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Letizia Riccio
Leggi i suoi articoliLa figura semisconosciuta e per certi versi incompresa di Romano Dazzi, enfant prodige del disegno, figlio del più noto scultore Arturo Dazzi, riemerge grazie a un libro e a una mostra. A Roma, nella sede della Società Dante Alighieri, ha aperto «Romano Dazzi (1905-1976). Disegnatore prodigioso», con più di cinquanta disegni, lettere, volumi e un video, esposti fino a mercoledì 15 aprile; e, sempre a Palazzo Firenze, è stato presentato il volume Romano Dazzi. Disegnatore, affreschista, ceramista (De Luca Editori d’Arte, 2025), opera dello scrittore e ricercatore Niccolò Galmarini. Ha introdotto l’incontro Chiara Barbato, responsabile del Servizio Promozione arte di Palazzo Firenze.
Delle opere di Romano Dazzi, rimane testimonianza soprattutto all’interno della dimora storica custodita dal figlio Andrea, sulle colline pistoiesi; qui, nell’Archivio Dazzi di San Marcello (Pistoia), l’autore del volume e curatore della mostra (insieme a Chiara Barbato) ha trovato gran parte del materiale per i suoi studi e per l’allestimento della mostra. Racconta Niccolò Galmarini: «I personaggi che hanno influenzato il percorso di Romano Dazzi sono il nodo centrale della sua vicenda umana e artistica, più dannosi che positivi, pur con le migliori intenzioni». A supporto della sua tesi, l’autore mostra un lungo carteggio tra Romano e il suo mentore, lo storico dell’arte Ugo Ojetti, nel quale emerge la volontà di quest’ultimo di instradare il giovanissimo e talentuoso disegnatore verso una carriera da acquafortista, vedendo in lui la reincarnazione ideale di una personalità artistica di stampo rinascimentale. Niente di più lontano dalle aspirazioni di Dazzi, che grida il suo malessere e chiede di potersi esprimere nelle molteplici capacità: da bambino prodigio (studiato persino in un saggio del pedagogo Walter Beck, «Self development in drawing. Romano Dazzi and other children», esposto nella mostra) nel 1923, Romano diviene disegnatore per le truppe italiane in Libia e raffigura anche le popolazioni locali e gli animali prima ritratti al Giardino Zoologico. In seguito, si cimenta come affreschista nell'Aula Magna dell'Accademia di Educazione Fisica al Foro Mussolini della capitale.
Infine, produce ceramiche per la storica Manifattura Cantagalli di Firenze, di proprietà della suocera. I suoi manufatti vengono esposti (e lodati) nel 1930 alla IV Triennale di Arti Decorative e Industriali di Monza, accanto ai lavori di grandi designer come Giò Ponti. Tre di queste ceramiche sono ora all’interno della mostra romana; altre sei sono visibili nell’esposizione fiorentina «Firenze Déco. Atmosfere degli anni Venti», fino al 25 agosto a Palazzo Medici Riccardi. Nella vita di Romano arriva, poi, la rottura con il padre Arturo e con Ojetti, dai quali non si sente compreso. Lo storico dell’arte lo aveva, a suo tempo, allontanato dall’entourage milanese di Margherita Sarfatti, nonché dall’ambiente Futurista, affine a Dazzi per la sua attitudine allo studio del movimento. Spiega, durante l’incontro, la storica dell’arte Cinzia Virno: «Dazzi aumenta il segno grafico al punto da non vedersi più, rimane solo il movimento puro». Gli ultimi anni, (funestati dal suicidio del primogenito) Romano li trascorre nella casa sull’Appennino pistoiese, abbandonando la sua arte.
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