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Omar Mismar: il mosaico contemporaneo come opera di resistenza e atto di cura silenziosa

Omar Mismar (Libano, 1986) trasforma storie di confine, memoria e resistenza in mosaici, video e installazioni che scuotono le certezze. Libano, Siria e Stati Uniti segnano il suo sguardo unico, tra politica, e intimità. Ogni opera è una nuova possibilità di vedere il mondo.

Nicoletta Biglietti

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Non dà lezioni. Sposta lo sguardo. È un gesto semplice, quasi minimo, ma sufficiente a incrinare ciò che di solito appare fisso, garantito, immutabile. In questo spazio mobile si inserisce il lavoro di Omar Mismar, artista e ricercatore visivo che attraversa media e contesti diversi per interrogare la politica, l’intimità e le forme della testimonianza. Nato nel 1986 nella valle della Bekaa, in Libano, a pochi chilometri dal confine siriano, cresce in un territorio dove le storie si sovrappongono ai paesaggi, un contesto che segnerà profondamente il suo sguardo.

Dopo gli studi di graphic design all’American University di Beirut, dove si laurea nel 2008, Mismar vola negli Stati Uniti grazie a una borsa Fulbright. Al California College of the Arts consegue due master – arte come pratica sociale e studi visivi e critici – e insegna come professore part-time. La sua formazione si completa al Whitney Independent Study Program, affinando una pratica concettuale e multidisciplinare.

«Spesso lavoro attivamente con le persone. Ad esempio, ho girato un video in un’armeria a Skowhegan, nel Maine, con due ragazzi, Bruce e Bailey. Leggevano un testo di teoria politica». Le sue opere attraversano media e discipline diverse: dai mosaici reinterpretati ai video collaborativi, dalle installazioni ai lavori concettuali che osservano il mondo politico e sociale senza mai cadere nel mero didattico. A partire dal progetto dei mosaici, iniziato nel 2015, Mismar si ispira alla storia dei «Syria’s Monuments Men», uomini che lavoravano al Ma’arat al-Numan Museum per proteggere opere minacciate dai bombardamenti. In collaborazione con Abdel Moneim Barakat, maestro mosaicista fuggito dalla Siria nel 2011, produce lavori che riflettono questi gesti silenziosi, come «Ahmad and Akram Protecting Hercules», dove due figure anonime difendono un mosaico di Ercole. «Questi uomini erano archeologi, figure anonime che cercavano di proteggere l’arte in modo silenzioso e eroico».
Le immagini dei musei e la documentazione dei protagonisti diventano punto di partenza per mosaici che reinterpretano la storia e inseriscono giochi di ruolo tra predatore e preda, tra potere e rivoluzione, tra simboli antichi e riferimenti contemporanei.

Allo stesso tempo, Mismar esplora momenti di intimità e desiderio, come in «Two Unidentified Lovers in a Mirror», un mosaico circolare che raffigura due uomini abbracciati, volti sfocati e dettagli intricati circondati da un bordo a spirale. L’opera unisce tradizione e contemporaneità, ricordando pratiche storiche di anonimato e pixelatura dei volti, legate a necessità di protezione e invisibilità, e mette in scena un omoerotismo esplicito in un mezzo tradizionale. Altri mosaici, come «Spring Cleaning», trasformano oggetti quotidiani – coperte appese ai balconi dei rifugiati – in strumenti di documentazione visiva e narrazione sociale, traducendo l’esperienza del displacement in immagini concrete e poetiche. «Per «Spring Cleaning», ho riprodotto coperte di poliestere comuni tra i rifugiati. Sono ingombranti e calde, ma leggere. Appese sui balconi diventano, per me, questi stendardi del dislocamento. Riprodurre questi oggetti nei mosaici è un modo per documentare ciò che sta accadendo».

Omar Mismar, «Two Unidentified Lovers in a Mirror», 2023. Maestro mosaicista: Abdel Moneim Barakat. Courtesy Mahmoud Merjan

Il lavoro di Mismar non si limita però ai mosaici. Nei suoi video, come quelli girati in un’armeria nel Maine, il mezzo si adatta all’idea, e l’idea guida il mezzo. La collaborazione con i soggetti e la ricerca sul campo sono centrali: ogni gesto, ogni parola, ogni scelta estetica nasce da un confronto diretto con persone reali, dalle cui azioni emerge la complessità dei temi trattati. Non cerca l’esotismo, non ripropone immagini di guerra occidentali. Evita il racconto di vittime o la celebrazione della sopravvivenza. Il suo lavoro prende ciò che esiste e lo rielabora in un nuovo linguaggio visivo.

«La Siria è stata una vicinanza ineludibile. Crescere nella Bekaa, così vicini alla frontiera, e vedere la guerra così da vicino ha segnato profondamente la mia prospettiva. Quando torno, non posso ignorarla».
La Siria e la guerra, i confini, i campi profughi, le leggi di Assad sulla proprietà e l’esodo forzato hanno alimentato progetti come «A Dubious Prototype», un archivio di planimetrie domestiche disegnate dai residenti sfollati, dal dettaglio rigoroso al disegno quasi giocoso. Con queste opere Mismar esplora il rapporto tra persone, spazi e memorie, e il modo in cui la violenza politica cancella l’accesso alla storia personale. Ogni azione diventa testimonianza, ogni scelta narrativa diventa ricerca di senso.

Le sue opere hanno ricevuto attenzione internazionale. I mosaici politici presentati alla Biennale di Venezia commentano il regime siriano e altre realtà del Medio Oriente, ottenendo elogi dalla critica sulla «sincerità pressoché incrollabile» del suo lavoro. Ha esposto a Parigi, New York, Lettonia, Brasile, Germania e Paesi Bassi. Ha insegnato e curato, è stato visiting professor al Pratt Institute, fellow al Vera List Center, curatore della rivista «Rusted Radishes» . Il suo lavoro attraversa territori geografici e disciplinari, sempre mantenendo un rapporto stretto con la realtà, con la storia e con i soggetti delle sue opere. «Il medium viene dopo l’idea. Ma a volte vanno di pari passo. Il progetto dei mosaici è un buon esempio. È iniziato quando ho letto di uomini che lavoravano per salvare i mosaici in Siria e ho pensato di crearne di nuovi che riflettessero questi sforzi».

Il mosaico, la fotografia, il video, le installazioni: tutto diventa linguaggio per interrogare il passato, il presente e le possibilità future, per mostrare la vita che persiste in contesti segnati dal conflitto, per raccontare resistenza e cura, anonimato e visibilità, memoria e presenza. I dettagli sono studiati, la collaborazione è centrale, la riflessione politica costante. Eppure, attraverso tutto questo, Mismar non offre verità definitive. Propone possibilità, scenari, traduzioni. Mostra che ciò che pensavamo «garantito» può essere riletto. Che le storie possono essere raccontate in modi nuovi. E, che l’arte è il luogo in cui osservare, ripensare e soprattutto continuare a interrogarsi.

Omar Mismar, «Ahmad and Akram Protecting Hercules», 2019-20. Maestro mosaicista: Abdel Moneim Barakat. Credits Christopher Baaklini

Nicoletta Biglietti, 10 dicembre 2025 | © Riproduzione riservata

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