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FailAgainFailBetter, 2026 © Cabosanroque Collective. Photo © Manifesta 16 Ruhr / Rainer Schlautmann

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Manifesta 16 Ruhr: dodici chiese per ripensare la città europea. Che cosa fare delle migliaia di edifici religiosi destinati a svuotarsi nei prossimi anni?

Per il suo trentesimo anniversario Manifesta apre nella Ruhr trasformando dodici chiese del dopoguerra in spazi per arte contemporanea, architettura, ricerca sociale e partecipazione civica. Tra Essen, Duisburg, Bochum e Gelsenkirchen, la Biennale affronta una questione destinata a segnare il futuro europeo: che cosa fare delle migliaia di edifici religiosi destinati a svuotarsi nei prossimi anni?

Amélie Bernard

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Non è una mostra sulle chiese. È una riflessione su ciò che accade quando le infrastrutture che hanno organizzato la vita collettiva perdono progressivamente la loro funzione originaria. Con questo presupposto ha aperto il 21 giugno Manifesta 16 Ruhr, la sedicesima edizione della Biennale Nomade Europea, ospitata fino al 4 ottobre 2026 tra Essen, Bochum, Gelsenkirchen e Duisburg. Nel trentesimo anniversario della sua fondazione, Manifesta sceglie di confrontarsi con uno dei temi più urgenti dell'Europa contemporanea: il destino degli spazi pubblici in una società attraversata da frammentazione sociale, polarizzazione e crescente indebolimento delle istituzioni tradizionali.

Il titolo scelto per questa edizione, «This is not a church», chiarisce immediatamente il terreno di indagine. Al centro del progetto non vi è infatti il patrimonio religioso in quanto tale, ma la possibilità di reinterpretare dodici chiese del dopoguerra come nuove infrastrutture civiche. Edifici spesso sottoutilizzati o destinati alla dismissione diventano luoghi per l'arte contemporanea, l'architettura, la ricerca sociale, la formazione e l'incontro tra comunità.

La questione è tutt'altro che marginale. Secondo le stime richiamate dagli organizzatori, oltre 20mila chiese in Germania potrebbero essere svuotate o sconsacrate nel prossimo decennio. Manifesta porta così all'attenzione nazionale una trasformazione che riguarda non soltanto il patrimonio architettonico ma l'organizzazione stessa della vita collettiva.

Le dodici sedi della Biennale offrono altrettanti modelli di riconversione. Alcune diventano spazi espositivi, altre scuole d'arte, laboratori tessili, sale per concerti, centri culturali o luoghi dedicati all'impegno civico. A queste si aggiunge il programma parallelo Manifesta 16+, che coinvolge ulteriori sei città della Ruhr attraverso sedici iniziative sviluppate direttamente dalle comunità locali. L'operazione si inserisce perfettamente nella storia della regione. La Ruhr è uno dei grandi laboratori europei della trasformazione postindustriale: un territorio policentrico che negli ultimi decenni ha dovuto reinventare fabbriche, miniere, infrastrutture e interi quartieri. Oggi il processo di riconversione si estende anche agli edifici religiosi, interpretati come possibili strumenti per generare nuove forme di prossimità sociale.

Più che una piattaforma espositiva tradizionale, Manifesta si presenta dunque come un dispositivo di attivazione urbana. La Biennale utilizza l'arte come strumento per interrogare il futuro di strutture che hanno perso la loro funzione originaria ma conservano una forte presenza simbolica nei quartieri in cui sorgono.

Il programma è stato sviluppato da un gruppo interdisciplinare di otto "Creative Mediators", tra cui Josep Bohigas, Gürsoy Doğtaş e tre tandem intergenerazionali composti da figure provenienti da Germania, Polonia e Regno Unito. La scelta riflette la volontà di costruire un dialogo tra generazioni e culture differenti in un momento in cui l'Europa appare attraversata da nuove forme di sfiducia e divisione.

Sul piano artistico, la Biennale presenta 67 nuove commissioni e coinvolge complessivamente 107 partecipanti provenienti da oltre 25 Paesi. Germania, Polonia e Turchia risultano particolarmente rappresentate, a testimonianza delle complesse storie migratorie che hanno contribuito a plasmare la Ruhr contemporanea. A trent'anni dalla sua nascita, avvenuta nel contesto della ridefinizione geopolitica europea successiva alla Guerra Fredda, Manifesta torna così a interrogare il concetto stesso di Europa. Non più soltanto come spazio geografico o istituzionale, ma come luogo di incontro, cooperazione e costruzione di nuove forme di appartenenza. In questo senso, le dodici chiese della Ruhr diventano il simbolo di una questione più ampia: come trasformare le eredità del passato in infrastrutture per la vita collettiva del futuro.

Amélie Bernard, 22 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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