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Michaël Borremans Cover Story per «Arcane».

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Michaël Borremans Cover Story per «Arcane».

Michaël Borremans da non perdere a Parigi: la pittura come specchio inquieto tra bello e perturbante

Da David Zwirner a Parigi, «French Painting» segna il ritorno di Michaël Borremans in Francia con una mostra che rilegge la tradizione pittorica europea senza nostalgia. Tra ritratti sospesi, nature morte ambigue e immagini cariche di tensione, l’artista belga trasforma i generi classici in dispositivi critici sul presente

Nicoletta Biglietti

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«Non si dipinge ciò che si vede, ma il mondo che in esso si riflette». Michaël Borremans torna spesso su questa idea quando parla del proprio lavoro. È una frase che sintetizza la sua ricerca più di qualsiasi definizione critica. Le sue immagini non descrivono il mondo: lo mettono in discussione. Ed è una differenza sottile, ma decisiva.

A un primo sguardo si riconoscono un ritratto, una natura morta, una figura immersa in una luce nordica. Tutto sembra appartenere a un lessico familiare, debitore della grande tradizione pittorica europea. Poi, lentamente, qualcosa si incrina. Un volto resta nascosto, un gesto appare privo di conseguenze, un oggetto si carica di una presenza inattesa. L'immagine continua a offrire appigli, ma sfugge a qualsiasi interpretazione definitiva. È proprio in quella distanza, in quello spazio lasciato al dubbio, che si colloca la pittura di Michaël Borremans.

Questa tensione attraversa «French Painting», la mostra allestita negli spazi parigini della David Zwirner, prima personale dell'artista in Francia dopo vent'anni. Il titolo sembra promettere un omaggio alla tradizione pittorica francese. In realtà, fin dalle prime opere, diventa evidente che il dialogo con il passato non passa attraverso la citazione o la nostalgia. Michaël Borremans ne adotta il linguaggio per alterarne gli equilibri, trasformando generi apparentemente consolidati in strumenti con cui interrogare il presente.

Il ritratto, la natura morta e la scena di genere non funzionano più come categorie distinte. Si contaminano continuamente. Un volto perde la propria identità fino ad assumere l'immobilità di un oggetto; una composizione floreale acquista la densità psicologica di una presenza umana. La pittura conserva la memoria della propria storia, ma la utilizza per mettere in crisi le convenzioni che quella stessa storia ha costruito.

È una posizione che nasce da una profonda consapevolezza del passato. In un dialogo con il regista Luca Guadagnino, Michaël Borremans osserva come le immagini di ieri continuino a vivere dentro quelle di oggi. La storia dell'arte, per lui, non è un repertorio da citare, ma un linguaggio ancora attivo, attraverso cui leggere il presente. Per questo le sue tele sembrano appartenere a un tempo indefinibile. La tecnica rimanda ai maestri tra Sei e Ottocento, mentre dettagli e oggetti appartengono senza esitazione al nostro tempo. Non c'è contrasto. Le due dimensioni convivono nello stesso spazio, come se il passato continuasse silenziosamente a filtrare il presente.

In questo senso, il ritorno a Parigi assume un significato che va oltre la semplice occasione espositiva. La capitale francese è uno dei luoghi in cui la pittura occidentale ha costruito parte della propria identità. Presentare qui «French Painting» significa confrontarsi con quella tradizione senza celebrarla. Michaël Borremans la attraversa con rispetto, ma anche con un atteggiamento profondamente critico, mostrando come i suoi codici possano ancora diventare strumenti per osservare il mondo contemporaneo.

Questo rapporto con la storia attraversa anche la sua biografia. Nato a Gand nel 1963, Michaël Borremans arriva relativamente tardi alla pittura. Dopo gli studi in fotografia consegue il master in Belle Arti presso la Hogeschool voor Wetenschap en Kunst e insegna per alcuni anni nello stesso istituto. Solo dopo i trent'anni decide di dedicarsi completamente al dipinto. Non si tratta però di una cesura. La fotografia continuerà a occupare un ruolo essenziale nel suo processo creativo, diventando il punto di partenza da cui costruire immagini che, una volta trasportate sulla tela, perdono ogni funzione documentaria.

