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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoliIl Forte di Bard prosegue la sua attività espositiva dedicata ai grandi nomi della fotografia nazionale e internazionale con «Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano», mostra a cura di Claudio Composti allestita nelle sale delle Cantine della fortezza sabauda dal 24 luglio al 18 ottobre. Si tratta di un nuovo progetto fotografico che presenta per la prima volta un corpus di fotografie inedite tratte dall’archivio di Dondero (Genova, 1928-Fermo, 2015), grande fotoreporter e testimone civile del ’900. Gli scatti selezionati e organizzati in mostra non sono finora mai stati pubblicati né esposti, in quanto il curatore Composti li ha riscoperti due anni fa nell’Archivio di Mario Dondero, conservato in gran parte dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona (Fm) e composto da centinaia di migliaia di immagini tra negativi in bianco e nero, diapositive e stampe professionali, ancora in parte inesplorate, accompagnate da oltre 200 quaderni di appunti. Il materiale inedito è organizzato in mostra in tre macrosezioni tematiche: «Memorie del presente», dedicata a manifestazioni e movimenti sociali collettivi; «Sguardi politici», incentrata sui protagonisti della storia politica del ’900, «Verso il mondo», che rende omaggio ai gesti quotidiani e alle vite degli ultimi, della gente semplice, incontrata in ogni angolo del pianeta. Del resto, Dondero, che prima di diventare fotoreporter fu partigiano giovanissimo in Val d’Ossola, poi cronista militante nella stampa politica italiana del dopoguerra da «Lavoro Nuovo» all’«Avanti!», dal «l’Unità» a «Le Ore», era solito dire «mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita», rivelando un sincero amore per l’essere umano, protagonista di scatti nei quali lo sguardo del fotografo non cedeva mai al sensazionalismo.
Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra recano sul retro annotazioni a penna o a matita: descrizioni dell’evento, titoli, date e firme, a testimonianza di un altro aspetto peculiare della poetica di Dondero, ossia l’inseparabilità di scrittura e immagine, due forme complementari di testimonianza, come rivelano i suoi oltre 200 quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone: «I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente», annotava in uno di essi, ma lui era l’eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto e che interpretava la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali, restituendo uno sguardo radicale, antiretorico e profondamente umano che ha attraversato mezzo secolo di storia.