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Maria Turchenkova, Sotto stretta sorveglianza della polizia antisommossa, i sostenitori del leader dell’opposizione russa Alexei Navalny si dirigono dalla chiesa al cimitero per rendergli l’ultimo omaggio, a Mosca. 1° marzo 2024.

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Maria Turchenkova, Sotto stretta sorveglianza della polizia antisommossa, i sostenitori del leader dell’opposizione russa Alexei Navalny si dirigono dalla chiesa al cimitero per rendergli l’ultimo omaggio, a Mosca. 1° marzo 2024.

Maria Turchenkova ha vinto il Deloitte Photo Grant 2026: «Il mio ritratto della Russia anestetizzata»

Il suo progetto «Numb State» attraversa dieci anni di repressione, guerra e memoria della Russia contemporanea. A ottobre Triennale Milano le dedicherà una mostra personale

Rischa Paterlini

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La fotografa documentarista russa Maria Turchenkova (Mosca, 1987) si è aggiudicata la sezione Segnalazioni del Deloitte Photo Grant 2026 con «Numb State», progetto iniziato nel 2014 che intreccia la memoria della repressione sovietica alla Russia contemporanea e alla guerra in Ucraina. Al centro dell’edizione 2026, il tema «Proximities», dedicato alle nuove forme di distanza che attraversano la società contemporanea, dalla polarizzazione economica alla mediazione tecnologica e alla frammentazione sociale. Oltre al premio di 50mila euro Turchenkova realizzerà una mostra personale alla Triennale Milano dal 16 ottobre, accompagnata da un catalogo edito da Skira. A colpirci è soprattutto il modo in cui Turchenkova osserva le persone e, attraverso di loro, le trasformazioni di un Paese. In una delle immagini più emblematiche, alcuni militari occupano il centro di uno spazio che ricorda l’arena di un circo, mentre tutt’intorno il pubblico osserva. La scena ha qualcosa di straniante: i ruoli sembrano confondersi, la guerra assume i contorni dello spettacolo e noi stessi, guardando la fotografia, finiamo per diventare parte di quel pubblico. È in quest’ambiguità, tra ciò che vediamo e il modo in cui abbiamo imparato a guardarlo, che il lavoro di Turchenkova trova una delle sue espressioni più potenti. «Nel suo lavoro, spiega Denis Curti, direttore artistico del Deloitte Photo Grant, ci ha colpito la grammatica narrativa, molto originale: è riuscita a declinare il tema della guerra, quindi di una realtà che oggi è molto presente nelle nostre vite, senza necessariamente mostrarne i lati più cruenti ed evidenti, ma rimanendo sempre sulla soglia di un linguaggio artistico che ha molto a che fare con il tema del colore. Quest’idea di un Paese e delle persone che lo abitano, sia da una parte sia dall’altra, che non riescono più a reagire e a fare sistema, è raccontata con una tecnica visiva di grande delicatezza, dove prevale il blu, il colore del cielo e del sonno. Tutti i giurati l’hanno considerato un lavoro capace di coniugare gli aspetti della ricerca espressiva, senza dimenticare l’importanza di continuare a documentare l’attualità. Un progetto che è un dialogo perfetto tra etica ed estetica, perché l’estetica fine a sé stessa non ci è mai interessata».

Abbiamo intervistato Maria Turchenkova per farci raccontare la genesi di «Numb State» e come il progetto sia cambiato, insieme alle persone e alla storia che attraversa.


 

Maria Turchenkova, Uno spettacolo a tema Seconda guerra mondiale in un circo per bambini a Kursk,in Russia. 10 maggio 2025.

