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Prima ancora che una mostra di (grande) arte, quella che a Palazzo Reale celebra, dal 3 febbraio al 14 giugno, la stagione dei Macchiaioli, è la rilettura appassionata di un punto di svolta radicale della storia della pittura europea, precedente anche all’esperienza francese dell’Impressionismo, e al tempo stesso è la rappresentazione in figura del momento fondativo della nostra identità d’italiani, nel momento in cui gli ideali patriottici risorgimentali prendevano forma nelle rivolte popolari e poi nelle Guerre d’indipendenza. La pittura rivoluzionaria dei Macchiaioli (Silvestro Lega, Giovanni Fattori, Vincenzo Cabianca, Odoardo Borrani, Telemaco Signorini, Giuseppe Abbati, Raffaello Sernesi e altri ancora), che si intride di una luce mai sperimentata prima e che, dalla rappresentazione della grande storia, si piega verso la quotidianità delle classi popolari, è infatti innervata dal pensiero mazziniano e intreccia la rivoluzione pittorica con gli ideali morali e civili dei nostri patrioti, quali i Macchiaioli stessi erano. Prodotta da Palazzo Reale, 24 Ore Cultura-Gruppo 24 Ore e Civita Mostre e Musei, «I Macchiaioli», che riunisce oltre 90 opere in prestito dai più importanti musei italiani e da collezioni private, è il frutto degli ultimi studi su questa corrente condotti da Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca che l’hanno ideata e curata per l’Olimpiade Culturale 2026 di Milano. L’arco temporale va dal 1848, data fatidica del nostro Risorgimento, al 1873, quando Giuseppe Mazzini muore a Pisa, esule e clandestino, soffermandosi lungamente sugli anni più alti della pittura «della macchia», tra il 1855 e il 1870: fu in quell’anno, infatti, con l’annessione di Roma, che l’unità d’Italia si poté dire compiuta e che la tensione ideale si allentò.
Ne parliamo con Francesca Dini, storica dell’arte specialista di questo movimento (è autrice dei cataloghi ragionati di Cabianca e di Boldini e curatrice di importanti esposizioni sul tema) e figlia del grande studioso Piero Dini (scomparso nel 2019), così come Elisabetta Matteucci, storica dell’arte, è figlia di Giuliano Matteucci (scomparso nel 2023), motore della fortuna dei Macchiaioli anche fuori d’Italia, con l’Istituto Matteucci oggi diretto da lei. Quanto a Fernando Mazzocca, è il maestro di tutti.
Dottoressa Dini, il 1848 è una data cruciale del Risorgimento: lo è anche per la rivoluzione pittorica dei Macchiaioli?
Sì, perché è il momento in cui si temprano i grandi ideali risorgimentali che condurranno alla loro rivoluzione pittorica e che rendono unica e sempre attuale la loro avventura. In mostra questo momento è rappresentato dai loro primi modelli, come «Il trionfo della verità» (1848) del purista Luigi Mussini o «Il bivacco dei volontari garibaldini a Roma» del lombardo Gerolamo Induno, che rievoca la Repubblica romana del 1849. Perché quella dei Macchiaioli fu un’avventura di respiro nazionale (oltre a Induno e a Faruffini e Pagliano, lombardi, non si può dimenticare il napoletano Domenico Morelli). Del resto, lo stesso Cabianca (per Adriano Cecioni «il più assoluto macchiaiolo») era veronese e fu proprio a Milano che gli fu suggerito di andare a Firenze per unirsi ai giovani rivoltosi del Caffè Michelangiolo. Ma Milano fu centrale per i Macchiaioli anche nel ’900.
Come?
I loro primi mecenati e collezionisti, tra ’800 e ’900 (cui ho dedicato una mostra a Roma nel 2016) erano toscani: Diego Martelli, Gustavo Sforni, Mario Galli ed Enrico Checchucci, il quale però, nel 1928, vendette la sua collezione alla Galleria Pesaro di Milano, che la disperse riscuotendo un successo clamoroso. Iniziò così quel collezionismo milanese di cui facevano parte Arturo Toscanini, Camillo Giussani, presidente della Comit, Giacomo e Ida Jucker e altri, che avrebbe determinato le fortune del movimento. E nel 1929, sempre nella Galleria Pesaro, si aggiunse la vendita dello studio di Telemaco Signorini propiziata dal potente Ugo Ojetti, che con Enrico Somarè avviò i nuovi studi sul movimento.
Perché, benché incompresi, i Macchiaioli continuarono a esporre nelle mostre ufficiali?
In realtà la loro non era un’arte reietta, poiché vendevano ad alcuni collezionisti illuminati. Insistettero, esponendo nella I Esposizione nazionale italiana di Firenze e in altre grandi città, perché volevano essere il seme di un risorgimento dell’arte nazionale: non c’era solo la rivoluzione artistica ma anche un’idealità profonda. In mostra abbiamo opere esemplari tanto della pittura di storia, con cui esordirono, quanto delle loro minuscole tavolette (coperchi di scatole di sigari) come «Lega che dipinge sugli scogli» di Fattori. E abbiamo molti dei capolavori presentati nel 1861 a Firenze e nelle altre esposizioni, che documentano anche i loro luoghi (il golfo di La Spezia, San Marcello Pistoiese, Castiglioncello, Piagentina), oltre alla ritrattistica, studiata a fondo da Giuliano Matteucci. In chiusura, dopo la sezione di due soli dipinti (lo studio di «Gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini» di Lega e il magnifico «In vedetta» di Fattori), documenti della delusione per il «Risorgimento tradito», una sezione indaga il loro influsso sul cinema.
Parla di «Senso» di Luchino Visconti?
Sì, ma non solo. In «Senso» (1954) figura «La toilette del mattino» di Signorini, appartenuta a Toscanini, mentre «Garibaldi a Palermo» di Fattori diventa un modello per le scene corali, ma anche Mauro Bolognini cita «La toilette del mattino» in «La viaccia» (1961) e Martin Scorsese, in «L’età dell’innocenza» (1993), evoca la «Signora all’aperto» di Fattori nella figura di Ellen Olenska, interpretata da Michelle Pfeiffer.
Silvestro Lega, «Ritratto di Giuseppe Garibaldi» 1861, Comune di Modigliana, Pinacoteca Comunale «Silvestro Lega»