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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliRomane de Watteville (1993, Losanna, dove vive e lavora) è un’artista svizzera e francese. La sua ricerca ruota attorno al ritratto e si articola attraverso pittura figurativa, collage fotografici preparatori, disegno, murales e scenografia. Nei suoi lavori, punti di vista frammentati e dispositivi vicini al trompe-l’œil costruiscono immagini sospese tra intimità, sensualità e artificio, in dialogo con la storia dell’arte, il cinema e la moda.
Il suo lavoro è stato presentato, tra gli altri, presso Paris Internationale, Independent Art Fair di New York, Liste Art Basel, Hauser & Wirth a Zurigo, Huxley-Parlour a Londra, Museum Franz Gertsch a Burgdorf, Ciaccia Levi a Parigi e PLATTFORM21 al MASI di Lugano.
L’abbiamo incontrata nei giorni di preparazione di I’ll miss you when I scroll away, la mostra personale in corso all’Istituto Svizzero a Milano dal 15 aprile al 4 luglio 2026.
Come è iniziato il tuo percorso artistico?
Sono sempre stata attratta dalla pittura, dal disegno e dalle immagini in generale, ma ho studiato Belle Arti a Losanna ed è lì che ho davvero iniziato a dipingere. Prima avevo fatto un percorso universitario in storia dell’arte e storia del cinema, sempre a Losanna. Credo che questo spieghi molto del mio lavoro: da un lato ero fortemente interessata alle immagini, alla loro analisi e alla loro storia; dall’altro sentivo in qualche modo di voler fare arte, e non soltanto studiarla. Infatti, una volta entrata alla scuola d’arte, ho sentito che non sarei più tornata indietro.
Cosa ti ha portata verso la pittura figurativa?
È una cosa che è venuta abbastanza naturalmente, anche se in Svizzera non ci sono molti pittori figurativi della mia generazione, quindi credo di aver cercato riferimenti altrove. Mi sento molto attratta da una certa scena americana, ma anche dalla pittura rinascimentale italiana e da un certo primitivismo, probabilmente proprio per via della mia formazione. Ci sono immagini, atmosfere e modi di costruire una scena già interiorizzati culturalmente e che continuano a tornare nel mio lavoro.
Il genere del ritratto sembra essere uno di questi, anche quando non è esplicitamente al centro dell’immagine.
Faccio molti ritratti e molte nature morte, e credo che in entrambi i casi il punto di partenza sia una riflessione sul punto di vista. Per molto tempo ho usato me stessa come strumento, ma anche come posizione da cui guardare. Il ritratto, per me, è quindi sempre un modo di ragionare su chi guarda e su chi viene guardato. Nelle mie opere compaiono spesso schermi, specchi, riflessi, e c’è sempre questo piccolo slittamento: non sai più se stai osservando un personaggio o se, in qualche modo, sei tu a essere osservato da lui. Mi interessa molto questo gioco, perché coinvolge direttamente lo spettatore e lo mette dentro la scena.
Eppure, nella tua opera il corpo appare spesso frammentato, mai completamente esposto allo sguardo.
All’inizio dipingevo molto me stessa, e la frammentazione è stata un modo per tenere l’intimità al riparo. Se mostro un corpo, spesso non mostro il volto; se mostro il volto, magari lo faccio solo in parte, in un close-up, oppure lo nascondo con un cappello, degli occhiali, un travestimento. Mi interessa questa idea del vestirsi, del giocare un ruolo, del diventare qualcun altro. Quando mi dipingo non sto davvero raccontando me stessa, ma una possibile versione di me, una proiezione. Allo stesso tempo, il corpo frammentato lascia spazio allo spettatore: chi guarda può entrarci dentro, può immaginare la propria storia. In fondo, quando un dipinto è finito, è giusto che non sia più solo mio.
Romane de Watteville. Ritratto dell'artista in studio
Qual è il ruolo dell’abbigliamento, della moda, in questo?
La moda è molto presente nei miei dipinti, e non solo come dettaglio estetico. Mi interessa come costruzione dell’identità, come travestimento, come modo di apparire. È curioso, perché nella vita quotidiana, mentre dipingo, sono sempre vestita nello stesso modo, con i miei abiti da studio pieni di macchie. Quello è forse il momento più reale del mio essere artista. Ma nel momento pubblico - un opening, un incontro, una presentazione - entra in gioco un’altra figura: in qualche modo ci si aspetta che l’artista si vesta da artista, che si prepari a essere guardata, a stare in scena. Nei dipinti lavoro molto su questa tensione tra il momento intimo del fare e quello pubblico della rappresentazione.
