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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliQuindici anni dopo la loro partenza da Damasco per una mostra temporanea all'Institut du Monde Arabe di Parigi, ventitré reperti archeologici siriani sono tornati nel loro Paese. La restituzione, avvenuta in concomitanza con la visita del presidente francese Emmanuel Macron nella capitale siriana, assume un significato che supera il semplice rimpatrio museale: segna infatti uno dei primi atti concreti della normalizzazione dei rapporti tra la Siria post-Assad e l'Europa occidentale, riportando il patrimonio culturale al centro della diplomazia internazionale.
Le opere erano state concesse in prestito nel 2011, pochi mesi prima dell'esplosione della guerra civile. L'interruzione delle relazioni diplomatiche tra Francia e Siria e il successivo isolamento internazionale del regime di Bashar al-Assad impedirono il loro ritorno, trasformando un normale prestito museale in una vicenda rimasta irrisolta per oltre un decennio.
Trasportati a bordo dell'aereo presidenziale francese, i reperti sono stati consegnati al Museo Nazionale di Damasco. La collezione comprende manufatti che coprono oltre diecimila anni di storia, dal IX millennio a.C. fino all'epoca islamica medievale, provenienti dai musei di Damasco, Aleppo, Palmira e Latakia. Tra gli oggetti figurano bronzi romani, reperti bizantini, manufatti islamici e un prezioso pannello musivo appartenuto alla Grande Moschea degli Omayyadi di Damasco. Secondo la Direzione generale delle Antichità e dei Musei della Siria, il ritorno di questi beni rappresenta il primo risultato della campagna nazionale avviata dal nuovo governo per recuperare le opere conservate all'estero. La Francia diventa così il primo Paese occidentale a collaborare ufficialmente con le nuove autorità siriane sul fronte del patrimonio culturale.
Per gli archeologi siriani il significato dell'operazione è anche simbolico. Maamoun Abdulkarim, già direttore generale delle Antichità siriane e oggi docente all'Università di Sharjah, ha ricordato come già nel 2014 fossero state avanzate richieste formali di restituzione, rimaste senza esito a causa dell'impossibilità delle istituzioni francesi di intrattenere rapporti ufficiali con il governo di Assad, sottoposto a sanzioni internazionali. Anche un tentativo di mediazione promosso dall'UNESCO non riuscì a sbloccare la situazione.
La vicenda riflette una delle conseguenze meno discusse della guerra siriana: la paralisi della cooperazione culturale internazionale. Per oltre un decennio musei, istituzioni e autorità di tutela si sono trovati nell'impossibilità di gestire prestiti, restauri e restituzioni, trasformando numerosi depositi temporanei in permanenze forzate. Il caso francese non rappresenta tuttavia un precedente assoluto. Durante il conflitto alcuni reperti erano già rientrati in Siria grazie alla collaborazione con istituzioni italiane, che avevano restaurato due opere danneggiate dallo Stato Islamico dopo una mostra organizzata a Roma sulla distruzione del patrimonio culturale. Altri materiali restano invece conservati in Giappone nell'ambito di accordi archeologici avviati decenni prima della guerra.
Il problema più complesso riguarda però il patrimonio saccheggiato durante il conflitto. Migliaia di reperti trafugati da siti archeologici e musei sono entrati nel mercato illegale internazionale, alimentando uno dei più vasti fenomeni di traffico illecito di beni culturali degli ultimi decenni. Secondo Abdulkarim, il loro recupero richiederà anni di cooperazione diplomatica, investigativa e giudiziaria. Il patrimonio siriano ha infatti pagato un prezzo altissimo durante quasi quattordici anni di guerra. Siti UNESCO come Palmira hanno subito devastazioni sistematiche; monumenti come il Krak dei Cavalieri sono stati danneggiati dai combattimenti; lo Stato Islamico ha distrutto templi, tombe e sculture monumentali considerate incompatibili con la propria ideologia, mentre il saccheggio delle aree archeologiche è diventato una fonte di finanziamento per gruppi armati e reti criminali. La restituzione dei ventitré reperti dimostra come la diplomazia culturale possa tornare a svolgere un ruolo operativo nella ricostruzione della Siria e offre un precedente che potrebbe incoraggiare altri musei e istituzioni internazionali ad avviare nuove collaborazioni per il recupero di un patrimonio che, oltre al suo valore storico e artistico, costituisce uno dei principali elementi dell'identità culturale del Paese.
Amélie Bernard
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