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Caterina Avataneo
Leggi i suoi articoliCon la personale «Forecast», visitabile alla Pinacoteca G.A. Levis di Chiomonte (To) fino al 28 febbraio 2027, l’artista Natália Trejbalová (Košice, 1989) prosegue la sua ricerca sulle forme di rappresentazione dell’ecosistema più-che-umano attraverso una videoinstallazione ambientale nata durante la sua residenza in Val di Susa. Il progetto, sostenuto dal PAC2025-Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, e curato da ARTECO e Cripta747, inaugura un nuovo capitolo del programma che invita artiste e artisti contemporanei a confrontarsi con l’eredità del paesaggista Giuseppe Augusto Levis, trasformando il museo in uno spazio di produzione e rilettura critica del territorio. In questa conversazione, le curatrici e l’artista raccontano la genesi di un’opera che intreccia immaginario fantascientifico e ricerca scientifica per interrogare il paesaggio come processo in continua trasformazione.
Arteco e Cripta747, che cosa vi ha portato a invitare Natália Trejbalová per quest’edizione del programma di residenze d’artista?
Il progetto nasce nell’ambito del programma di residenze che cocuriamo dal 2021, impegnandoci a rendere la Pinacoteca G.A. Levis non solo un museo dedicato alla conservazione e valorizzazione della collezione, che consta più di 400 opere di Levis, ma un luogo vivo in cui il lavoro di Levis è strumento per leggere il presente. Le sue opere diventano una lente attraverso cui osservare la Val di Susa oggi, e l’occasione per arricchire la collezione pubblica con nuove opere e prospettive. Se con le prime edizioni della residenza abbiamo rivolto lo sguardo alle tracce lasciate dall’uomo nel paesaggio, esplorando il patrimonio di pratiche, saperi e culture (materiali e immateriali) che continua a dare forma all’identità della valle, con Natália Trejbalová abbiamo spostato l’attenzione sul mondo naturale, ponendo la montagna al centro. La sua pratica supera l’idea di paesaggio immobile, sottolineando come questo sia un sistema complesso, dominato da tempi geologici e climatici che vanno oltre la scala umana.
Natália Trejbalová, come nasce «Forecast», e perché questo titolo?
Nei miei progetti più recenti esploro la possibilità di attribuire una forma di vitalità anche a quelle componenti dell’ecosistema che tradizionalmente vengono considerate non viventi e quindi immutabili. Riferimento fondamentale è Breve storia della Terra di Robert Hazen, il geologo americano che per primo ha elaborato la teoria dell’evoluzione minerale, secondo cui molti dei minerali presenti oggi sul nostro pianeta non sono sempre esistiti, ma si sono formati in relazione ai cambiamenti geologici della Terra e, soprattutto, all’evoluzione della vita e alle trasformazioni dell’atmosfera. È una prospettiva che trovo molto stimolante anche dal punto di vista filosofico, soprattutto all’interno del Nuovo Materialismo. Per questo mi interessa anche il concetto di intra-azione elaborato da Karen Barad, secondo cui la materia non preesiste alle relazioni, ma si costituisce attraverso di esse. Il titolo «Forecast», termine perlopiù associato alle previsioni meteorologiche, aiuta a rafforzare l’idea che il futuro geologico della Terra sia prevedibile solo entro certi limiti, e che anche la geologia sia aperta all’incertezza, dipendendo dall’interazione tra molteplici fattori.
Molte immagini del film dialogano con le tavolette dipinte da Giuseppe Augusto Levis, che documentano il paesaggio alpino a inizio ’900 e sono esposte nelle sale del museo. Qual è il rapporto con queste opere?
Il dialogo gioca sul modo comune di osservare la montagna. Le tavolette di Levis erano veri e propri taccuini di viaggio en plein air con cui il pittore registrava dal vivo le variazioni della luce sul paesaggio, gli effetti della neve e la materia grezza delle rocce di montagna. Se le tavolette restituiscono la superficie della montagna com’era oltre un secolo fa, il film ritorna negli stessi luoghi per mostrarne il presente in trasformazione, mettendo in evidenza le profonde mutazioni del paesaggio e la sua continua evoluzione. In questo incontro tra epoche, l’uso della pellicola analogica in «Forecast» diventa un ponte diretto con la pittura di Levis. Non si tratta di una scelta nostalgica: la pellicola è essa stessa una materia viva e organica, composta da sali d’argento in gelatina che, esposti alla luce, subiscono una metamorfosi chimica per restituirci l’immagine. Il supporto analogico rispecchia la natura stessa delle rocce e della montagna che, sottoposte a pressioni e tempi profondi, si trasformano, conservando nella propria sostanza la memoria del paesaggio.
In che modo il dialogo con la ricerca scientifica ha contribuito alla costruzione del film?
Il confronto con la ricerca scientifica rappresenta da tempo una componente fondamentale del mio lavoro. Durante la residenza in Val di Susa il dialogo con geologi del territorio e con il glaciologo Biagio Di Mauro, di cui da anni seguo con interesse per le sue ricerche al Cnr, e con cui condivido la passione per la fantascienza, mi ha permesso di approfondire l’orogenesi alpina dalla collisione tra la placca africana e quella europea. In alcune zone della Valle questa collisione ha dato origine a rocce metamorfiche, cioè trasformate dalle elevate pressioni e temperature e quindi fondamentali per la mia ricerca.
Che tipologie di immagini in movimento e riprese fanno parte di «Forecast»?
Mi interessa la costruzione dello spazio in senso scultoreo. Lavoro spesso con props e set in miniatura realizzati in studio, che poi vengono filmati. Queste immagini dialogano con riprese effettuate in luoghi reali, che trasformo attraverso filtri ottici ed effetti realizzati direttamente in camera in modo che il paesaggio perda parte della sua riconoscibilità e acquisisca una dimensione più ambigua. In «Forecast» vi sono sia riprese girate in studio sia in Val di Susa, tra cui gli impianti sciistici del Sestriere, l’orrido di Foresto e l’archivio dei carotaggi realizzati per lo scavo del tunnel della Tav. È un luogo particolarmente suggestivo, quasi spettrale, dove sono conservati i campioni dell’intera sezione geologica della montagna. L’ultima parte del film è stata invece realizzata al TerraXCube di Bolzano, una struttura unica che permette di simulare ambienti estremi. È uno spazio utilizzato per la ricerca scientifica e per testare nuove tecnologie in condizioni estreme, ma ciò che mi interessava era soprattutto il suo potenziale immaginativo e fantascientifico.