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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoli«Welcome to Italy dove non c’è futuro». Parole che pesano come macigni, anche se sono solo segni grafici su una carta nautica del braccio di mare che divide, o unisce, Africa e Sicilia. Parole che danno il titolo a una delle opere di cui si compone la personale di Opiemme da Marignana Arte dal 31 gennaio al 18 aprile. La storica firma collettiva (è nata a Torino nel 1998) ha fatto del connubio tra la parola, il verso poetico e l’immagine, lo strumento del suo operare. «Senza Bandiere V.3.0. Divide et impera» raccoglie una selezione di opere realizzate negli ultimi quindici anni, in dialogo con gli aforismi di Walter Loddi. Inequivocabile il messaggio, a partire dall’opera citata per arrivare al collage di prime pagine di giornali di un tempo storico che fu, raccolte a cerchio intorno all’Europa, su cui campeggiano le parole: «La storia è migrante». E ancora: «L’umanità oggi ha un confine, Finché schermo non ci separi, Riqualificazione umana, ecc.». Rimarca il concetto il titolo, «Senza bandiere», che se da un lato «richiama l’urgenza di superare i confini e le divisioni che frammentano il mondo contemporaneo, dall’altro allude a un senso di smarrimento, di perdita di riferimenti e di valori comuni in cui riconoscersi», scrive Marignana Arte.
«È un titolo che presenta fin da subito una frizione interna, è l’analisi di Tommaso Evangelista che accompagna l’esposizione, una tensione semantica che riflette attentamente l’attuale poetica di Opiemme. Le due espressioni non si completano, instaurano invece un campo di conflitto che attraversa l’intera mostra. “Senza bandiere” evoca un orizzonte etico e politico: l’aspirazione a un mondo capace di oltrepassare confini geografici, culturali, identitari, ed è un’affermazione che richiama l’idea di una comunità estesa, planetaria, fondata sulla relazione e sulla condivisione di una vulnerabilità comune, sull’idea di una Storia migrante. “Divide et impera”, al contrario, introduce la logica del potere, non come principio astratto bensì come meccanismo operativo che ha strutturato la politica, l’economia, la produzione del sapere e delle immagini».
«Le opere di Opiemme, aggiunge Jonathan Molinari, non offrono soluzioni semplici né consolazioni, ma aprono domande, creano fratture nel discorso dominante e invitano a una presa di responsabilità. Ricucire ciò che è stato spezzato, riaprire lo spazio del possibile e immaginare un futuro fondato sul rispetto e sulla reciprocità».
Una mostra che rappresenta quindi la summa della filosofia del collettivo, dove l’arte è intesa come strumento di riflessione etica, in questa selezione di opere centrata sui temi del nostro tempo, migrazioni, diritti umani, sostenibilità ambientale. E scegliendo come privilegiati gli strumenti sempre più segnati dal disuso, cartine geografiche, vecchi giornali, la carta stampata in generale, il libro stesso quindi, la riflessione si lega inscindibilmente al rapporto tra uomo e tecnologia. «Il ritorno all’uso delle cartine geografiche, nel momento in cui siamo abituati a vederci come avatar sui nostri gps, scrive Opiemme, ci conduce a un recupero della memoria dei luoghi. Il gesto stesso di aprire e ripiegare le mappe riporta a una fruizione più lenta e attenta di quanto non sia la geolocalizzazione sugli schermi dei nostri smartphone. Fissando le cartine vedo forme e ricordi. Mi piace leggerle. Orientarmi senza device…».