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François-Xavier Lalanne, Lampe 'Échassier', petit modèle, c. 1990, Edition of 500, n° 89/500

© Pauline Assathiany

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François-Xavier Lalanne, Lampe 'Échassier', petit modèle, c. 1990, Edition of 500, n° 89/500

© Pauline Assathiany

Mitterrand debutta a Salone Raritas con il bestiario incantato di Claude e François-Xavier Lalanne

Alla Design Week di Milano, la nuova sezione del Salone del Mobile riapre il dialogo tra arte e design con un focus sulla visionaria coppia di designer

Nell'aprile 2026, il debutto di Salone Raritas segna un punto di svolta per il Salone del Mobile di Milano, aprendo ufficialmente le porte all’universo del design d'autore e delle edizioni limitate. In questa cornice d'eccezione, la Galerie Mitterrand ha scelto di celebrare l'eredità artistica di Claude e François-Xavier Lalanne, portando a Milano un corpus di opere che sfida i confini tra scultura, natura e oggetto funzionale.

Al centro della presentazione brilla il celebre progetto Williamsburg di Claude Lalanne: un dialogo tra bronzo dorato e forme vegetali che trasforma l’arredo in un’estensione del paesaggio. Accanto a queste architetture organiche, il bestiario poetico di François-Xavier - dai trampolieri luminosi agli iconici motivi ovini - popola lo spazio espositivo con quella cifra surrealista che, fin dagli anni '70, ha ridefinito il concetto di abitare.

In questa intervista, il gallerista Edward Mitterrand ci guida alla scoperta di una visione estetica dove l'arte non si limita alla contemplazione, ma si fa corpo e materia quotidiana. Attraverso il racconto della storica commissione per il Museo di Arti Decorative della Virginia e le collaborazioni radicali con Dino Gavina, Mitterrand ci svela l'attualità di un linguaggio che continua a incantare il collezionismo internazionale.

Edward Mitterrand © Julio Piatti

Cosa l’ha spinta a partecipare alla prima edizione di Salone Raritas e cosa ha guidato la sua decisione di presentare le opere dei Lalanne per l'occasione?
Quando ho sentito parlare per la prima volta di Salone Raritas, il concept mi è subito sembrato coerente — affrontava qualcosa con cui convivo da decenni: il fatto che i migliori oggetti non si lasciano facilmente classificare né come “arte” né come “design”. Secondo la mia esperienza, i Lalanne sono l’esempio più chiaro di questo. E quando ho saputo che Formafantasma era stata incaricata di progettare gli allestimenti, ne ho avuto conferma. Portano un’intelligenza nella riflessione sullo spazio e sulla materia che mi è sembrata perfettamente adatta a questo tipo di presentazione. Portare i Lalanne a Milano durante la Design Week, in questo contesto, mi è sembrata una vera opportunità piuttosto che una semplice fiera.

Cosa l’ha inizialmente attratta del lavoro di Claude e François Lalanne e come è evoluta nel tempo la sua percezione della loro pratica?
Il lavoro mi è arrivato attraverso mio padre, Jean-Gabriel, che aveva incontrato per la prima volta i Lalanne negli anni Settanta, quando dirigeva le edizioni di Artcurial — molto prima di aprire la sua galleria nel 1988. In un certo senso, quindi, il mio rapporto con il loro lavoro precede la galleria stessa. Ciò che lo ha affascinato, e che è rimasto anche a me, è il modo in cui hanno deliberatamente lavorato contro l’idea della scultura come qualcosa di intoccabile. Partendo dal Surrealismo, hanno trovato il modo di integrare la funzione nella forma: una pecora diventa uno sgabello, un gorilla diventa una cassaforte, una foglia diventa un tavolo. C’è ironia in questo, ma anche una vera posizione filosofica: un oggetto che si può usare, su cui ci si può sedere o che si può aprire non è inferiore a uno che si può solo osservare. Questa idea mi sembra oggi viva tanto quanto lo era cinquant’anni fa.

Contesti come Salone Raritas ridefiniscono il confine tra design da collezione e arte contemporanea?
Penso che rendano la domanda più difficile da evitare. Per molto tempo, il mercato ha gestito quel confine fingendo che fosse fisso, le case d’asta avevano i loro dipartimenti, le gallerie le loro categorie. Ciò che è cambiato è che i collezionisti sono sempre meno disposti ad accettare queste divisioni, e contesti come questo ne sono una riflessione. Gli oggetti non sono cambiati. È cambiato il modo in cui si è disposti a guardarli.

François - Xavier Lalanne & Kazuhide Takahama Paravent Rhinocéros, série Ultramobile, 1976 © Aurélien Mole

Claude Lalanne Side table "Wiliamsburg" , 1987 © Aurélien Mole

Cosa rivelano oggi i Lalanne sull’evoluzione della scultura funzionale all’interno della più ampia storia dell’arte del XX secolo?
Che la conversazione tra uso e forma non è mai stata risolta, ed è proprio questa la loro forza. Molta arte di quel periodo oggi appare fortemente legata al proprio momento storico. Il lavoro dei Lalanne non è così. Si può collocare un Mouton in una stanza oggi e mantiene pienamente la sua presenza. Non si tratta di nostalgia, ma di durata, che deriva dal fatto che stavano affrontando problemi reali - come convivere con oggetti belli - e non semplicemente producendo dichiarazioni formali.

In qualità di gallerista che lavora con eredità artistiche consolidate, cosa si propone di preservare quando presenta artisti come i Lalanne oggi?
Onestamente, la cosa principale che cerco di proteggere è la complessità. C’è sempre la tentazione - sia commerciale che curatoriale - di ridurre un artista alla sua versione più immediatamente leggibile. Con i Lalanne sarebbe molto facile puntare solo sull’aspetto decorativo e fermarsi lì. Il mio lavoro consiste nel fare in modo che il quadro completo resti visibile: da dove vengono, con chi erano in dialogo, a cosa stavano realmente pensando. L’opera merita questo livello di lettura.

Come percepisce Milano e il mercato italiano in questo periodo di grandi eventi, come Art Week e la Milan Design Week?
Milano è uno dei pochi luoghi in cui incontro con regolarità collezionisti che si fidano del proprio sguardo. C’è meno ansia rispetto a ciò che un’opera “dovrebbe” essere e una curiosità più autentica verso ciò che è. Questo è estremamente importante quando si presentano lavori come quelli dei Lalanne, che resistono a una facile classificazione. Il rapporto italiano con l’oggetto - con l’artigianato, la materia, la cosa in sé - crea una reale apertura. Ne esco sempre con conversazioni stimolanti.

Redazione, 22 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

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