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Vittorio Bertello
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È terminato il restauro de «L’Ultima Cena» e de «Il popolo di Israele nel deserto», due teleri realizzati da Jacopo Tintoretto per l’Abbazia di san Giorgio tra il 1591 e il 1592, due anni prima della sua morte, e che gli furono pagati 180 ducati. Di dimensioni ragguardevoli, oltre tre metri per cinque, notevoli per la qualità esecutiva e per il loro valore storico artistico, hanno ritrovato la potenza espressiva e liturgica che li aveva voluti e collocati nel presbiterio.
Grazie al restauro finanziato da Save Venice (che da più di mezzo secolo opera a Venezia per la salvaguardia del suo patrimonio), e con il sostegno della famiglia Strake, è stato possibile in poco più di un anno vederli «rigenerati più che restaurati», come ha dichiarato agli organi di stampa l’abate Stefano Visintin nella cerimonia di presentazione.
Una squadra diretta da Caterina Barnaba ha lavorato nella Sagrestia della Basilica, dove le tele di lino sono rimaste visibili in una specie di cantiere didattico aperto al pubblico, documentando le varie fasi che ha comportato un intervento integrato sulla struttura e contemporaneamente sulla superficie pittorica. È emersa la loro complessa storia conservativa, che parte da un primo restauro del 1733, passa per uno successivo nel XIX secolo e arriva a quello di Mauro Pelliccioli nel 1937 che comportò per «Il popolo di Israele» una foderatura per risolvere problemi di adesione della pellicola pittorica. «L’ultima cena», invece, esposto alla Biennale nel 2011, al rientro in loco subì un ulteriore intervento strutturale, con fissaggio di un telaio in alluminio a tensionamento continuo per stabilizzarlo.
Come ha riferito Caterina Barnaba, si è trattato in questa circostanza di «un lavoro condotto con criteri di massima compatibilità, minimo intervento e piena reversibilità». Lacune o discontinuità di superficie sono state oggetto di integrazioni ad hoc, stuccature e reintegrazioni pittoriche, nel pieno rispetto dell’originale, intervenendo su abrasioni o perdite di pellicola pittorica con velature calibrate e seguendo i tonalismi originari, rimuovendo vernici ingiallite e ridipinture alterate. È poi stata applicata una verniciatura finale a nebulizzazione a garanzia di una protezione omogenea e duratura, una corretta saturazione dei valori cromatici. Durante i lavori, la campagna diagnostica attraverso indagini in fluorescenza ultravioletta per studiare alterazioni di colore, ad infrarosso per risalire al disegno, e Xrf (fluorescenza a raggi X) per recuperare la tavolozza senza asportare campioni, ha consentito nuovi studi e raffronti con altre opere del maestro, portando a inedite valutazioni che ridimensionano l’apporto della bottega e del figlio Domenico. Altrettanto trasparenti i personaggi sullo sfondo della caduta della manna, mentre il Mosè nell’angolo a destra si collega visivamente e cromaticamente al Gesù della Cena.
Come ha dichiarato Frederick Ilchman, presidente del Consiglio direttivo di Save Venice: «“L’ultima Cena” e “Il popolo di Israele nel deserto” costituiscono uno straordinario esempio di dialogo tra pittura e architettura e rappresentano uno dei risultati artistici più elevati del tardo Cinquecento. L’intervento conservativo ha restituito piena leggibilità e profondità a queste monumentali tele».
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