Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Roberta Bosco
Leggi i suoi articoliRitorna Manifesta e lo fa con «This is not a church» (Questa non è una chiesa), un progetto particolarmente ambizioso, concepito in occasione del 30mo anniversario della biennale nomade europea, fondata nel 1996 a Rotterdam da Hedwig Fijen, ancora alla guida del progetto. L’evento si svolgerà per 15 settimane, dal 21 giugno al 4 ottobre, nella regione della Ruhr, in Germania, e concretamente in quattro città: Bochum, Essen, Duisburg e Gelsenkirchen. «Manifesta 16 Ruhr mantiene una relazione diretta con l’edizione precedente che si è tenuta a Barcellona, non solo per le tematiche che affronta, la decentralizzazione culturale, l’emergenza ecologica e la giustizia climatica, ma anche e soprattutto per la volontà di riformare e dare nuova vita a strutture architettoniche abbandonate, generando una nuova territorialità attraverso la cultura. A Barcellona ci eravamo concentrati su edifici simbolo del passato industriale della città, mentre in Germania abbiamo lavorato sul patrimonio ecclesiastico, scegliendo 12 chiese che ospiteranno mostre ed altri eventi artistici» spiega l’architetto Josep Bohigas (Barcellona, 1967) che è stato «creative mediator», questa la denominazione che la biennale dà ai suoi curatori, di Manifesta 15 Barcellona. Attualmente è «first creative mediator», cioè coordinatore del team di otto curatori che hanno selezionato gli oltre 100 artisti coinvolti, nonché responsabile dell’allestimento di due chiese, St. Ludgerus a Bochum e St. Josef a Gelsenkirchen, in cui saranno esposti i progetti dei quattro partecipanti spagnoli. Figlio di Oriol Bohigas, architetto e urbanista fautore delle tre grandi idee che all’inizio degli anni Novanta hanno trasformato la capitale catalana, l’apertura della città al mare, il recupero della periferia e la riqualificazione del centro storico, Josep Bohigas, è stato un personaggio chiave dell’edizione barcellonese e lo è di nuovo di Manifesta 16 Ruhr. «Il lavoro di ricerca e di analisi è durato quasi due anni ed è stato appassionante. Questa regione, che è stata l’epicentro della rivoluzione industriale europea, ha vissuto per decenni intorno allo sfruttamento delle miniere di carbone, elemento centrale di una struttura sociale fatti di villaggi, poco più che grandi quartieri, che sorgevano a ridosso delle miniere e si sviluppavano urbanisticamente a partire da una chiesa centrale. I minatori trascorrevano le giornate nell’oscurità del mondo sotterraneo e quando tornavano in superficie si connettevano con il cielo attraverso la chiesa», spiega Bohigas, illustrando anche la lenta decadenza iniziata con la chiusura delle prime miniere a metà degli anni Settanta fino all’ultima, che ha cessato l’attività solo quattro anni fa.
«La chiusura delle miniere ha distrutto la coesione sociale, generando una decadenza economica, politica ed ecologica. Sembra incredibile, ma la Ruhr è un territorio di migliaia di chilometri scavati, che non si inonda solo grazie a più di 600 pompe idriche che svuotano acqua ininterrottamente, altrimenti tutta la valle si allagherebbe», continua l’architetto, ricordando che numerosi architetti internazionali hanno ricevuto l’incarico di riconvertire le miniere trasformandole in spazi con altre finalità, in un processo che ha portato anche a un’importante rigenerazione ecologica. «Il tema delle miniere e del verde era già stato affrontato con successo, quindi ho deciso di concentrarmi sulla gente, 5 milioni di abitanti distribuiti in cinquanta città, e sulle chiese, ne abbiamo visitate una sessantina, come centri di coesione sociale, attualmente deteriorate e abbandonate. Per questo l’intervento di Manifesta si può anche considerare una strategia di recupero patrimoniale», spiega Bohigas, che è rimasto colpito dalla perdita di spazi comunitari e dalla desolazione degli edifici ecclesiastici modernisti, piccoli gioielli abbandonati all’incuria, che erano stati costruiti da eccellenti architetti dopo che l’80% del territorio della Ruhr fu bombardato durante la guerra.
«Manifesta non è una mostra né un museo, scegliamo le opere affinché siano incubatrici di processi di trasformazione a lungo termine, com’è successo a Barcellona», dichiara Bohigas sottolineando che alcune sedi dell’edizione catalana riaperte per Manifesta continuano a funzionare. È il caso della Casa Gomis, monumento dell’architettura razionalista, acquistata dal Ministero della Cultura per essere trasformata in un centro culturale, o le Tres Ximeneies, l’antica centrale elettrica di Sant Adrià del Besòs, che accoglie eventi di vario tipo in attesa di essere ristrutturata per diventare un grande hub dedicato alla creazione audiovisiva. «Questo è stato possibile grazie a Manifesta, che ha investito 2 milioni di euro per poterle riaprire al pubblico in sicurezza. Inoltre, tra qualche mese le Tres Ximeneies accoglieranno più di 10mila architetti per il congresso principale di Barcellona 2026, Capitale Mondiale dell’Architettura, che si celebra dal 28 giugno al 2 luglio», annuncia Bohigas.
«Come era successo a Barcellona, anche in questo caso abbiamo invitato i cittadini e le comunità locali a immaginare nuovi futuri per questi spazi, chiedendoci come potrebbero migliorare la coesione sociale e lo spirito comunitario. La necessità di creare spazi pubblici non commerciali dove le comunità possano incontrarsi, trascorrere del tempo e godersi la vita quotidiana è una delle questioni chiave del quadro concettuale di Manifesta. Invece di presentare una struttura curatoriale tradizionale per spazi espositivi convenzionali, la biennale ha riunito quattro tandem intergenerazionali di mediatori creativi che hanno sviluppato progetti specifici (più della metà delle opere in mostra sono inedite) per Manifesta», prosegue Bohigas, ricordando che nel prossimo decennio oltre 20mila chiese in tutta la Germania saranno svuotate e sconsacrate e potranno essere trasformate in rifugi climatici, centri per il riciclo, palestre o addirittura piscine. Tutti gli eventi di Manifesta saranno gratuiti, garantendo che questi spazi di cultura e incontro siano davvero accessibili a tutti. Nessun italiano tra gli artisti selezionati. Tra gli artisti spagnoli invitati da Bohigas spiccano Curro Claret, che organizzerà workshop con i vicini per trasformare i banchi delle chiese in mobilio utile per gli abitanti della zona, e CaboSanRoque, che creerà una specie di piccolo centro polisportivo all’interno della chiesa, mentre il compositore e musicologo Lorenç Barber comporrà una sinfonia con le campane ormai inutilizzate delle chiese. «Manifesta 16 non propone una tesi artistica unitaria, bensì una costellazione di interrogativi. Si interroga su come gli spazi ereditati dall’industrializzazione possano essere riutilizzati per nuove forme di vita collettiva e su come la memoria, architettonica, possa essere mobilitata non per cristallizzare l’identità, ma per destabilizzarla ed espanderla. Cerchiamo di capire inoltre che cosa si può costruire sulle rovine della modernità e come la cultura può contribuire alla reinvenzione della regione», conclude Bohigas.
La Thomaskirche a Gelsenkirchen, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, costruita nel 1964-65 da Albrecht Egon Wittig e Fred Janowski. © Dirk Rose