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Cristina Casero
Leggi i suoi articoliL’esposizione Sguardi sull’Africa: le fotografie di Tito e Sandro Spini nelle collezioni CSAC, allestita fino al 26 aprile negli spazi della Abbazia di Valserena a Paradigna, sede del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, è incentrata sul ricco patrimonio di fotografie e di documenti di Tito e Sandro Spini che il centro stesso conserva. Curata da Alessandra Acocella e Alessandro Ferraro, si offre come un progetto di notevole interesse, capace di coniugare ricerca scientifica e l’interessa culturale.
Non si tratta, infatti, di una semplice mostra fotografica ma di un dispositivo critico che invita il pubblico a esplorare un patrimonio ricco e complesso, restituito con un allestimento semplice ma efficace, in cui immagini e documenti dialogano per restituire uno spaccato significativo dell’attività degli Spini, protagonisti di punta della fotografia etnografica italiana. Il percorso espositivo si inserisce nell’ambito del progetto di ricerca PRIN PNRR 2022 Straniere, volto a indagare la ricezione delle culture extraeuropee in Italia nel secondo Novecento, e proprio in questa cornice la mostra stessa acquista ulteriore spessore.
Le fotografie e i materiali presentati, in gran parte poco noti o raramente esposti, risalgono alle campagne condotte dai due autori in Mali tra gli anni Settanta e Ottanta: un periodo di particolare fermento per l’antropologia, segnato da un progressivo ripensamento delle metodologie di indagine e delle forme di rappresentazione. Che la mostra aiuta a comprendere: le sessantuno stampe fotografiche, dedicate in particolare alle comunità Bozo e Dogon, non vengono presentate come elementi isolati, ma inserite in un contesto più ampio grazie a un ricco apparato documentario, proveniente dall’archivio Spini: lettere, appunti, inviti, materiali editoriali e contributi critici che permettono di ricostruire il processo che ha accompagnato le ricerche sul campo e le bellissime immagini che se sono scaturite.
Così, il visitatore è messo nella condizione di cogliere non solo l’esito finale, ma anche le dinamiche operative e le intenzioni che hanno guidato i due autori. È interessante sottolineare come la formazione architettonica di Tito e Sandro Spini emerga, seppur con discrezione, nella costruzione delle immagini: l’attenzione per lo spazio, per le strutture dell’abitare e per le relazioni tra individuo e ambiente contribuisce a definire uno sguardo analitico e al tempo stesso capace di restituire molto più del soggetto rappresentato. Questo aspetto si riflette anche nell’organizzazione tematica della mostra, che privilegia nuclei legati alle pratiche quotidiane, agli spazi domestici e alle attività lavorative, offrendo così una lettura articolata ma chiara delle realtà che i fotografi hanno scelto di documentare.
Un altro elemento di grande interesse di questa rassegna risiede nella capacità di mettere in evidenza come il lavoro degli Spini abbia costituito un momento molto significativo per l’evoluzione della fotografia etnografica nel nostro paese. In un contesto in cui l’immagine era spesso relegata a funzione puramente documentaria, i due autori contribuiscono a ridefinirne il ruolo, sperimentando un uso della fotografia come elemento critico e strumento di studio, non solo come testimonianza visiva, capace di mettere in discussione le narrazioni consolidate e di aprire nuove prospettive di comprensione.
L’influenza delle teorie dell’antropologia visuale è evidente, ma mai applicata in modo meccanico. Al contrario, il lavoro degli Spini si distingue per una viva capacità di rielaborazione critica, che consente loro di costruire rappresentazioni complesse e approfondite delle comunità incontrate che, sempre scevre da semplificazioni e lontane dagli stereotipi, restituiscono la pluralità dei contesti culturali e sociali, in un dialogo visivo molto coinvolgente per lo spettatore. Le loro fotografie, infatti, possiedono una intensa forza espressiva che cattura gli sguardi del pubblico, offrendosi come preziosi spunti di riflessione su un tema – la capacità di comprendere l’altro - ancora oggi purtroppo tanto attuale.
La mostra invita dunque a interrogarsi sul ruolo della fotografia nella rappresentazione dell’alterità, sul rapporto tra osservatore e osservato e sulle modalità attraverso cui la memoria visiva contribuisce a definire la nostra comprensione del mondo.
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