Questa tensione ha a che fare anche con il soggetto femminile e, quindi, con il modo in cui viene guardato.
Sì, inevitabilmente. Essere una donna, avere un corpo, essere guardata: tutto questo comporta già una forma di performance. In un certo senso può essere più facile dipingere un corpo nudo che stare in piedi davanti al pubblico, vestita, come artista. C’è qualcosa di molto strano in questa esposizione. E poi c’è tutta la storia dell’arte, naturalmente: se si pensa alla nudità nell’arte ci si accorge di quanto siamo abituati a vedere corpi femminili nudi, mentre è molto più raro vedere corpi maschili mostrati nello stesso modo, con la stessa vulnerabilità. Per questo, dall’altra parte, mi interessa dipingere uomini in momenti di intimità, di fragilità, in situazioni che non hanno nulla a che vedere con la forza o con la virilità.
Da un lato la storia della pittura, dall’altro quella delle immagini in movimento. Nel tuo lavoro il riferimento al cinema è altrettanto evidente.
Sì, il cinema è un linguaggio che conosco molto bene. Nel mio lavoro c’è sicuramente una dimensione di messa in scena. Da bambina sognavo di lavorare ai fondali, ai décors, al modo in cui uno spazio si costruisce per accogliere una scena. Credo che questa cosa sia rimasta. Gli ambienti, gli interni, i paesaggi sono molto importanti per me, quasi quanto i personaggi. Mi interessa costruire immagini in cui si abbia la sensazione che qualcosa stia per accadere, o sia appena accaduto.
Come costruisci concretamente le immagini in studio?
Lavoro molto con il collage. Scatto continuamente fotografie, raccolgo immagini, tengo ritagli, salvo riferimenti sull’iPad, costruisco dei veri e propri piccoli archivi personali. Poi metto insieme gli elementi, faccio dei moodboard, provo degli accostamenti, cerco una vibrazione. La parte del collage, per me, è lunghissima: voglio che ogni elemento abbia una funzione nella composizione, o almeno che produca qualcosa all’interno dell’immagine. Penso molto anche in termini di montaggio e di inquadratura cinematografica.
In questo modo il collage appare meno come una tecnica e più come un modo di pensare l’immagine.
Sì, abbastanza. A volte accosto delle immagini e le lascio stare insieme per un po’, come a decantare. Poi, dopo qualche tempo, torno a guardarle. Oppure ci sono casi in cui mi fisso su un’immagine e sento che dovrei assolutamente trovare l’elemento giusto da metterle accanto. O forse, quello sbagliato. Mi interessa imparare ad accettare una certa discontinuità: oggi siamo continuamente esposti a immagini che non sono davvero collegate tra loro e che, tuttavia, finiscono in qualche modo per convivere nella nostra testa.
Romane de Watteville,installation view, I’ll miss you when I scroll away, Istituto Svizzero,Milano, 2026 © Giulio Boem
Come nasce I’ll miss you when I scroll away?
Avevo in mente questo titolo da molto tempo. Passo molto tempo online, e molte delle immagini che uso arrivano anche da lì, da Instagram, da Pinterest, da post che ritornano continuamente nella mia testa e che a volte perdono completamente i riferimenti con la loro origine. Mi capita perfino di ritrovare online miei dipinti o opere di altri artisti ricontestualizzate in modi imprevedibili. È una sensazione strana, perché sembra che non possediamo più davvero le immagini. Questo progetto nasce anche da questa condizione: dalla sovrapposizione continua di immagini intime, pubblicitarie, politiche, tragiche, banali. Tutto arriva insieme, nello stesso flusso. È come se nella testa si formasse un grande collage senza nesso. Eppure, anche questo produce senso. Non tutto deve per forza essere tenuto insieme in modo lineare.
Il titolo ha qualcosa di molto diretto e insieme di molto malinconico.
L’ho scelto rielaborando un commento letto su TikTok. C’era il video di una ragazza che ballava e qualcuno aveva scritto: “I’ll miss you when I scroll”. Mi ha colpita subito, perché mi è sembrata una frase quasi poetica. Non per il video in sé, ma per quello che conteneva: l’idea che un’immagine così effimera potesse comunque restare nella mente di qualcuno, almeno per un po’. Mi sembrava una frase molto triste e molto vera allo stesso tempo. E sì, naturalmente ne ho fatto uno screenshot.
