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Irene Caravita
Leggi i suoi articoliTra le pagine di Un margine che sfugge (Quodlibet Studio, 2016) Laura Iamurri ricorda che una delle azioni di Luciano Fabro e Carla Lonzi, della serie degli «Indumenti» iniziata nel 1966, ha uno svolgimento privato, documentata solo da un breve filmato di Marinella Pirelli («Allora avevo una cinepresa sempre con me» scriverà l’artista anni dopo). Queste poche parole sono la scintilla che conduce Giulia Simi sulle tracce di Marinella Marinelli in Pirelli (1925-2009). Appena ricordata da qualche appassionato nel mondo dell’arte, per il cinema indipendente e sperimentale, Marinella Pirelli non esisteva: invece oggi, nel centenario della sua nascita, è ricordata da una mostra curata appunto da Simi, al centro del programma del festival Archivio Aperto organizzato dalla Fondazione Home Movies-Archivio nazionale del film di famiglia a Bologna. Ciò è reso possibile dal fatto che l’archivio filmico di Marinella Pirelli è in affidamento proprio alle cure di Home Movies, dove si stanno restaurando, digitalizzando e studiando non solo le sedici opere della sua filmografia ufficiale (occasionalmente incluse in collettive degli ultimi anni come «Facile ironia» al MamBo di Bologna, solo per restare sul territorio), ma anche le oltre quattrocento clip di girato, che talvolta mostrano tentativi, idee, prove. Il piccolo formato è una tra le competenze specifiche di Fondazione Home Movies, non solo dal punto di vista del trattamento tecnico ma, forse soprattutto, di valorizzazione. Spiega Giulia Simi che i piccoli formati «sono cinema in termini di dispositivo, ma non di circuito di produzione, fruizione e critica: in questo senso appartengono a un’altra storia, intersecata e ibridata con la storia dell’arte. Nello specifico, Marinella Pirelli nasce e cresce nel mondo dell’arte tout court, nella pittura, eppure lavora nei mondi del teatro, del cinema e soprattutto frequenta i cineamatori, i cineforum, i club: si misura e si connette con un mondo che sta a metà tra l’arte e il cinema dei circuiti amatoriali».
«Marinella Pirelli. Fino ai margini del bosco: Disegni, fotografie, film» è organizzata di concerto con Archivio Marinella Pirelli e curata da Simi (cofondatrice di Archivio Aperto). Si tratta di una project room nel Refettorio delle Monache dell’Ex Convento di San Mattia a Bologna, un concentrato di epifanie che presenta la ricerca visuale di Pirelli dedicata al mondo vegetale, cui era profondamente legata. Sono esposte diapositive inedite, illustrazioni botaniche datate alla seconda metà degli anni Quaranta e il film «Sole sole sole» (1967-70). Aperta fino al 4 ottobre e poi, si spera, sarà itinerante in spazi espositivi di orti botanici italiani. Che sia l’input per una retrospettiva organica su questa affascinante e poliedrica artista, che ha partecipato e contribuito in diversi modi ai contesti più avanzati della ricerca e della produzione culturale italiana del secondo Novecento.
Una veduta della mostra «Marinella Pirelli. Fino ai margini del bosco: Disegni, fotografie, film» nel Refettorio delle Monache dell’Ex Convento di San Mattia a Bologna
Una veduta della mostra «Marinella Pirelli. Fino ai margini del bosco: Disegni, fotografie, film» nel Refettorio delle Monache dell’Ex Convento di San Mattia a Bologna
Nata Marinella Marinelli nel 1925 a Verona, inizia a dipingere durante gli anni del ginnasio frequentando lo studio del pittore istriano e rifugiato clandestino Romano Conversano a Belluno, dove si è trasferita con la famiglia. Di questa libertà inusuale nel perseguire le proprie passioni dev’essere riconoscente sia alla madre, figlia di proprietari terrieri di origine cadorina, sia al padre, militare insofferente alle consuetudini fasciste. Seguono anni di esplorazione e formazione, tra Milano e Roma. La sua vita cambierà radicalmente con il matrimonio con Giovanni Pirelli nel 1953 e, subito, la nascita dei figli Francesco e Pietro. Sebbene un tale cognome le conferisca nuove possibilità economiche, tecniche e culturali «nei suoi scritti trapela un certo disagio per essere considerata moglie e collezionista prima che artista» riflette Jolanda Ratti (Skira, 2019), che poi riporta una dichiarazione della stessa Marinella Pirelli, la quale, nel 2007, si rammaricava di aver comperato le opere degli amici quando avrebbe dovuto invece fare scambi con le sue. La coppia, pur restano sempre legata a Roma (dove Marinella tiene uno studio fino a metà anni Settanta) si stabilisce a Varese, città natale di Giovanni, in una bella casa sul lago che ritorna in dipinti, fotografie e film di Marinella.
Nel dopoguerra, la ventenne Marinella Marinelli disegna, dipinge e espone, ma la pittura non la appaga pienamente, è lei stessa a riconoscerlo: «La pittura mi divertiva, ma non mi soddisfaceva, e questo indipendentemente dalle mie capacità e dai risultati che ottenevo. Sentivo che era impossibile per quella via esser totalmente me stessa. Più che cristallizzare un’immagine o un gesto o un pensiero in un momento, anche se felice e positivo, mi interessava dare il senso del farsi di un’immagine, di un gesto, di un pensiero» (Skira, 2019). Dunque, nel 1948 si stabilisce a Milano dove lavora come scenografa, costumista e attrice per la mitica compagnia Il Carrozzone di Fantasio Piccoli (cui si unisce, poco dopo l’arrivo di Marinella, anche Adriana Asti).
