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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliIl vetro come materiale d’elezione per l’arte contemporanea. È stata questa la scommessa dell’imprenditore veneziano Adriano Berengo, classe 1947, una laurea in Lingue e una passione: quella per il materiale che a Venezia ha trovato una terra di nascita, evoluzione, successo, ma anche declino. La sfida di Berengo e del suo Berengo Studio, che ha sede tra Murano e Palazzo Cavalli-Franchetti, a poca distanza dal ponte dell’Accademia, è stata quella di riportare il materiale alle vette dell’interesse internazionale mettendolo nelle mani di alcuni dei maggiori artisti viventi. È nata così nel 2009 la rassegna Glasstress che torna ogni due anni come evento collaterale alla Biennale di Venezia e che oggi si appresta a inaugurare una nuova edizione, dal 12 luglio al 22 novembre, suddivisa tra la sede di Ca’ Tron sul Canal Grande e la sede di Murano della Fondazione Berengo Art Space. Un nome nato dall’unione di due parole universali, glass e stress, alludendo anche allo stress che il vetro subisce durante la lavorazione.
Una cinquantina gli artisti che prendono parte a questa mostra creando opere concepite in questa occasione e realizzate in vetro, nomi che vanno da Thomas Schütte a Jaume Plensa, Tony Cragg, Vanessa Beecroft, Ai Weiwei, Marinella Senatore o Monica Bonvicini. «Molti degli artisti che sono presenti sono stati già ospiti di questa manifestazione, spiega il suo ideatore Adriano Berengo, curatore insieme a Joanna De Vos e Umberto Croppi, e con molto entusiasmo desiderano tornare a farne parte, ma sempre con opere di nuova concezione e realizzazione. In ogni edizione, inoltre, ci sono sempre nuove partecipazioni, ed è così anche quest’anno con una ventina di debutti. Ma attenzione, non si tratta di una categoria specifica di artisti, di “glass artists” come li chiamano negli Stati Uniti: per me l’artista può sperimentare tutti i materiali che desidera, e in questo senso il nostro progetto è antitetico a quello che si è diffuso negli Stati Uniti negli anni scorsi, abbiamo una prospettiva diversa».
Si tratta infatti di artisti che il vetro lo scelgono in quest’occasione, una scelta che incide anche sul risultato formale del loro lavoro: «Il materiale condiziona il linguaggio sicuramente, chiarisce il curatore, non fosse altro perché, per esempio, con la trasparenza altera la percezione del volume. È un materiale dal peso specifico molto alto, uguale a quello del piombo, e che generalmente gli artisti tendono a utilizzare come se lavorassero una scultura in metallo, realizzando le loro opere con la tecnica della cera persa: da un piccolo bozzetto, si ottiene con la stampante 3D un modello in scala reale, e da qui un calco per poi procedere con lo strato di cera che viene sostituito dal vetro fuso, sulla cui superficie si può intervenire con patinature, esattamente come sul metallo, ma qui si lavora con acidature, iridescenze o sabbiature. Sono una minoranza gli artisti che pensano alla realizzazione di opere con la tecnica del vetro soffiato: in questo caso la mano del maestro vetraio, infatti, comporta un maggiore margine di inevitabile personale interpretazione dell’opera».
Se artisti come Tony Cragg, Thomas Schütte e Jaume Plensa costituiscono lo zoccolo storico della manifestazione, quest’anno l’interesse del curatore si è allargato a comprendere artisti dalla Cina e dai Paesi arabi: «Sono molto orgoglioso della presenza di Monira Al Qadiri e del marito Raed Yassin, libanese, che partecipa alla Biennale di Venezia e che qui porta una scultura stupenda intitolata alle lacrime e dedicata alla martoriata Beirut. Alla Biennale sono anche Al Dowayan, che rappresenta il Qatar, e María Magdalena Campos-Pons, new entry per “Glasstress”, autrice di una delle opere più fotografate, l’enorme fiore rosso nel Padiglione Centrale. Molto interessante è la proposta del duo Allora & Calzadilla, marito e moglie originari del Centro America, che hanno ideato un lampadario dalla luce molto speciale. Un’opera straordinaria è anche quella di Judi Chicago. Tra gli italiani, al suo debutto a “Glasstress” è Christian Fogarolli, che presenta una testa lavorata a cera persa». Tra gli highlights della mostra, Berengo svela l’opera di Marina Abramovic: «La sua figura è stampata in 3D e realizzata in vetro trasparente: posta in piedi su una vasca di metallo, l’acqua passa dentro il suo corpo uscendo dalla testa mista a sangue, un’opera di grande impatto».