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Sanzia Milesi
Leggi i suoi articoliGiovinetto delle Fiandre cresciuto alla scuola di Rubens, primo pittore alla corte d’Inghilterra, dopo il lungo soggiorno in Italia, Anton van Dyck (1599-1641) è uno dei maestri fiamminghi più noti, ritrattista e non solo. La mostra «Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra» (catalogo Allemandi), allestita dal 20 marzo al 19 luglio a Palazzo Ducale, illustra questo percorso, attraversando la storia dell’Europa di quegli anni, in dieci sezioni tematiche e quasi una sessantina di opere provenienti dai più importanti musei europei, con un itinerario che prosegue in città e nei Musei di Strada Nuova. A curare la mostra, insieme alla storica dell’arte belga Katlijne Van der Stighelen, è Anna Orlando, esperta di pittura fiamminga, che abbiamo intervistato.
Come si differenzia questa mostra dalle precedenti dedicate a Van Dyck?
In questi ultimi 25 anni le mostre internazionali seguivano una fortunata stagione che presentava al grande pubblico Van Dyck con antologie sapienti, che esponevano le opere alla luce degli studi che dalla metà del secolo scorso avevano messo a fuoco la sua arte a tutto tondo. La stagione successiva, quella appunto dell’ultimo quarto di secolo, ha proposto approfondimenti su capitoli specifici della sua arte, alcuni di grande qualità scientifica: basti ricordare quello sul periodo inglese della Tate Britain nel 2009, sull’opera giovanile del Prado di Madrid nel 2012, sul periodo siciliano alla Dulwich Picture Gallery di Londra nel 2012, sulla genesi dei suoi ritratti alla Frick Collection di New York del 2016, o sulle opere delle collezioni tedesche nel 2019. Tutte mostre legate a nomi di curatori specialisti di grande spessore. Era il momento per presentare nuovamente una grande retrospettiva che prendesse in considerazione l’intera carriera del pittore, ovviamente avvantaggiandosi dei risultati delle ricerche legate a quelle mostre. Anche nel nostro caso, ci avvantaggiamo di anni di ricerche e le novità in campo scientifico che presentiamo nel catalogo, eccezionalmente pubblicato sia in italiano sia in inglese, sono moltissime, soprattutto per il periodo giovanile, quando Van Dyck lavora intensamente tra i suoi 14 anni e i suoi vent’anni, quando parte per l’Italia. Il soggiorno italiano si può dire che è stato rivisitato completamente sia per ciò che riguarda la cronologia, sia per ciò che attiene alle città visitate, alla dinamica del suo viaggio nella penisola eccetera.
Focalizziamoci su Genova, città in cui Van Dyck ha vissuto e in cui oggi «torna».
Una delle grandi novità riguarda proprio Genova, la città che ospita la mostra e dove tornano molte opere che nel Sei e Settecento erano visibili nelle eleganti e sontuose dimore che la città ancora conserva e che in gran parte sono aperte al pubblico. La novità è che lo studio aggiornato ha completamente rivisto le tappe del viaggio italiano, quindi le città, quasi mese per mese, dal 1621 al 1627. Genova, che si riteneva quasi la sola città dove lavorò, in realtà è solo una di esse, dove arriva un anno e mezzo dopo rispetto a quanto si pensava (nel 1623 e non nel 1621), e dov’è assente continuativamente dalla metà del 1624 all’inizio del 1626. Questo porta come conseguenza una totale rivisitazione del catalogo delle opere italiane del pittore. Un tema che certo non si esaurisce con questa mostra né con il relativo catalogo, ma che certamente porterà a nuovi sviluppi della critica internazionale. Tuttavia, non mancano alcuni capolavori dipinti a Genova, tanto nel campo della ritrattistica, con l’imponente dama della Collezione Odescalchi, ma dipinta a Genova nel 1627, quanto nel campo della pittura sacra, con la monumentale pala d’altare esposta nella Cappella del Doge proveniente dalla sua chiesa d’origine, a San Michele di Pagana sulla Riviera ligure di Levante, che è l’unica che riuscì ad aggiudicarsi una pala d’altare da Van Dyck a Genova.
Quindi non solo Van Dyck autore di ritratti, ma anche di opere sacre.
