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Fiorella Silvestri
Leggi i suoi articoliDal 26 settembre al 15 novembre l’Ex Oratorio di San Lupo, a Bergamo, ospita «Amalia Del Ponte. Litofonie», mostra dedicata alle sculture sonore realizzate dall’artista milanese a partire dalla metà degli anni Ottanta. Il progetto, promosso dalla Fondazione Piero Cattaneo in collaborazione con l’Archivio Amalia Del Ponte e il Museo Adriano Bernareggi, è curato da Marcella Cattaneo, Nicol Longoni Del Ponte e Roberto Pini.
Nell’Ex Oratorio di San Lupo, spazio del Museo Adriano Bernareggi dedicato al confronto tra patrimonio storico e sperimentazione contemporanea, sono esposti due nuclei di litofoni, pietre lavorate e utilizzate come strumenti sonori. Le opere vengono infatti attivate attraverso percussori progettati dalla stessa artista (Milano, 1936-2025) e la loro resa dipende dalla materia, dalla forma, dal gesto e dalle caratteristiche acustiche dello spazio. Per questo l’allestimento è stato concepito in rapporto con l’architettura dell’ex oratorio: il suono prodotto dalle pietre non è separabile dall’ambiente nel quale viene ascoltato.
La scelta dei litofoni permette di concentrarsi su uno dei passaggi più riconoscibili della ricerca di Amalia Del Ponte. Il suo interesse per la percezione risale infatti agli anni Sessanta, quando, dopo gli studi all’Accademia di Brera con Marino Marini, l’artista comincia a lavorare sulla relazione tra forma, materia e luce. In quegli anni sperimenta gesso, terracotta, marmo e bronzo, ma introduce presto materiali di tipo industriale. Nel 1963 utilizza le resine termoindurenti, nel 1964 quelle acriliche e poco dopo concentra la ricerca sul plexiglass. Nascono i «Tropi», prismi attraverso i quali Del Ponte studia rifrazione e riflessione. Non sono soltanto forme geometriche: modificano ciò che si vede e il modo in cui lo spazio viene percepito.
Nel 1968, al Salone Annunciata di Milano, l’artista presenta «Ipotesi di un grande tropo». Il grande prisma previsto dal progetto non viene realizzato: la sua presenza è suggerita da linee tracciate sul pavimento e da pannelli che mostrano gli scorci che si sarebbero aperti attraverso la struttura. L’anno successivo viene invece prodotto un prisma in plexiglass alto 190 centimetri. Nel 1973, alla Biennale di San Paolo, Del Ponte presenta «Area percettiva», ambiente cubico di sei metri di lato nel quale colloca due grandi prismi e alcuni oggetti utilizzati come riferimenti visivi. Per quest’opera ottiene il primo premio internazionale per la scultura. Negli anni Settanta la ricerca cambia direzione. Del Ponte riduce progressivamente il ruolo dell’oggetto scultoreo e utilizza materiali, documenti e oggetti provenienti da ambiti diversi. Il problema diventa anche quello di verificare fino a che punto la scultura possa allontanarsi dalla forma e dalla materia senza cessare di essere tale.
A metà degli anni Ottanta la materia torna al centro, ma attraverso il suono. Nascono i litofoni. Le pietre vengono selezionate, lavorate e messe in relazione con la percussione. La scultura acquista una dimensione temporale: non produce soltanto una forma nello spazio, ma un fenomeno che si sviluppa nel tempo e che può essere percepito anche senza essere visto. Del Ponte porta questa ricerca in diverse mostre e performance. Nel 1986 presenta i litofoni in «Encantar» alla Galleria Milano; nel 1988 è la volta di «Magnamater» al Superstudio di Milano; nel 1990 partecipa a «Milano/Poesia» ai Cantieri Ansaldo. Nel 1993 espone a Milano «La forma del suono» e presenta i lavori anche a Fort Asperen, nei Paesi Bassi. Nel 1995 la ricerca sui litofoni arriva alla Biennale di Venezia, nella Sala Personale del Padiglione Italia ai Giardini di Castello, curata da Gillo Dorfles.
La mostra di Bergamo riprende quella produzione attraverso le opere storiche e la loro attivazione sonora. All’inaugurazione, il 25 settembre (h. 17,30-19), il percussionista Elio Marchesini, interprete di riferimento della musica contemporanea e della sperimentazione sonora, eseguirà, insieme a insieme a Nicol Longoni Del Ponte, alcune azioni acustiche performative progettate per l’occasione. È un elemento coerente con la natura dei lavori: i litofoni non sono concepiti per una fruizione esclusivamente visiva e la loro esistenza come opere sonore richiede un esecutore.
La dimensione performativa viene ripresa anche nel progetto sviluppato con il Politecnico delle Arti di Bergamo. Gli studenti del corso di Percussioni, coordinato da Luca Casiraghi, lavoreranno a composizioni e interventi in rapporto con le opere esposte. La collaborazione riporta quindi la ricerca di Amalia Del Ponte in un contesto di produzione e sperimentazione musicale, come era già avvenuto nelle mostre degli anni Ottanta e Novanta.
Il rapporto tra fenomeni fisici e percezione continua anche nella produzione successiva dell’artista. Negli anni Duemila Del Ponte torna a utilizzare video, fotografia, installazione e performance. Nel 2010, nelle ex polveriere dell’Isola di Certosa, nella laguna veneziana, realizza «Regno dei possibili, invisibili», un progetto nel quale immagini, suoni e riferimenti scientifici sono utilizzati per rappresentare forme di vita e strutture non immediatamente osservabili. Nel 2017 il Museo del Novecento e lo Studio Museo Francesco Messina di Milano dedicano alla sua ricerca la doppia mostra «Onde lunghe e brevissime», mettendo in relazione le esperienze sulla luce degli anni Sessanta e Settanta con quelle sul suono degli anni Ottanta e Novanta.