Questa logica dello screenshot, delle immagini salvate, archiviate, accumulate è assieme qualcosa vicino alla tua pratica artistica e anche qualcosa di quotidiano, fatto da tutti.
Sì, assolutamente. Mi interessa molto il gesto di salvare immagini che forse non riguarderemo mai più. Lo facciamo continuamente: screenshot, cartelle, immagini prese al volo. È come se volessimo trattenere qualcosa, anche senza sapere bene perché. I’ll miss you when I scroll away parla anche di questo: della paura di perdere una sensazione, un’immagine, un momento, proprio nell’istante in cui lo scorriamo via. È un istante molto fragile, ma anche molto forte.
In questo senso i paraventi sembrano quasi l’opposto dello schermo digitale.
Sì, per me sono quasi l’opposto dello schermo: sono oggetti antichi, fisici, legati a una lunga storia dell’immagine. Eppure mi sono sembrati subito una soluzione naturale. Lavoro spesso in verticale, e nei miei dipinti i paraventi comparivano già come elementi di sfondo, come décors, come soglie. Mi interessano perché nascondono e mostrano, perché fanno pensare a ciò che c’è dietro, perché costruiscono un rapporto instabile con lo spazio. Nella mostra diventano una forma di narrazione frammentata: sono dipinti su entrambi i lati, quindi non si può vedere tutto insieme. Bisogna scegliere una direzione, un attraversamento, un punto di vista.
Romane de Watteville,What Ever Happened, (2026), I’ll miss you when I scroll away, Istituto Svizzero, Milano, 2026 © Giulio Boem
Che immagini incontriamo in mostra?
Ci sono molti tavoli, come se fossimo nel momento successivo a una festa: una specie di dopofesta, o forse un momento ancora più sospeso, in cui non si capisce bene cosa sia appena successo. Mi piace questa idea di una tavola lasciata all’improvviso, con oggetti, resti, piccoli dettagli che fanno pensare a un prima e a un dopo. Ci sono anche interni più intimi, come una camera da letto con un letto a forma di cuore, che appartiene quasi a un immaginario già pronto, già condiviso. Mi interessa lavorare con immagini che sembrano familiari anche quando non lo sono davvero. Poi ci sono piccoli animali, creature che banchettano sui resti, e dettagli che vengono da pitture storiche, fiamminghe o italiane. Mi piace far convivere tempi diversi, immagini digitali e immagini antiche, oggetti quotidiani e riferimenti storici, tutto nello stesso spazio mentale.
In mostra, per la prima volta, i collage compaiono anche accanto ai dipinti.
Sì, è la prima volta che li metto davvero accanto ai dipinti come lavori visibili nello spazio. Fino a ora erano rimasti soprattutto strumenti di lavoro, qualcosa di più privato. In questo caso mi sembrava giusto farli entrare, perché il progetto parla molto del modo in cui le immagini si costruiscono, si accumulano e si trasformano. Mi interessava anche dare a certe fotografie che scatto uno statuto diverso. La fotografia e la pittura producono immagini in modi differenti, e questa differenza per me è importante: mi piace che restino visibili le differenze di superficie, di definizione e di materia.
Sembra un progetto pensato in profondo dialogo con lo spazio che lo ospita.
Fin dall’inizio è stato pensato così. Con Lucrezia Calabrò Visconti abbiamo parlato subito della possibilità di sviluppare una pittura più immersiva, più installativa. I paraventi sono emersi in modo molto naturale anche per questo: non sono semplici supporti, ma dispositivi spaziali, elementi che costruiscono un ambiente. In uno spazio come questo potevano davvero prendere corpo e trasformare il modo in cui il pubblico attraversa il lavoro.
Si può dire che il progetto affronti, in qualche modo, una certa componente d’ansia tipica del nostro tempo?
Sì, credo di sì. Non nel senso di una dichiarazione diretta, ma come un’atmosfera di fondo. Non mi interessa illustrare in modo letterale il gesto dello scrolling o il mondo digitale. Mi interessa piuttosto restituire una sensazione: quella di essere immersi in un flusso continuo di immagini, di dover scegliere continuamente cosa salvare, cosa ricordare, cosa mettere in primo piano. In questo c’è sicuramente una componente di ansia, ma anche di desiderio, di attrazione, di malinconia.
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