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Sanzia Milesi
Leggi i suoi articoliQuando entriamo in un museo occidentale c’è sempre «un elefante nella stanza» che non vediamo. Il bottino di guerra di un colonialismo imperialista, che ancora oggi sottolinea il trionfare di un vincitore su un vinto, esposto come patrimonio culturale: opere d’arte e reperti sottratti alle comunità d’origine, addirittura resti umani. Che dovremmo restituire, nonostante mille tentennamenti. Ad addentrarsi nell’ambito di questi «Critical Museum Studies», «così poco frequentati alle nostre latitudini», come lei stessa sottolinea, è l’archeologa Maria Pia Guermandi nel suo recente saggio RESTITUIRE. L’elefante nella stanza dei musei occidentali (prefazione di Tomaso Montanari).
Guermandi, archeologa, è responsabile dell’Osservatorio Beni e Istituti Culturali dell’Emilia-Romagna e coordinatrice di Emergenza Cultura, nonché vicina a una rete anticoloniale che varrebbe la pena conoscere, Yekatit 12-19 Febbraio (la data non è caso è quella del massacro di civili etiopi ad Addis Abeba del 1937, tra i più efferati crimini del colonialismo fascista). È così che la studiosa, pur specchiandosi «donna bianca e professionale», riesce perfettamente a parlare di come decolonizzare i musei attraverso un «processo politico trasformativo che non inizia e non si conclude con un trasferimento fisico di materiali». Circoscrive «l’elefante» al contesto coloniale, dai primi decenni del secolo scorso a oggi, escludendo gli archivi documentari, naturalistici o geologici. Cita fonti imprescindibili come l’archivio online di RM* [restitution matter] e ricorda film recenti come «Restituer?» di Nora Philippe o «Dahomey» di Mati Diop, Orso d’Oro Berlino 2024. E così tra impianti giuridici e ricerche sul campo, conduce il lettore a «una disamina e decostruzione delle ragioni dell’Occidente e della sua “musealità”». Lo fa analizzando tempi, leggi e ragioni dell’Occidente, portando l’attenzione su casi celebri, come i marmi del Partenone e i bronzi del Benin, e meno celebri, come le teste della fontana del Palazzo d’Estate di Pechino. Il libro accenna anche alla zona grigia delle collezioni private o alle opere sottratte nelle persecuzioni antisemite. Lo fa parlando dell’autogiustificazione della «salvage mentality» (per cui altrove le opere oggi in Occidente si degraderebbero o sarebbe a rischio distruzione) o del presunto obiettivo di una «cancel culture» (che impedisce la costruzione con coscienza critica di un diverso futuro). E lo fa volgendo lo sguardo all’oggi, a «quel lago coloniale che da secoli è il Mediterraneo» e al cumulo di rovine che ora purtroppo è Gaza.
RESTITUIRE. L’elefante nella stanza dei musei occidentali
di Maria Pia Guermandi, 277 pp., Nomos Edizioni, Busto Arsizio (VA) 2026, € 24,90
La copertina del volume
Sanzia Milesi
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