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Mario Schifano, «Grande angolo», 1963, Roma, collezione privata

Foto Paolo Terzi. © Mario Schifano, by Siae. © Archivio Mario Schifano

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Mario Schifano, «Grande angolo», 1963, Roma, collezione privata

Foto Paolo Terzi. © Mario Schifano, by Siae. © Archivio Mario Schifano

Proliferazione e trasformazione contraddistinguono l’opera di Mario Schifano

Al Palazzo Esposizioni di Roma oltre 100 lavori per una grande mostra che «prende in esame oltre alla pittura, la fotografia e il cinema come un unico corpus di opere»   

Oltre 100 opere raccontano il genio di Mario Schifano in una mostra al Palazzo Esposizioni, aperta dal 17 marzo al 12 luglio (catalogo Electa). A curarla è Daniela Lancioni, curatrice dell’Azienda Speciale Palaexpo, che ha strutturato un percorso antologico nei linguaggi adottati dall’artista nato a Homs, in Libia, nel 1934, e morto a Roma nel 1998. Dagli esordi negli anni Cinquanta nell’Informale, all’approdo al monocromo, alla Pop Art, alle meditazioni sul Futurismo, alle sperimentazioni foto e video, fino alle opere ispirate alle immagini tv, e poi il ritorno a una pittura pastosa, visionaria e gestuale, che chiude il cerchio di una ricerca tra le più intense dell’arte italiana della seconda metà del ’900, sulla natura della realtà mediata dalle immagini. La mostra è prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo-Gallerie d’Italia, main partner Eni e con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Abbiamo intervistato Daniela Lancioni.

Quali sono i fulcri della mostra, le sue polarità?
Abbiamo scelto di allestire la mostra in ordine cronologico, per dare risalto alle invenzioni nel loro primo apparire, ma anche per mettere in evidenza temi, scelte formali, tecniche e premesse mentali che si ripetono di opera in opera o che da un’opera tracimano nell’altra, rinnovandosi. Il progetto espositivo vorremmo restituisse questi processi di proliferazione e trasformazione che ci sembra distinguano il lavoro di Schifano, connaturati, forse, al gesto umano, biologico, naturale, dal quale le immagini sono state generate, qualsiasi sia la tecnica utilizzata. All’interno di questo flusso naturale, la mostra mette anche in evidenza repentini abbandoni o cambi di rotta, e l’alternarsi, che ci è sembrato peculiare della biografia artistica di Schifano, di lavori «urlati» e di altri più delicati. Così, ad esempio, dai monocromi densi di colore, si passa ai lavori con le nuove iconografie, quelli esposti inizialmente nella celebre mostra intitolata «Tutto» del 1963: tele dai toni tenui, più disegnate che dipinte. Un simile contrasto si ripete tra due grandi quadri affiancati nella sala incentrata sugli anni Ottanta, tra «Orto botanico» dove prevale la superficie bianca della tela su cui il colore decanta e stilla sino al suo esaurirsi, e «Il suono del flauto e boschetto», dove i colori, densi e pastosi, si incalzano e si sovrappongono fino a debordare sulla cornice. 

Quanto peso darete alla sua produzione premonocromi e prepop, quella di fine anni Cinquanta, tanto amata da Emilio Villa?
Come accaduto altre volte nelle monografiche a Palazzo Esposizioni, la prima sala, oltre che a un’estesa biografia corredata da documenti e fotografie d’autore, è dedicata agli esordi di Mario Schifano, con piccoli paesaggi del 1956-58 esposti nelle mostre premio di cui era disseminata allora l’Italia, ma soprattutto con quelle opere che sono state investite proprio dall’interesse di Emilio Villa, il poeta e molto altro ancora, che ebbe un ruolo eccentrico, ma di assoluta centralità nella comunità dell’arte romana, che per primo riconobbe il talento di Mario Schifano e lo lanciò. Riproponiamo alcune delle opere che Villa espose nella galleria Appia Antica e che pubblicò nella rivista omonima e sulla stampa specializzata internazionale: le tele informali e materiche del 1959, i «Cementi» e un «Cemento ferro» del 1960. Con questa scelta, abbiamo voluto testimoniare il contesto con il quale inizialmente si è misurato Mario Schifano, ma soprattutto cogliere alla radice alcune invenzioni destinate a permanere nel suo lavoro.

Qual è per lei lo specifico di Schifano nel suo approccio, nei primi anni Sessanta, alla pittura monocroma?
Generalmente i quadri monocromi vengono letti in relazione ai lavori figurativi che sono venuti dopo, e paragonati, secondo una felice intuizione di Maurizio Calvesi, alla «tabula rasa», la tavoletta di cera predisposta dagli antichi per scrivere. I dieci monocromi esposti a Palazzo Esposizioni, tutti del 1960, vorremmo suggerire di leggerli anche in relazione alle opere che li hanno preceduti, considerando la loro seducente  superficie smaltata una vittoria sui disastri della storia, quelli della guerra appena passata, e sulle asperità della materia, la terra e il cemento graffiato dei lavori precedenti: quadri dove gli accidenti non sono ignorati o rimossi, testimoniati dalle pieghe e dalle grinze della carta incollata su tela, ma nei quali trionfano colore e «joie de vivre». 