La mostra permetterà effettivamente un’immersione totale nell’arte sacra di Van Dyck, forse il capitolo meno conosciuto dal grande pubblico, ma non meno studiato. Certamente in Italia mai si sono viste così tante opere a soggetto religioso, dalle quali risulta evidente che è altrettanto entusiasmante, per niente noioso come si potrebbe pensare, e in alcuni casi anche particolarmente toccante. Vi sono dei quadri di grandi dimensioni, come il «Matrimonio mistico di santa Caterina» del Prado o «La cattura di Cristo», una delle versioni note di questa scena mai vista in Italia, lo splendido «San Sebastiano» delle National Galleries di Edimburgo che torna nella città dove si trovava nei secoli passati in una delle più importanti raccolte antiche. C’è poi una storia biblica, la strepitosa tela con «Sansone e Dalila» della Dulwich Picture Gallery, che porta il visitatore nel vortice di una scena di grande teatralità.
La visita è sviluppata per temi: con quale intento?
La scelta di non avere un percorso strettamente cronologico è stata fatta perché il visitatore possa conoscere meglio la vera poetica dell’artista, più ancora che il mero stile. Ogni dipinto non è solo pittura, ma è anche un’immagine che riflette il sentimento dell’artista, ci svela una parte di lui e, allo stesso tempo, ci parla indirettamente anche del suo committente, della dimora che custodiva un suo ritratto, dell’ambiente in cui il pittore era accolto, le esigenze, i gusti di chi gli chiedeva un’opera. Le opere sono accostate le une alle altre così da invitare, stimolare e facilitare un confronto diretto tra la maniera del Van Dyck giovane in patria, con la maniera del grande Van Dyck italiano, con quello inglese... Il confronto è pensato anche tra opere che hanno soggetti analoghi: sarà infatti possibile, per esempio, comparare una dama genovese, una dama di Anversa o di Bruxelles e una dama inglese: ritratti eseguiti in tre diversi momenti, ma soprattutto per committenze dalla sensibilità e dal gusto differenti. Risulterà evidente quanto Van Dyck sia capace di sintonizzarsi con gli ambienti in cui si trova a operare, ma sarà anche palese il confronto estetico e tematico tra le richieste di una committenza sempre diversa.
Una mostra di respiro internazionale grazie a importanti prestiti. Quali ad esempio?
La lista delle città dove hanno sede le fondazioni e i musei prestatori basterebbe per far comprendere la statura della mostra: Dresda, Anversa, Bruxelles, Madrid, Monaco di Baviera, Londra, Edimburgo, Vienna, Parigi e Lisbona. Sono moltissimi i prestiti eccezionali: il «Ritratto equestre di Carlo V» dagli Uffizi di Firenze, dal Louvre arriva il «Ritratto dei Principi Palatini», mentre di grande impatto sono un eccezionale e modernissimo studio per la figura di san Gerolamo come un vecchio dipinto a grandezza naturale della Phoebus Foundation di Anversa e «Le quattro età dell’uomo», conservato al Museo Civico di Palazzo Chiericati di Vicenza. Uno dei prestiti più importanti in assoluto è il «Ritratto di Alessandro, Vincenzo e Francesco Maria Giustiniani Longo» dalla National Gallery di Londra, che fu dipinto a Genova nel 1626-27 e torna in città dopo 400 anni e dopo che gli studi hanno finalmente consentito di dare il nome a questi tre meravigliosi rampolli dell’aristocrazia genovese che da secoli non si sapeva più chi fossero.
Infine una pubblicazione con un prestigioso comitato scientifico internazionale.
Il nostro obiettivo era fin dall’inizio quello di raggiungere non solo il grande pubblico ma anche la comunità internazionale degli storici dell’arte e degli specialisti di Van Dyck. Siamo felici di poter pubblicare due volumi, uno in inglese e uno in italiano di circa 400 pagine ciascuno, che abbiamo ragione di credere che diventeranno un nuovo punto di partenza per la letteratura sul pittore, vuoi per il gruppo di autori stranieri e italiani coinvolti, vuoi per le notevoli novità scientifiche. Gli editori che pubblicano i due libri sono entrambi nomi di grande prestigio a livello europeo: la casa editrice italiana Allemandi e la belga Hannibal. Rispetto al catalogo ragionato di riferimento, che risale al 2004, vent’anni di ricerca portano ora a una conoscenza rinnovata su questo meraviglioso e geniale artista, tra i più amati di sempre.
Anton Van Dyck, «Ritratto di Lord John Belasyse», 1636 ca. Courtesy Galleria Bkv