Anche il Belgio contribuisce a definire il suo sguardo. Michaël Borremans racconta di non aver mai sentito il bisogno di trasferirsi in una grande capitale dell'arte. Gand gli offre ciò che ritiene indispensabile: concentrazione e una luce naturale che cambia continuamente. Il cielo spesso coperto produce una luminosità diffusa, morbida, mai identica a sé stessa. Per l'artista questa luce non è un semplice dato atmosferico, ma parte integrante del processo pittorico. Diversamente da quella artificiale, respira insieme al dipinto e ne accompagna l'evoluzione durante la giornata.
Alla cultura belga lega anche una particolare sensibilità verso l'assurdo. Più che un riferimento diretto al Surrealismo, è un'attitudine: osservare la realtà senza accettarne automaticamente la logica. È uno scarto minimo, quasi impercettibile, ma sufficiente a trasformare ciò che appare familiare in qualcosa di profondamente instabile.

Tra gli artisti che Michaël Borremans cita più spesso compare Jean-Siméon Chardin. Non tanto per la perfezione tecnica, quanto per la capacità di trasformare il quotidiano in qualcosa che eccede la sua stessa rappresentazione. «Quando Chardin dipinge una brioche», osserva, «non sta dipingendo soltanto una brioche. In quell'immagine si riflette l'intero universo del Settecento». È una lezione che Michaël Borremans fa propria: la pittura non coincide con ciò che mostra, ma con ciò che riesce a evocare. Anche le nature morte di «French Painting» si muovono in questa direzione. I rami di magnolia raccolti in una brocca di ceramica verde richiamano la tradizione del genere, ma non ne condividono la funzione celebrativa. La composizione è misurata, quasi silenziosa. Eppure quella calma è solo apparente. Il fiore diventa il punto in cui natura e cultura si incontrano, rivelando il bisogno umano di ordinare, classificare e trasformare il vivente in immagine. La delicatezza della scena convive con una sottile idea di controllo.

Lo stesso accade nei ritratti. Le figure sembrano immobili, isolate, sospese in un tempo che non appartiene né al passato né al presente. I volti sono spesso nascosti o rivolti altrove, privati di qualsiasi elemento che permetta di identificarli. Più che raccontare individui, questi dipinti costruiscono stati di presenza. Non suggeriscono una storia, ma una condizione.
Per questo le opere di Michaël Borremans resistono alla lettura simbolica. Ogni dettaglio sembra promettere una chiave interpretativa che, però, sfugge continuamente. L'artista rivendica questa apertura di senso. Un'opera, sostiene, dovrebbe contenere significati anche contraddittori, senza esaurirsi in un'unica interpretazione. È proprio questa resistenza a renderla viva.

Michaël Borremans, «Magnolia Flowers II», 2026. Immagine dalla mostra «Michaël Borremans: French Painting».

In questa prospettiva acquista un ruolo centrale anche la bellezza. Lontano dall'essere un valore decorativo, diventa un dispositivo percettivo. Attrae lo sguardo per poi destabilizzarlo. La qualità della materia pittorica, la precisione della luce e la misura delle composizioni costruiscono un'immagine di grande eleganza. Ma quell'equilibrio è sempre attraversato da un elemento che lo incrina. Michaël Borremans ha dichiarato di voler realizzare opere «belle e molto fastidiose allo stesso tempo». È in questa coesistenza che si gioca gran parte della forza della sua pittura.

