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Angelica Kaufmann
Leggi i suoi articoliA duecento anni dalla nascita di Gustave Moreau, Il Giornale dell'Arte vuole rendere omaggio a una delle più grandi "creazioni" del pittore francese: la sua casa. Non solo perché custodisce il nucleo più importante della sua produzione, ma perché rende leggibile, quasi fisicamente, una delle grandi invenzioni dell’artista moderno: trasformare la propria casa in una macchina di memoria, di visione e di controllo del lascito. In questo senso il Musée Gustave Moreau è un autoritratto architettonico. Situato al 14 di rue de La Rochefoucauld, nel IX arrondissement, il museo conserva l’impianto voluto dallo stesso Moreau. Nel 1895 l’artista incaricò l’architetto Albert Lafon di trasformare la casa di famiglia: il secondo piano fu organizzato come un “museo sentimentale”, con ritratti di famiglia e opere di amici come Théodore Chassériau, Eugène Fromentin ed Edgar Degas, mentre il secondo e il terzo livello superiori divennero due grandi atelier illuminati da luce nord, pensati per offrire il massimo spazio possibile alla sua pittura. A collegarli, una maestosa scala a chiocciola in ferro battuto, oggi uno degli elementi più riconoscibili del museo.
È proprio questa scala a rendere la Maison Moreau qualcosa di più di una casa d’artista. Nella sua funzione più immediata organizza il passaggio tra i due grandi studi, ma sul piano simbolico costruisce un’esperienza di salita, di attraversamento, quasi di iniziazione. Non si accede semplicemente a una collezione di opere: si entra in una costruzione mentale. Lo sguardo sale insieme al corpo e, mentre risale, viene investito da una densità di immagini che non hanno nulla della neutralità museografica moderna. Le pareti degli atelier sono saturate di dipinti, cartoni, acquerelli, studi. Non c’è isolamento contemplativo dell’opera: c’è accumulo, eco, stratificazione, proliferazione.
Questo aspetto è decisivo per comprendere Moreau. Pittore simbolista per definizione, è stato spesso ridotto a inventore di visioni colte, mitologiche, sensuali e spirituali. Ma la casa-museo mostra qualcosa di ulteriore: la sua ossessione per l’insieme, per il montaggio, per la sopravvivenza futura dell’opera come sistema e non come somma di capolavori isolati. Dal 1896 Moreau lavora attivamente a questo progetto finale: classifica, seleziona, ritocca, amplia, lascia incompiuto. Il museo è pensato come la sua “grande opera ultima”, quella in cui tutti i temi esplorati nel corso della vita devono essere presenti. Lo conferma anche il testamento del 10 settembre 1897, con cui lascia allo Stato la casa e tutto ciò che contiene, predisponendo anche i mezzi economici per garantirne la conservazione.
Il bicentenario del 2026 rende questa lettura ancora più attuale. Il museo ha inserito le celebrazioni in un programma di mostre ed eventi, tra cui la presentazione di La Sirène et le Poète, organizzata esplicitamente nell’ambito delle celebrazioni nazionali per i 200 anni dalla nascita dell’artista. Non è un dettaglio secondario: indica che la rilettura di Moreau non riguarda solo la sua produzione pittorica, ma il ruolo stesso della maison come luogo critico, come laboratorio di interpretazione. La forza della Maison Moreau risiede proprio in questa duplicità. Da un lato conserva il carattere domestico dell’abitazione, con gli ambienti più intimi ancora leggibili; dall’altro apre, improvvisamente, a una monumentalità quasi inattesa. I due grandi atelier, oggi preservati nel loro impianto storico, ospitano circa 1.300 dipinti, acquerelli e schizzi, oltre a 5.000 disegni. La casa privata si rovescia in archivio, l’atelier in scena pubblica, il raccoglimento in dispositivo di trasmissione.
È qui che la scala assume il suo senso più profondo. È il centro di gravità di una concezione dello spazio in cui la pittura non viene presentata come una sequenza ordinata, ma come una costellazione verticale. La spirale suggerisce un movimento senza vera conclusione, un’ascesa che non approda a una sintesi ma a un’intensificazione. In termini contemporanei, si potrebbe dire che Moreau inventa una forma precocissima di self-curation radicale: non affida ad altri la costruzione del suo racconto, ma progetta egli stesso le condizioni della propria ricezione futura.
Questo rende il museo sorprendentemente contemporaneo. In un presente segnato da fondazioni d’artista, archivi gestiti come dispositivi strategici, case-museo ripensate come marchi culturali, la Maison Moreau appare come un prototipo. Non tanto per la scala in sé, quanto per la lucidità con cui trasforma lo spazio in una dichiarazione di metodo. Moreau non si limita a lasciare opere: costruisce il modo in cui dovranno essere viste, lette, percorse. In questo senso, il bicentenario è un’occasione utile per sottrarre Gustave Moreau all’immagine un po’ consumata del maestro simbolista per iniziati. La sua casa-museo mostra un artista che comprende pienamente il rapporto tra opera, spazio e posterità. E mostra anche qualcosa di più raro: un luogo in cui l’architettura non serve a esporre la pittura, ma a continuarla. La scala, con il suo andamento avvolgente e teatrale, non accompagna soltanto il visitatore verso gli atelier. Lo introduce dentro la logica stessa di Moreau: una pittura che sale, si addensa, si moltiplica, e che continua a chiedere di essere attraversata più che semplicemente guardata.
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