giulia cenci, field, 2018, (installation view). fragments of mechanical components, rubber, foam, metal, marble dust, clay, tree branches, variable dimensions, photo by Geert Jan Van Booj. Courtesy the artist, Lustwarande,Tilburg; @giulia cenci

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giulia cenci, field, 2018, (installation view). fragments of mechanical components, rubber, foam, metal, marble dust, clay, tree branches, variable dimensions, photo by Geert Jan Van Booj. Courtesy the artist, Lustwarande,Tilburg; @giulia cenci

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Redazione GDA

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Diario di Radis, progetto di arte nello spazio pubblico promosso da Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT per il quadriennio 2024-2027. Questo progetto di racconto a puntate, una al mese sino ad ottobre, vuole illustrare, per tappe, con diverse voci e da diverse angolazioni, il percorso verso l'innesto dell'opera di Giulia Cenci per la prima edizione del progetto.

«Dopo che gli hai sparato, un elefante si regge sulle zampe per altri dieci giorni prima di crollare». Quando le ho chiesto: «Che cos’è per te un monumento?», Giulia Cenci mi ha risposto così, citando un passaggio da La conquista dell'inutile di Werner Herzog.

Erano i giorni delle statue vandalizzate e abbattute dai manifestanti in seguito alla brutale uccisione di George Floyd da parte della polizia di Minneapolis. Una protesta che si era accesa contro i simboli associati al razzismo e al colonialismo, che dagli Stati Uniti si era diffusa in Europa e nel Sud globale. Quella furia iconoclasta veniva da lontano  (in alcuni casi aveva condotto a compimento processi di decolonizzazione dello spazio pubblico portati avanti per anni) e ha lasciato aperte molte domande su come sarebbe dovuto cambiare il nostro rapporto con certi simboli, e sullo statuto dell’arte nello spazio pubblico. 

Le parole di Giulia Cenci mi sono tornate in mente quando ho ricevuto l’invito a curare la prima edizione di Radis da parte di Fondazione CRT per l’arte. Pensare il monumento come animale in fin di vita, tanto grande quanto vulnerabile, mi è sembrato il punto di partenza più giusto per commissionare un’opera permanente nello spazio pubblico. Ho invitato Giulia Cenci a pensare la sua prima opera permanente per una radura di betulle a milleduecento metri sul livello del mare, poco fuori il paese di Rittana, in provincia di Cuneo. È un luogo di ritrovo per gli amanti della montagna, grazie ai sentieri che da qui si snodano lungo le creste e le valli della zona, e al tempo stesso è un luogo di memoria. Non lontano da lì, durante la Seconda guerra mondiale, centinaia di giovani si sono radunati tra i ruderi di Borgata Paraloup, fondando uno dei primi quartieri generale delle bande partigiane di Giustizia e Libertà.

Una mappa della Valle Stura di Demonte, nel Cuneese

Che cos’è per te un monumento?

La radura è denominata Chiot Rosa, dove «chiot» viene dall’occitano e significa «piccola pianura racchiusa tra alture». L’attributo rosa invece ha una etimologia incerta, potrebbe, come per il Monte Rosa, venire da «reuza» ovvero «ghiacciaio» in dialetto, in riferimento al freddo dell’inverno; «reuza» inteso come il rosso del sangue, in riferimento a una battaglia che potrebbe essere stata combattuta in questo luogo; o rosa come la luce del sole che bagna la radura al tramonto. 

Durante il primo sopralluogo al Chiot ci siamo avventurate nella neve, affondando a ogni passo. Un incedere lento che è stato un ingrediente importante per ideare un progetto rispettoso del paesaggio, che tenga conto delle piante e di tutti gli esseri viventi che già abitano e frequentano la radura, anche non umani. «Mi ha fatto immediatamente immaginare un lavoro che possa innestarsi nella radura di betulle, trarne una narrazione senza cadere nella monumentalità, spiega Giulia. La radura sembra portare nella sua quiete una storia invisibile, fatta di rifugio e lotta, contrasti e contraddizioni che risiedono nell’evoluzione del nostro Paese e nelle sue difficoltà. Non ho potuto fare a meno di pensare che qui ci si è riuniti e si è lottato, si è trovato riparo così come morte».

