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Opere false e stime gonfiate: condannati a Shanghai due ex manager di una nota casa d’aste

Un collezionista della provincia dello Shandong è stato raggirato per circa 74 milioni di dollari, acquistando oltre 40 lotti rilevatisi non conformi a quanto dichiarato

Camilla Sordi

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Sempre più frequentemente, presto o tardi, viene fatta luce sui meccanismi oscuri del mercato dell'arte. Come accaduto a Shanghai, Cina, dove due ex dirigenti di una rinomata casa d'aste locale, la Shanghai Jiahe Auction Co., Ltd., sono stati condannati a severe pene detentive per aver architettato e reiterato un complesso sistema di raggiri su larga scala. Al centro dello scandalo, le manovre fraudolente che hanno indotto un facoltoso collezionista a sborsare circa 500 milioni di RMB (l'equivalente di 74 milioni di dollari) per l'acquisto di reperti contraffatti o con quotazioni del tutto sproporzionate rispetto al reale valore di mercato.

I media cinesi hanno rivelato come l'acquirente truffato, un residente della città di Qingdao (nella provincia dello Shandong) identificato con lo pseudonimo di Li Ping, abbia comprato nel corso di un esteso periodo di tempo più di quaranta pezzi attraverso la maison. Solo in un momento successivo, l'analisi dei documenti di autenticazione ha portato alla luce come gran parte delle opere fossero falsi d'autore, con valutazioni gonfiate a tavolino. Riconosciuti colpevoli per quattro diversi casi portati in tribunale, i due ex manager dovranno scontare rispettivamente 14 anni e sei mesi e 12 anni di carcere.

Gli atti giudiziari descrivono nel dettaglio la strategia della truffa, che andava ben oltre la semplice vendita. La coppia di manager aveva infatti coltivato un legame strettissimo con Li Ping, arrivando a isolarlo deliberatamente da qualsiasi altra figura all'interno della comunità dei collezionisti, con il preciso scopo di negargli l'accesso a informazioni esterne e pareri indipendenti. Una volta reso vulnerabile il cliente, i complici si servivano di dipendenti e collaboratori infiltrati tra il pubblico con il compito di effettuare rilanci fittizi durante le sessioni d'asta. In questo modo la vittima veniva spinta a rilanciare oltre misura per aggiudicarsi i lotti. I profitti generati da questo meccanismo venivano successivamente spartiti con i conferenti dei beni, in base a precisi accordi presi in precedenza.

Alcuni esempi? In un'occasione, Li Ping si è aggiudicato per 1,68 milioni di RMB (circa 247 mila dollari) un vaso commercializzato come un prezioso manufatto dell'epoca Qianlong della dinastia Qing, che i successivi esami hanno identificato come una banale riproduzione contemporanea del valore commerciale di appena 250 RMB (circa 37 dollari). Lo stesso collezionista era stato convinto a investire ben 23 milioni di RMB (3,4 milioni di dollari) per un dipinto attribuito al celebre maestro Fu Baoshi; dalle indagini è emerso che il venditore di quest'opera era in realtà collegato a un secondo e speculare filone di frode scoppiato nella provincia dell'Hebei.

Proprio a questo secondo filone si collega la vicenda del signor Ding, un collezionista dell'Hebei che aveva affidato a un'altra casa d'aste di Shanghai il mandato per vendere un dipinto della sua collezione. Attraverso l'uso di finti offerenti in sala, la sessione d'asta è stata manipolata a tal punto da spingere lo stesso signor Ding a riacquistare inconsapevolmente la propria opera per 6,8 milioni di RMB (1 milione di dollari). Una cifra inferiore rispetto al prezzo di riserva originario, fissato a 12 milioni di RMB (1,8 milioni di dollari). Le autorità di Shanghai hanno fatto scattare indagini formali mirate proprio nei confronti della società coinvolta, con il caso che rischia dunque di continuare ad allargarsi.

Camilla Sordi, 20 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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