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Dall’8 dicembre i tre sindacati maggiori hanno votato lo «sciopero a oltranza», dichiarando di sentirsi «l’ultimo baluardo prima del collasso»

© Cgt Culture

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Dall’8 dicembre i tre sindacati maggiori hanno votato lo «sciopero a oltranza», dichiarando di sentirsi «l’ultimo baluardo prima del collasso»

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Parigi: la grande crisi (sociale) del Louvre

Dopo il furto di ottobre, sciopero a oltranza dei sindacati che denunciano i tagli al personale di sicurezza e l’obsolescenza dei dispositivi di sorveglianza: ogni giorno di chiusura costerebbe fino a 400mila euro. In bilico la presidente Laurence des Cars

Il furto dei gioielli della Corona del 19 ottobre scorso, che ha messo in evidenza le falle del sistema di sicurezza del Louvre, ha permesso di portare allo scoperto anche la profonda crisi sociale che cova da tempo nel museo più visitato del mondo (nove milioni di visitatori nel 2025). L’8 dicembre scorso i tre sindacati maggiori Cgt, Sud e Cfdt hanno votato lo «sciopero a oltranza» a partire dal 13 dello stesso mese, dichiarando in un comunicato di sentirsi «l’ultimo baluardo prima del collasso». Da allora, si è tenuta una decina di assemblee generali, con tre giorni di chiusura totale del museo, diversi giorni di chiusura parziale e il percorso di visita spesso ridotto alle sole tappe obbligate tra la Gioconda e la Venere di Milo. 

I sindacati denunciano i tagli al personale di sicurezza, la precarizzazione del lavoro e l’obsolescenza dei dispositivi tecnici di sorveglianza. Rivendicano la rivalutazione degli stipendi, la stabilizzazione dei precari e investimenti strutturali per rafforzare la sicurezza del museo. Chiedono inoltre la riallocazione delle risorse finanziarie per intervenire sulla ristrutturazione di alcune parti dell’edificio e anche, in nome del principio di uguaglianza nell’accesso alla cultura, di mettere fine alla doppia tariffa di ingresso che, dal 14 gennaio, è salita a 32 euro (un aumento di 10 euro) per i visitatori extraeuropei. Ma dietro il malessere del personale non c’è solo una somma di disfunzioni operative. Al primo posto nella lista di rivendicazioni figura la richiesta di un «cambiamento della governance». Già nel comunicato dall’8 dicembre i sindacati chiedevano l’«immediata cessazione dell’attuale modello di governance piramidale e compartimentato, che produce decisioni assurde, scollegate dalla realtà operativa e in contrasto, in particolare, con le esigenze di tutela e sicurezza». Secondo i sindacati «questo assetto ha contribuito direttamente alle derive organizzative emerse dopo il furto del 19 ottobre 2025. È urgente, aggiungevano, porre fine a un sistema di governance accentrato nelle mani di pochi decisori, che soffoca la circolazione delle informazioni, impedisce l’anticipazione dei rischi e pone il personale in situazioni insostenibili». 

Un’analisi pubblicata a gennaio dal giornale d’inchiesta online «Mediapart» punta il dito contro l’«iper presidenza» del Louvre che, secondo la testata francese, si sarebbe consolidata a partire dalla direzione di Henri Loyrette (2001-13), rafforzata sotto Jean-Luc Martinez (2013-21) e accentuata con l’arrivo di Laurence des Cars nel 2021. Un sistema di potere che concentra le decisioni al vertice, riduce i contropoteri interni e mantiene un rapporto diretto con l’Eliseo, spesso a scapito della gestione quotidiana dell’istituzione. «Il Louvre continua a essere una prerogativa del presidente della Repubblica, indipendentemente dalle valutazioni del Ministero della Cultura», scrive «Mediapart». È in questo contesto che si inserisce l’annuncio, a metà dicembre, da parte della ministra della Cultura Rachida Dati che, giudicando evidentemente insufficienti le misure adottate dal museo nell’urgenza dopo il furto, ha deciso di affidare a Philippe Jost, alto funzionario 65enne dalla lunga carriera nella Difesa, e dal 2023 presidente di Rebâtir Notre-Dame de Paris (l’ente che gestisce il restauro della Cattedrale parigina dall’incendio del 2019), una missione per «riorganizzare in profondità il Museo del Louvre». Un «commissariamento di fatto» del museo, seppure mai nominato come tale dalle istituzioni. La missione di Jost sarebbe di rimettere ordine nell’organizzazione e nell’immagine del museo, anche alla luce del severo rapporto della Corte dei Conti sulla sua gestione e delle ispezioni interne che hanno evidenziato molteplici carenze. Eppure, secondo fonti concordanti, a distanza di settimane e mentre scriviamo, la lettera di missione ufficiale non risulta ancora firmata, nonostante a Jost fosse stato chiesto di formulare una serie di proposte «entro fine febbraio». L’impasse sarebbe dovuta a «disaccordi interni fra l’Eliseo e la ministra Dati sulla sorte da riservare alla presidente Laurence des Cars», scriveva il 13 gennaio il settimanale «Le Canard Enchaîné». Per alcune fonti, la missione sarebbe stata annullata, per altre ritardata dal conflitto sociale, diventato ormai una priorità, anche per il suo costo: ogni giorno di chiusura costerebbe al museo fino a 400mila euro. 

In una recente intervista televisiva, Rachida Dati ha riconosciuto l’esistenza di «problemi di governance» alla testa del museo, aggiungendo: «Ci assumeremo molto presto le nostre responsabilità». Dal furto dei gioielli, l’autorità della presidente direttrice del Louvre, Laurence des Cars, più volte convocata in Senato nell’ambito dell’inchiesta parlamentare, appare sempre più fragile. Emmanuel Macron ha respinto le sue dimissioni, ma la ministra Dati, scrive «Le Figaro», starebbe cercandole un «sostituto». Il mandato di cinque anni della des Cars scade il prossimo 31 agosto e appare sempre meno probabile che venga rinnovato.

Luana De Micco, 08 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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