Nel dopoguerra Nuto Revelli, che fece parte delle brigate partigiane addestrate a Paraloup, tornò in quelle terre a intervistare un mondo contadino e montanaro che stava velocemente scomparendo, perché chi era sopravvissuto si riversava nelle valli, a lavorare nelle grandi industrie. Il mondo dei vinti, il libro in cui sono confluite le trascrizioni di quelle interviste, documenta questo spopolamento dal punto di vista umano. 

Dal punto di vista della montagna invece, la ritirata dell’essere umano ha significato il ritorno dei boschi dove prima c’erano i pascoli, ed è il caso anche del Chiot Rosa. Le betulle della radura non abitano lì da sempre, sono una foresta secondaria. «Il termine “secondary forest” fa riferimento alla crescita secondaria che avviene nelle foreste dopo un accadimento violento, sia di origine naturale che antropomorfa, che ne ha stravolto la crescita consueta, generando un habitat che ha caratteristiche diverse rispetto all’originale, includendo il coinvolgimento di nuove specie, la diversa crescita delle piante e altri fenomeni che ne cambiano completamente l’aspetto e le regole» racconta l’artista, che si è ispirata a questo processo per le sue opere più recenti.

Giulia Cenci e Marta Papini durante il primo sopralluogo al Chiot Rosa. Credits AMS Artistica Music & Show

Secondary forest

«Questo termine mi affascina molto, innanzitutto perché, in Europa ed in tutto l’occidente, non siamo quasi più in grado di visitare foreste primarie. Quelle che viviamo portano una ricrescita che in larga parte è dovuta alla nostra interferenza». Dopo una lunga permanenza all’estero, qualche anno fa Cenci è tornata a vivere nella campagna toscana, dove è nata e cresciuta. «Ho cambiato la mia percezione di natura così come di selvatico. L’agricoltura è molto differente da quello che si può immaginare se non la si vive. La natura qui, o in generale in luoghi intensamente coltivati, non è meno artificiale di una grande fabbrica o un magazzino brulicante di fattorini. Tra i filari metallizzati e lucenti, tirati in tensione, su cui crescono vigne o uliveti, ci sono piccole figure, abitanti che ne assicurano il migliore sviluppo. Anche loro diventano anonimi e seriali nella vastità degli ettari che si estendono in modo geometrico per produzioni di massa e dedicate a esportazioni di enormi quantità di prodotto».

Allo stesso modo, quella che ammiriamo al Chiot Rosa non è una natura originaria, vergine, ma è il frutto del passaggio dell’essere umano, del calpestio dei pascoli, degli eventi della Storia, e tutti questi accadimenti hanno dato origine alla radura per come la vediamo oggi, un placido bosco di betulle che potrebbe sembrare lì da sempre. «Credo molto nella permeabilità degli accadimenti, nella loro facoltà di rimanere e tracciare una sorta di Dna del luogo o del contesto in cui vado a lavorare… In questo modo la scansione che io faccio di determinati oggetti o immagini va a confluire con quella che esistente nel tentativo di creare un rapporto d’equilibrio o contrasto con ciò che voglio portarci dentro. Non è mai un approccio retorico, ma piuttosto aperto, nella speranza che non sia del tutto possibile cancellare o dimenticare qualcosa che è accaduto prima di noi». 

Per il Chiot Rosa Cenci sta pensando a un’opera che crei un rapporto permeabile con il paesaggio e che entri a far parte della memoria del luogo, nutrita anche dalle persone che lo frequenteranno.

Redazione GDA, 15 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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