto di allineamenti prospettici, uniformità dei fronti e continuità porticata, senza cancellare l’impianto gotico originario. Qui si affacciano il Palazzo dei Capitani del Popolo, nato dalla fusione di edifici medievali differenti e rielaborato tra Duecento e Quattrocento, e il complesso della Chiesa di San Francesco, iniziato nel XIII secolo secondo il linguaggio del gotico mendicante e ampliato nei secoli successivi mantenendo ancora leggibile il rapporto storico tra architettura civile, religiosa e vita pubblica. Accanto ai grandi centri monumentali, il paesaggio marchigiano conserva inoltre una fitta rete di città murate e borghi fortificati — da Gradara a San Ginesio — in cui Medioevo e Rinascimento continuano, ancora oggi, a sovrapporsi senza fratture nette. 

Ascoli Piceno. Foto Turismo Marche

Carlino Corezzi, 21 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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