Tra i lavori più significativi della mostra, «Happiness» sintetizza efficacemente questa tensione. Al centro della tela compare un missile rivestito da una superficie trapuntata rosa, simile a un capo imbottito. L'oggetto conserva la propria natura distruttiva, ma la sua pelle richiama l'universo della moda, del lusso e del desiderio. Non è una provocazione fine a sé stessa. Piuttosto, è l'incontro tra due immaginari che il nostro tempo tende sempre più spesso a far convivere: quello della seduzione e quello della violenza.
La stessa ambivalenza attraversa l'intera mostra. Bellezza e distruzione, innocenza e colpa, vulnerabilità e dominio non vengono mai presentati come opposti inconciliabili. Si riflettono continuamente l'uno nell'altro. Nei ritratti, come nelle nature morte, ogni immagine sembra suggerire che ciò che appare rassicurante possa trasformarsi, da un momento all'altro, in qualcosa di profondamente perturbante.

È una riflessione che Michaël Borremans lega direttamente alla condizione contemporanea. Le sue opere non illustrano eventi di cronaca né assumono la forma della denuncia. Preferiscono interrogare i meccanismi attraverso cui guardiamo il mondo. In più occasioni l'artista ha osservato come il continuo flusso di immagini prodotto dai media rischi di renderci progressivamente insensibili alla violenza. La pittura, al contrario, introduce una pausa. Costringe a rallentare, a osservare più a lungo, restituendo alle immagini una complessità che la loro circolazione quotidiana tende spesso ad annullare.
La riflessione sulla condizione umana attraversa tutta la mostra senza mai trasformarsi in un commento esplicito sull'attualità. Michaël Borremans evita riferimenti diretti alla cronaca, ma non nasconde la propria inquietudine per il presente. In un'intervista osserva che l'uomo non è cambiato quanto ama credere: continua a riprodurre dinamiche di dominio, violenza e sopraffazione, anche quando si illude di averle superate. Più che raccontare singoli eventi, i suoi dipinti cercano allora di mettere a fuoco ciò che resta costante nella storia umana.
Questa posizione si riflette anche nel modo in cui concepisce il ruolo dell'artista. Michaël Borremans non attribuisce all'arte il compito di risolvere i problemi del proprio tempo. Piuttosto, la considera uno spazio capace di restituire complessità a una realtà sempre più semplificata. «L'artista tiene uno specchio davanti al mondo», afferma. Uno specchio che può essere oscuro, ma che continua a riflettere ciò che spesso preferiremmo non vedere.

In questo senso, la scelta della pittura assume un valore preciso. Un linguaggio antico, dato più volte per esaurito, diventa il mezzo attraverso cui rallentare la velocità con cui oggi produciamo e consumiamo immagini. Michaël Borremans non rifiuta la fotografia o i nuovi media – che anzi fanno parte del suo processo creativo – ma riconosce alla pittura una qualità diversa: la capacità di sottrarsi all'immediatezza, imponendo un tempo di osservazione che nessun'altra immagine sembra più richiedere.

Anche per questo respinge l'etichetta di pittore figurativo tradizionale. La tecnica può richiamare i grandi maestri europei, ma il suo obiettivo non è recuperare un linguaggio del passato. È usarlo contro le aspettative che quel linguaggio continua a generare. La figurazione diventa così uno strumento critico, non un esercizio di stile. Le immagini sembrano familiari proprio per poter incrinare, dall'interno, ciò che crediamo di conoscere.

Resta allora una frase, pronunciata dallo stesso Michaël Borremans, che attraversa silenziosamente l'intera mostra: «Non si dipinge ciò che si vede, ma il mondo che in esso si riflette». Perchè le opere di «French Painting» non chiedono di essere decifrate. Chiedono di essere abitate. Restano aperte, sospese, capaci di trattenere lo sguardo proprio perché non lo conducono verso una conclusione. Ed è forse questa la loro qualità più contemporanea. In un tempo dominato da immagini che esauriscono il proprio significato nel momento stesso in cui vengono viste, Michaël Borremans continua a dipingere immagini che resistono. Non perché spiegano il mondo, ma perché lo restituiscono alla sua complessità.

Michaël Borremans, «Happiness», 2026.

Nicoletta Biglietti, 02 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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