Milano non basta e Marinella arriva a Roma. Trova lavoro alla casa di produzione Filmeco, specializzata in documentari e film d’animazione, dove viene messa alla moviola. «Presso Filmeco impara cos’è il cinema in termini di linguaggio, grammatica, dispositivo, materialità. Lì germoglia la sua consapevolezza del fatto che il cinema è luce e movimento. Germaine Dulac, come tanti altri teorici del cinema di primo Novecento, si interrogava sullo specifico filmico, arrivando a metterlo a fuoco nel movimento, ciò che lo porta oltre la fotografia che è già luce (ma non dimentichiamo che anche la pittura si basa sulla luce)» racconta la curatrice, studiosa di cinema. Sul binomio luce e movimento Marinella Pirelli costruisce tutta la sua pratica artistica, senza distinzione di media. Sempre Simi propone che questa rivelazione ai tempi della moviola trovi in realtà terreno fertile nella mente di Marinella già ben preparata dall’osservazione del mondo naturale dei tempi bellunesi dei disegni per l’Erbario (Vallecchi, 1948; poi in altra versione Scheiwiller, 2005). Confida Simi che «c’è un rapporto con il mondo vegetale che la accompagna da sempre e che lei racconta esplicitamente negli scritti (su cui stiamo lavorando, ma questa è un’altra storia!)».
Marinella Pirelli, «Dia fiori e piante»
D’altronde, basta guardare l’erbario, il film e le diapositive in mostra a Bologna, poi risfogliare il catalogo Skira del 2019 (che documenta la mostra «Luce e movimento» dedicata a Marinella Pirelli a dieci anni dalla scomparsa dal Museo del Novecento di Milano a cura di Jolanda Ratti e Lucia Aspesi, marzo-agosto 2019) per notare stringenti analogie formali e poetiche tra la pittura, le fotografie, i disegni e i brevi film, ma anche con le serie delle «Meteore» e dei «Pulsar» (che la mettono in relazione con i movimenti dell’arte cinetica e programmatica). Indica Simi che «ci sono alcune diapositive che mostrano dei segni visibili, sui petali, che sono chiaramente gli stessi che troviamo nel film “Bruciare”, è evidente per me che lei stesse portando avanti un lavoro in parallelo utilizzando fotografia e film. Allo stesso modo le macrofotografie di foglie autunnali ricordano moltissimo le inquadrature di “Sole sole sole” a cui le abbiamo accostate. La mia proposta è che le diapositive 6x6, di cui oggi vediamo in mostra una piccola parte (i figli ricordano che scattava con una vecchissima macchina fotografica a soffietto, di suo padre, Ndr), siano state fatte tra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta esattamente nel periodo dei film che conosciamo. Le diapositive che ritraggono il tarassaco con i suoi fiori tondi e gialli che diventano i soffioni, la forma circolare, evanescente ma esplosiva, in cui il movimento si percepisce forte e chiaro… c’è un parallelismo notevole con i lavori del ciclo “Meteore”, che sono degli stessi anni e iniziano proprio con un fiore».
Dunque, Marinella Pirelli dipinge tutta la vita, fotografa ampiamente il suo giardino, gira 16 film conclusi, intitolati e parzialmente esposti, produce opere cinetiche e ambientali (il suo «Film Ambiente» del 1968-69 è una delle punte di diamante della sperimentazione artistica italiana del secondo Novecento), scrive e disegna. Attira l’attenzione delle menti lucide e curiose di Antonietta e Mario Mafai, di Renato Guttuso, dei critici Tommaso Trini e Gillo Dorfles, di Pietro Consagra e Carla Lonzi, collabora con Bruno Munari e via dicendo, si potrebbe proseguire per pagine con la ricostruzione della rete delle sue amicizie e relazioni personali e professionali. A proposito di Lonzi, in un appunto in archivio Pirelli racconta che l’amicizia tra loro «fu subito un incontro di grande simpatia, dove proprio simpatia è comunanza di sentire: problemi simili, insoddisfazioni di vario genere anche sessuale e coniugale… insomma tutto ciò che poi si definì alla luce del sole come rivendicazione di riconoscimento della personalità femminile autonoma» (citato in Skira, 2019). Eppure, pur partecipando a questo sentire comune proto-femminista, Pirelli non si unisce ai movimenti degli anni Settanta. Nel 1973, improvvisamente, Giovanni muore in un incidente d’auto e Marinella subisce a lungo il contraccolpo di questa perdita. Fino ad oggi pensati e valorizzati separatamente, in virtù della piena consapevolezza di voler vivere anche la propria individualità, creativa e non solo, erano comunque una grande coppia, e tanto il cinema quanto l’arte erano terreno di interesse comune. Vedova, Marinella si ritira dai circuiti dell’arte e vi torna solo negli anni Ottanta e Novanta, progettando mostre retrospettive e dimostrando di non aver mai smesso di lavorare.
Marinella Pirelli, «Dia fiori e piante»