È nata a Mosca nel 1987 ed è cresciuta negli anni Novanta, in una Russia attraversata da profondi cambiamenti. Quand’è entrata la fotografia nella sua vita?
Gli anni successivi al crollo dell’Urss hanno portato apertura e libertà, ma anche una profonda crisi e una grande incertezza. Era un periodo in cui speranze e opportunità convivevano con l’assurdità e la violenza, una strana combinazione che emerge con grande intensità nel lavoro dell’artista ucraino Boris Mikhailov, la cui fotografia ha avuto una forte influenza su di me. Il mondo in cui sono cresciuta stava cambiando a una velocità straordinaria e le sue turbolenze, insieme alla costante necessità di adattarmi a esse, hanno contribuito a plasmare la persona che sono oggi. Ho iniziato a fotografare nel 2010, quando in tutta la Russia sono esplose manifestazioni di massa contro le autorità. Sono state represse violentemente e io le ho seguite come giornalista radiofonica. Ben presto, però, ho sentito il bisogno di avvicinarmi a ciò che stava accadendo, di percepire la tensione e di cogliere da vicino il confronto. I miei genitori mi hanno aiutata a comprare la mia prima macchina fotografica e ho iniziato a fotografare. 

Ha iniziato lavorando in Russia e nel Caucaso, per poi seguire guerre e crisi in Ucraina e Medio Oriente. Che cosa cercava allora nella fotografia e che cosa cerca oggi? 
All’inizio della mia carriera volevo andare nei luoghi più remoti, per scoprire storie che rimanevano in gran parte invisibili. Più che come fotografa professionista, ho iniziato come una viaggiatrice, trascorrendo mesi tra le montagne del Caucaso settentrionale, spostandomi da un villaggio all’altro e, grazie alla generosa ospitalità delle persone, entrando nei loro mondi privati. Da quell’esperienza è nato il mio primo progetto, «Hidden War», dedicato al modo in cui la guerra indiscriminata condotta dallo Stato contro i combattenti islamisti ha colpito le persone innocenti e devastato le loro vite. Oggi non penso più che le storie importanti si trovino necessariamente da qualche parte al di là delle montagne. Per me la fotografia è iniziata come un modo per scoprire l’ignoto; oggi è piuttosto un modo per guardare oltre l’ordinario. Quando nel 2022 la Russia ha lanciato l’invasione su vasta scala dell’Ucraina, per molto tempo la guerra ha lasciato sorprendentemente poche tracce all’interno della Russia stessa. In superficie, la vita sembrava andare avanti come al solito. Le persone si chiudevano sempre più in sé stesse e diventava sempre più difficile entrare nei loro mondi privati e capire come stessero vivendo la guerra. L’orrore era lì, sospeso nell’aria, e a volte affiorava in poche parole ascoltate per caso per strada, ma era estremamente difficile riuscire a coglierlo visivamente. Questo mi ha costretta a cercare ciò che si nasconde sotto la superficie della vita quotidiana e a ripensare i limiti della fotografia.

«Numb State» nasce nel 2014 e attraversa oltre dieci anni di storia russa. Quando ha capito che ciò che fotografava aveva radici molto più profonde nel passato?
Non è nato come un progetto unico e pianificato fin dall’inizio. È cresciuto nel corso di anni di lavoro fotografico sulla violenza politica dello Stato russo: la progressiva soffocazione della società civile, l’eliminazione sistematica degli oppositori politici di Putin, la guerra devastante in Ucraina. Allo stesso tempo, sono stata sempre più attratta dalla storia della repressione sovietica. Ciò che mi ha colpito non è stata soltanto la sua portata, ma anche quanto poco di essa sia rimasto visibile. Ho viaggiato in luoghi remoti dove centinaia e migliaia di persone, accusate di essere nemiche dello Stato, morirono, furono mandate a lavorare in condizioni disumane o semplicemente giustiziate. Oggi, spesso, non rimane alcuna traccia di ciò che è accaduto in quei luoghi. Questa storia è stata rimossa dalla memoria collettiva: dapprima perché era troppo doloroso affrontarla (la reale portata delle repressioni divenne nota soltanto dopo il crollo dell’Urss), e in seguito perché era diventata politicamente scomoda. Oggi la propaganda ufficiale idealizza il passato sovietico, lasciando poco spazio alla storia di uno Stato che ha deliberatamente ucciso i propri cittadini. Alla fine, per me, le due dimensioni sono diventate gli estremi opposti di una stessa storia. La società russa ha cercato di dimenticare la storia della repressione di Stato. Ma, mentre quei meccanismi tornano a manifestarsi, riemergono anche i fantasmi che si credevano da tempo sepolti, insieme ai vecchi istinti di paura e di autoconservazione di fronte alla violenza dello Stato. È di questo che parla il mio progetto.


