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Sara Lemlem
Leggi i suoi articoliEssendo stata adolescente negli anni Duemila mi torna in mente la prima volta di Joey e Pacey in Dawson’s Creek, e in particolare il monologo di Katie Holmes: ciò che ha apprezzato del tanto procrastinato evento è stato lui che le ha spostato un ciuffo dalla fronte. Un feedback che manderebbe in crisi qualunque adolescente del mondo, e la palese ammissione di non aver goduto. È una fotografia abbastanza precisa della narrazione dominante sul desiderio femminile negli anni Duemila: angelicata, inconsapevole, e — cosa più importante — non protagonista di sé stessa. E mentre il compianto Dawson diceva di toccarsi pensando a Sharon Stone, le ragazze della serie erano raccontate come la santa, la sopracitata Joey, e la puttana: Jen, rea di essersela spassata a New York, e per questo mandata a vivere in provincia, dalla nonna ultra cristiana. Una simile dicotomia la ritroviamo anche nel cult Sex and the City, che seppur rivoluzionario, riproponeva due personaggi femminili agli antipodi: da una parte la puritana Charlotte che vive la sua vita sessuale in funzione del trovare un marito, e dall’altra l’esplosiva Samantha che ci rivela — attenzione — che il sesso non è altro che piacere. Samantha — la tanto demonizzata Samantha — funziona perché dice una cosa semplice e scandalosa: anche le donne desiderano attivamente di godere. Nel film Sex and the City 2 c’è una scena nel souk di Abu Dhabi dove le cadono i preservativi a terra e di fronte alla disapprovazione generale lei urla: «Sììì, io faccio sesso! Baciatemi il culo!». Epica.
Il passaggio da quella narrazione a questo urlo è il campo in cui si muove il testo. Che cos’è, davvero, il desiderio femminile? Al cinema, il desiderio femminile appare quasi sempre in uno di due registri: assente, oppure patologico. Non a caso due titoli tra i più noti che lo mettono al centro — «Valérie, diario di una ninfomane» e «Nymphomaniac» — portano nel titolo la diagnosi. La sessualità maschile non ha bisogno di un nome clinico: esiste e basta. Si potrebbe supporre che le donne che amano fare sesso siano delle ninfomani. Ma esisterà un corrispettivo maschile di questa parola? Sì, in italiano è satiriasi, e non sorprendetevi se non l’avete mai sentita. L’attitudine all’ipersessualità non è mai stata considerata un problema negli uomini — siamo italiani e lo sappiamo molto bene. Due eccezioni centrano però davvero l’obiettivo: il primo è «La Vita di Adele», film francese del 2013 dove tra le protagoniste, Adele ed Emma, si scatena una relazione caldissima, appassionata e vorace. Vorace come la bocca di Adele, vera protagonista del film, che lungo tutta la pellicola si muove in modo sensuale: mangia, morde, si sporca, sta sempre un po’ aperta. Abdellatif Kechiche dirà di aver scelto Adèle Exarchopoulos nel ruolo della protagonista proprio per come mangiava e muoveva la bocca. La scena di sesso tra le due donne è vulcanica, passionale, i corpi sono centrali tanto quanto l’attesa e il corteggiamento silenzioso tra le due. Non un avvicinamento classico, piuttosto un notarsi, un insieme di dettagli che portano entrambe a morire dalla voglia di assaporarsi. Carnalità pura. «She’s Gotta Have It»è il riadattamento contemporaneo di un film di Spike Lee del 1986 e racconta la vita di Nola Darling, una giovane artista nera di Brooklyn. Nola è libera, bella e non vuole relazioni esclusive. È una donna che fa girare la testa a tutti, dal manager dell’alta finanza al modello, al tipo simpatico del quartiere, e lei non chiede loro nulla, se non di farla divertire tra le lenzuola. In questa serie, il suo letto è l’emblema del modo in cui vive la sua vita: con armonia e bellezza.