E riguardo alla Pop Art, qual è lo specifico di Schifano nello scenario internazionale?
Molti attenti osservatori, soprattutto negli anni caldi dell’affermazione della Pop Art americana, hanno stabilito affinità e distinguo, dallo stesso Calvesi a Cesare Vivaldi, da Maurizio Fagiolo dell’Arco ad Alberto Boatto, un recente studio di Flavio Fergonzi su Jasper Johns ne indaga la ricezione nell’arte italiana e nel lavoro di Schifano in particolare. Al termine dei lavori e delle ricerche condotti per questa mostra, mi sentirei di dire che se c’è un aspetto pop nell’arte di Schifano è la dinamica con la quale l’artista ha reso iconiche le sue opere, cosciente, almeno a me sembra, della società massificata nella quale viveva, ricorrendo anche ai processi di riproduzione, senza mai rinunciare alla pittura, ossia alla manipolazione dell’immagine. Non so se mi sono spiegata, vorrei dire che la Pop Art di Schifano, in definitiva, sta nella popolarità del suo stesso lavoro. 

Mario Schifano, «Sorrisi scomparsi», 1991, collezione Calabresi. © Mario Schifano, by Siae. © Archivio Mario Schifano

Fu pittore di grande forza, ma anche pionieristico interprete delle tecnologie: uccise la pittura, o la affermò?
Opinione largamente diffusa, quasi incontrovertibile, alla quale la mostra ambisce a dare risonanza, è che Mario Schifano la pittura l’abbia incessantemente rigenerata.

Intensa fu anche la sua attività cinematografica: quanto spazio dedicherete alle sue sperimentazioni in tal senso?
La mostra prende in esame oltre alla pittura, la fotografia e il cinema di Mario Schifano come un unico corpus di opere. I film della sua celebre trilogia, «Satellite», «Umano non umano» e «Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani», saranno più volte proiettati nel corso della mostra, secondo un determinato calendario, nella Sala Cinema di Palazzo Esposizioni, dove si accederà gratuitamente. Tutti i cortometraggi reperibili, realizzati dall’artista tra il 1964 e il 1969, saranno visibili all’interno della mostra, insieme a una selezione di materiali audiovisivi dedicati a Schifano.

Gli omaggi ai futuristi e a Malevič: che cosa c’è dietro queste meditazioni sulla storia dell’arte recente da parte di Mario Schifano?
Oltre a questi, Giacomo Balla, Francis Picabia, Costantin Brâncuși, Paul Cézanne, Giorgio de Chirico, un pantheon non casuale, cha fa riflettere sul fatto che le citazioni di Schifano sono di gran lunga più culturali che legate alla società dei consumi. In mostra non manca nessuno dei capolavori con i quali Schifano ha omaggiato gli artisti del passato partendo non dai loro quadri, ma dalle loro immagini fotografiche o da quelle estratte dalla televisione, come nel caso del ciclo dedicato a de Chirico: «Futurismo rivisitato a colori», «Chiamato K Malevič», «Ingegnere», «Ore 22.15-Maestro italiano del ’900».

La fotografia fu una sua passione-ossessione, dalla tradizione su tele emulsionate di immagini tratte dalla televisione alle tante Polaroid: qual è il suo sguardo sulla tecnoimmagine di massa? 
Il pensiero contemporaneo ha scoperto che la realtà non è più intelligibile se non attraverso il filtro del linguaggio e la fotografia è stata il mezzo attraverso il quale Schifano ha guardato al mondo. Fu chiaro da subito e ne scrisse con lucidità già Cesare Vivaldi all’inizio degli anni Sessanta. In mostra abbiamo tre capolavori del 1963, i dipinti «Grande angolo», «Splendido e astratto con anima» e «Smalto su carta», che, in maniera diversa, sono da considerare una dichiarazione di poetica per il loro esplicito riferimento al linguaggio fotografico. Successivamente, Schifano sperimentò molte altre tecniche inerenti la fotografia. Una sala della mostra è dedicata alle tele emulsionate e poi dipinte degli anni Settanta, tra cui il polittico «Guerra atomica». Sono esposte anche le fotografie di Schifano, quelle presentate da Arturo Carlo Quintavalle nella prima mostra esclusivamente dedicata a «Schifano fotografo», insieme a un’ingente raccolta di Polaroid e a un montaggio rizomatico di oltre mille fotografie, ritoccate, formato 10x15. Il nocciolo della questione, possiamo sintetizzare, è quello della realtà intesa come immagine. In una delle rare interviste, Schifano si dichiarò calato per intero nella realtà: «Credo di esserne uno specchio», disse. L’impressione è che l’artista nel suo lavoro abbia assorbito e restituito immagini con una struggente accettazione del mondo, commista alla consapevolezza di poterle manipolare e forse anche alla fiducia di consegnarle al giudizio senziente degli altri. 

Che ruolo ha avuto, per lei, Schifano nell’arte e nella cultura italiana del secolo scorso? C’è qualcosa che con lui è cambiato e non è più tornato indietro?
Molti aspetti del lavoro di Mario Schifano sono eccezionali e seminali. Autorevoli osservatori li hanno individuati, Achille Bonito Oliva, soprattutto, che avendo seguito l’artista negli ultimi due decenni della sua attività ha potuto misurarne l’impatto. Da parte mia ne menziono due che sono entrati in via definitiva nel nostro linguaggio visuale e non solo. Il non finito dei suoi dipinti, che dà immagine e sostanza a una delle posture esistenziali più alte sperimentate dalla sua generazione: lasciare aperte le possibilità, non prevaricare, rispettare. L’immagine parcellizzata, il particolare come campo di conoscenza possibile, nel quale entra in gioco la coscienza di chi guarda.

Mario Schifano, «Compagni compagni», 1968, collezione privata. Courtesy Gió Marconi, Milano. Foto Fabio Mantegna. © Mario Schifano, by Siae. © Archivio Mario Schifano

Guglielmo Gigliotti, 10 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Proliferazione e trasformazione contraddistinguono l’opera di Mario Schifano | Guglielmo Gigliotti

Proliferazione e trasformazione contraddistinguono l’opera di Mario Schifano | Guglielmo Gigliotti