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Redazione
Leggi i suoi articoliDaniela Santanchè si è dimessa da ministra del Turismo il 25 marzo 2026. Resta però in corso l’inchiesta milanese per bancarotta che riguarda tra gli altri anche Bioera, la società del bio-food di cui è stata presidente fino al 2021. E nei bilanci della società è rimasta iscritta per anni anche una collezione d’arte poi finita all’asta: 51 opere, stimate intorno ai 250 mila euro, che hanno realizzato poco più di 34 mila euro.
La raccolta, come ricostruisce Domani, non era nata dentro Bioera, ma vi era confluita da Biofood Holding Srl, altra società della stessa galassia, a estinzione di un credito. Sempre secondo la ricostruzione di Domani sulla base degli atti, nel 2015 risultava iscritta l’acquisizione di un’opera dal valore di un milione di euro. Tre anni dopo, nel 2018, Bioera dichiarava in bilancio opere d’arte per 1,8 milioni di euro.
Eppure, nel 2023, il valore complessivo della collezione risultava sceso a 413 mila euro. Il motivo? Da un lato le svalutazioni operate da periti esterni, che avevano stimato le opere a valori inferiori rispetto a quelli iscritti dalla società, dall’altro le cessioni. Ma a quali prezzi? E a chi? Secondo quanto riportato, Santanchè avrebbe risposto di non saperne niente e di rivolgersi a chi aveva le deleghe. Nel frattempo, Bioera è stata posta in liquidazione giudiziale dal Tribunale di Milano il 4 dicembre 2024 con un patrimonio netto negativo stimato intorno agli 8 milioni di euro.
Ouattara Watts, Matrix 00d, 2005
Emilio Tadini, Due in grigio
In ogni caso, se oggi provassimo a ricostruire la collezione, non emergerebbe né una raccolta monografica né un insieme costruito secondo una linea tematica o un gusto particolarmente coerente. Affiorerebbe piuttosto un profilo ibrido, in cui opere e arredi convivevano probabilmente con una funzione di rappresentanza aziendale. Tra i pezzi citati da Domani figurano un dipinto di Joan Miró, il Charlemagne di Ouattara Watts, stimato intorno ai 40 mila euro, un divano attribuito a Gio Ponti, un mobile bar di Aldo Tura, oltre a librerie, tavoli e vasi pregiati.
Altri elementi emergono dal catalogo dell’asta giudiziaria del 2025, riportato all’epoca da Artribune. La vendita, curata da Kruso Art - il nuovo brand della casa d’aste milanese Art Rite - insieme a Pado del Gruppo Avacos, trovava il baricentro nell’arte italiana e internazionale del secondo Novecento e degli anni Duemila. Tra i lotti comparivano, infatti, opere di Gianni Piacentino, Emilio Tadini, Gianni Colombo, Domenico Bianchi, Massimo Bartolini, Elisabetta Benassi, Pedro Cabrita Reis, Jan Mancuska e Louise Nevelson, molte delle quali provenienti da acquisti diretti presso gallerie italiane o da altre collezioni private.
Le stime preasta più elevate riguardavano Watts, con il Matrix 00d del 2005 valutato 60 mila euro, il Senza titolo del 1970 di Louise Nevelson a 32 mila e le opere di Pedro Cabrita Reis e Gianni Piacentino intorno ai 20 mila. Lo scarto significativo tra il valore dichiarato in bilancio nel 2018, le stime d’asta del 2025 e il realizzo finale racconta la precarietà di molte collezioni aziendali nel momento in cui smettono di essere strumento di rappresentanza e diventano un attivo da liquidare.
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