Un fotogramma da «She’s gotta have it», 2017, con DeWanda Wise nei panni della protagonista Nora Darling
Su quel letto Nola riceve i suoi tre amanti a cui si mostra senza filtri: nuda, sincera, goduriosa. Ma allo stesso tempo non è una playgirl: ogni rapporto sottende un rapporto di amicizia, di dialogo e rispetto. La vediamo in posizioni a volte bizzarre, altre romantiche, altre ancora passionali — specialmente con la quarta amante, una donna: insieme, in quel letto, sono divinità mitologiche.
Resta una domanda di cui non si parla quasi mai: le donne guardano la pornografia? Di certo non è un argomento da aperitivo, non succede spesso che fra amiche ce ne si esca con un «Ma lo sai cosa ho visto ieri? Un threesome spaziale, te lo devo mandare, ricordamelo». No, quello che accade tra le donne e la propria navigazione in incognito è ancora un enorme tabù. Eppure i dati ci dicono qualcosa di diverso: Pornhub nel 2025 ha registrato il 38% di accessi da utenti femminili, un dato stabile dal 2020. In alcuni Paesi le donne frequentano i siti per adulti più assiduamente degli uomini. In testa troviamo le donne filippine, le argentine e le colombiane, mentre in coda le olandesi, le tedesche e le inglesi. Perché le donne del Sud Globale cerchino più materiale esplicito delle nordeuropee è una domanda che non ha risposta semplice, ma vale la pena porsela. Prendiamo ad esempio le Filippine: ad oggi è l’unico Paese al mondo (oltre al Vaticano) dove il divorzio è ancora vietato, ma al contempo dove le donne rappresentano il 64% dei visitatori nazionali del sopracitato sito a luci rosse. Un paese dove il matrimonio è indissolubile per legge e le donne guardano pornografia più degli uomini: forse il desiderio, quando non trova uscite legittime, si prende quelle che trova. Il lavoro di Erika Lust — la regista svedese più nota nel campo del cinema per adulti esplicitamente pensato per le donne — muove esattamente da questa direzione. Nei suoi film le donne non vengono brutalizzate o ridotte a superficie: sono sempre soggetto attivo alla ricerca del piacere. Ritroviamo alcune categorie classiche — Amateur, BDSM, Voyeur — ma tutto è in chiave sex-positive. Eppure, su dichiarazione della stessa Lust, la maggior parte degli utenti rimane maschile. Un sito hard pensato in primis per le donne che attira una maggioranza di pubblico maschile? Come è mai possibile? Ammetto che anche io ho provato un certo imbarazzo nel registrarmi al sito e a sottoscrivere l’abbonamento. Il mio primo pensiero è stato: «E se devo presentare l’estratto conto per qualche pratica al commercialista, e lui vedesse la voce “Erika Lust” cosa penserebbe?». Il secondo pensiero, mentre ormai cliccavo sul tasto «abbonati», è stato: «Che pensi ciò che vuole, non devo giustificarmi con nessuno». E subito dopo: «Oddio, e se mi scoprono?». Esiste un timore specificamente femminile nell’essere scoperte come fruitrici di pornografia? Può darsi, e diventerà più difficile quando entrerà in vigore l’obbligo di verifica dell’età. Prendiamo ad esempio OnlyFans: la piattaforma ha implementato la verifica diligentemente — non tutti l’hanno fatto — e tra i metodi disponibili c’è l’invio di un selfie. In un mondo già ipergiudicante, quante donne avranno mandato un selfie per accedere a contenuti per adulti? Sì, ovviamente l’app chiarisce che la foto non verrà vista da nessuno, né condivisa o conservata, ma m’immagino le donne arrivare a questo step, bloccarsi e rinunciare. Perché, checché se ne dica, lo stigma sulle donne che ricercano il piacere è ancora profondo. L’immagine eterea della donna-madre impeccabile e raffinata che tutt’a un tratto si accarezza davanti al pc è qualcosa di abominevole per la nostra cultura mammo centrica, dove la mamma è perfetta perché asessuata, peccatrice solo una volta, quando ci ha concepiti.