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«Mass» (2017), di Ron Mueck. Parigi, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain. Cortesia della Galleria Nazionale di Victoria, Melbourne, Felton Bequest 2018. Foto © Marc Domage

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«Mass» (2017), di Ron Mueck. Parigi, Fondation Cartier pour l’Art Contemporain. Cortesia della Galleria Nazionale di Victoria, Melbourne, Felton Bequest 2018. Foto © Marc Domage

Ron Mueck e l’invasione dei 100 teschi giganti

Nella Triennale Milano la prima personale in Italia dell’ex Young British Artist, che ha abbandonato la resa lenticolare dei dettagli per puntare sulla tensione delle figure multiple

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

«Questi teschi erano persone. Persone come noi. Siamo noi». Ron Mueck, l’autore della sconvolgente installazione «Mass», spiega così l’angoscia generata da questo suo colossale lavoro, nucleo della personale (la prima in Italia) che si apre dal 5 dicembre 2023 al 10 marzo 2024 in Triennale Milano. Settima mostra organizzata all’interno della collaborazione di otto anni siglata dall’istituzione milanese con Fondation Cartier pour l’Art Contemporain di Parigi, la rassegna che, seppure in forma diversa, ha esordito nel giugno scorso proprio a Parigi, è curata da Hervé Chandès, direttore della Fondazione parigina, con Charlie Clarke (studio Ron Mueck) e Chiara Agradi (Fondation Cartier).
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A Milano porta sei sculture dell’artista australiano di nascita, britannico per scelta di vita (nato a Melbourne nel 1958, dal 1986 vive e lavora nel Regno Unito) con la gigantesca installazione «Mass» (2017), commissionata dalla National Gallery of Victoria di Melbourne: 100 sculture raffiguranti teschi colossali, in dialogo con lo spazio di Triennale, del cui potere perturbante l’autore è ben consapevole: «Allo stesso tempo familiare ed esotico, commenta, il teschio disgusta e affascina contemporaneamente. È impossibile da ignorare, richiede la nostra attenzione a un livello subconscio». La stessa attenzione fatta di ipnotica attrazione e di terrore è generata da «En garde» (2023), branco di cani minacciosi di quasi tre metri d’altezza, i cui corpi sono attraversati da una tensione e da una furia palpabili, mentre in «This Little Piggy» (2023, in corso), scultura di ben minori dimensioni ispirata al romanzo Pig Earth (1979) di John Berger, un gruppo di uomini sembra accanirsi su un maiale.
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Queste opere recenti mostrano la correzione di rotta impressa da Mueck al suo lavoro: abbandonata la resa lenticolare dei dettagli della pelle, dei capelli, degli abiti di figure isolate, restituiti con quell’iperrealismo respingente che nel 1997 gli guadagnò la fama, quando espose alla Royal Academy of Arts di Londra in «Sensation: Young British Artists from the Saatchi Collection» (la mostra fondativa della Young British Art), ora Mueck preferisce appuntare la sua attenzione sulla forma e sulla tensione che si manifesta in sculture di figure multiple.
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A documentare il percorso precedente, consentendo un raffronto ravvicinato tra le due modalità, sono in mostra il piccolo «Baby» (2000), un neonato che, esposto a parete, pare un minuscolo crocifisso; il colossale «In Bed» (2005, collezione Fondation Cartier), con la donna pensierosa sotto le lenzuola, e la minuta «Woman with Sticks» (2009, anch’essa di Fondation Cartier), con la figura di donna nuda dalla pelle serica, inarcata per sorreggere il peso della fascina di rami che sta trasportando.
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Con l’edizione aggiornata del catalogo ragionato dell’opera di Ron Mueck (edito da Fondation Cartier pour l’Art Contemporain), accompagnano la mostra i due film «Still Life: Ron Mueck at Work» (2013) e «Three Dogs, a Pig and a Crow» (2023) di Gautier Deblonde e un fitto Public Program.
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Ada Masoero, 04 dicembre 2023 | © Riproduzione riservata

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