 

Maria Turchenkova, Passeggeri guardano il treno della Transiberiana partire dalla stazione di Novosibirsk. 5 gennaio 2026.

Le persone addormentate ritornano più volte in «Numb State». Come nasce questo motivo e quale relazione ha con il titolo?
All’inizio di quest’anno ho attraversato la Russia a bordo della Transiberiana, un viaggio di sei notti e 9mila km da Mosca a Vladivostok. Volevo vedere quanto fosse cambiato il mio Paese nel quinto anno di guerra e capire che cosa occupasse i pensieri delle persone. Il treno a lunga percorrenza è stato tradizionalmente uno degli spazi pubblici più aperti della Russia, con un particolare significato culturale. Le canzoni del rock russo e la poesia sono ricche di riferimenti al treno come luogo in cui gli sconosciuti parlano apertamente tra loro. Costretti a condividere l’intimità delle carrozze di terza classe, i passeggeri dividevano cibo e sigarette e parlavano di tutto, dagli amori alla politica. Quello che ho trovato era sorprendentemente diverso. Le persone parlavano a malapena tra loro. Dormivano per ore, a volte per giorni, alzandosi soltanto per mangiare o andare in bagno. Per me, quei passeggeri addormentati sono diventati l’immagine di una società sempre più chiusa e atomizzata. Nella Russia in guerra, apatia, diffidenza e silenzio sembrano aver sostituito il contatto umano e il dialogo che un tempo animavano queste carrozze. Questo è diventato il motivo centrale del progetto e l’origine del suo titolo, «Numb State»: un ritratto del blocco psicologico ed emotivo collettivo di fronte alla guerra e alla repressione.

Dopo oltre dieci anni di lavoro, riesce a immaginare una conclusione per «Numb State»? E verso dove si sta spostando oggi il suo sguardo? 
Non credo che «Numb State» abbia ancora una conclusione precisa. La realtà che ho fotografato è cambiata così radicalmente nel corso degli anni che anche il progetto ha dovuto cambiare insieme ad essa. Per esempio, ho iniziato a integrare immagini tratte dai social media e una maggiore presenza di testi. Quello che era nato come un tentativo di documentare la violenza politica in Russia si è trasformato in una riflessione più ampia sulla condizione umana: sul modo in cui le persone si adattano, oppure non riescono ad adattarsi, a una violenza di questo tipo, su come essa rimodelli le società e sul ruolo che la memoria svolge in questo processo. Credo che siano questioni universali, non specifiche della Russia. Allo stesso tempo, mi sto allontanando dalla documentazione diretta e sto cercando nuovi modi per riflettere su queste domande, anche attraverso la scrittura e il teatro.

Il prossimo passaggio di «Numb State» sarà il libro. Che cosa vorrebbe rimanesse nel lettore dopo aver attraversato le sue immagini?
Il mio libro parla dei modi in cui la violenza e la paura ci cambiano e di come il passato possa rimanere dentro di noi, molto tempo dopo che gli eventi stessi sono finiti, ma la domanda principale che pone è universale: che cosa succede quando iniziamo a dare la libertà per scontata? Vorrei lasciare al lettore qualcosa di irrisolto: una domanda, una sensazione, un’inquietudine che lo accompagni oltre l’ultima pagina.

Maria Turchenkova, Le sorelle Patimat, 12 anni, e Ismaniat, 13 anni, camminano nel centro di Machackala, in Dagestan, indossando le uniformi dell’Armata Sovietica durante le celebrazioni del Giorno della Vittoria. 10 maggio 2022.

Rischa Paterlini, 18 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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