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Francesco Sala
Leggi i suoi articoliAbbraccia un blocco di argilla, ci tuffa dentro il volto, ne inspira l’umidità, lascia che la pelle imprima segni nella materia. Quella stessa materia su cui tatuare le trame di tessuti che si portano dietro manualità antiche, pratiche che sono rito. Persegue il senso più profondo della comunione tra l’umano e l’assoluto Ranti Bam, che nei giorni del proprio debutto alla Biennale di Venezia, nella selezione voluta da Koyo Kouoh, inaugura la sua prima personale, «Sacred Groves» (fino al 23 agosto), alla South London Gallery. Non una location casuale per l’artista nigeriana, perché lo spazio, che ha preso il posto suggestivo di una vecchia stazione dei pompieri, marca il confine tra Camberwell e Peckham: un quartiere dove la metà circa della popolazione trova le proprie origini nell’Africa occidentale, e che la stampa ha ribattezzato negli anni come Little Lagos o Yorubatown.
Proprio sulla cultura degli yoruba, uno tra i più popolosi gruppi etnici della Nigeria, si basa il lavoro di Bam, il suo impasto di narrazioni arcaiche, forse non facilmente accessibili da un punto di vista etnografico e scientifico, ma pienamente leggibili sul piano emozionale, intimo e spirituale. Anche per gli yoruba, come per molte altre culture e civiltà, l’uomo nasce da un impasto di argilla cui la divinità impone il soffio vitale; ed è quindi l’argilla, nella sua duplice natura di acqua e terra, a diventare per Bam il materiale privilegiato della sua mitopoiesi. Colonne apparentemente instabili, sinuose e sensuali nel loro torcersi e piegarsi, si stagliano come totem gentili di religioni perdute, oppure si ergono morbide sulle tozze zampette che ricordano gli sgabelli senufo, dov’è appunto il corpo dell’artista a farsi stampo e lasciare traccia di sé. Essere ed esserci, occupare uno spazio fisico e mentale, affermare il proprio volume. Bam vive profondamente il senso di sradicamento: nata nel 1982 a Lagos, che definisce come il luogo del cuore, emigrata ancora bambina nel Regno Unito e oggi di base a Parigi, incarna lo spaesamento, potremmo forse dire lo «spatriamento», rubando le parole di Mario Desiati, che si porta dietro la diaspora africana. Rimbalzare da una parte all’altra del mondo comporta la ricerca di uno spazio ideale dove affondare le proprie radici. La serie delle «Ifa» si riferisce così al complesso apparato geomantico che nella cultura yoruba permette agli iniziati di leggere i misteri del mondo nei segni della terra, del paesaggio, della natura presa nella sua totalità. La sovrapposizione di strati e strati di materia assume allora, nelle sculture di Bam, l’immagine di un palinsesto da leggere in levare, quasi i pezzi si potessero in qualche modo «sbucciare» per scoprire di gesto in gesto cosa c’è sotto, perdendosi nelle trame delle stampe tradizionali tatuate sull’argilla ancora umida.
Ma le radici portano infine, in modo tutt’altro che figurato, nel profondo di uno degli ultimi boschi sacri riconosciuti dagli yoruba e ancora, almeno parzialmente, preservati dall’aggressività cieca del contemporaneo. Il buio di una sala rischiarata dall’occhio azzurrognolo di un proiettore, un lungo piano sequenza segue il fiume Osun inoltrarsi nella foresta, lo sguardo si incaglia nelle liane che piovono sullo specchio limaccioso, asfissiate dalle pressioni dell’uomo, dal consumo selvaggio del territorio, dai disboscamenti, dallo sfruttamento brutale delle risorse naturali. Osun il fiume, ma anche Osun il dio della fertilità che con quelle acque condivide il nome. Torniamo infine all’acqua dunque, acqua che si impasta con la terra: ancora l’argilla, in un loop infinito che persegue armonia ed equilibrio.
Uno still dal video «In Hearthlands», 2022, di Ranti Bam, performance nel bosco sacro di Osun-Osogbo, Osogbo, Nigeria. Courtesy Ranti Bam e James Cohan, New York