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Installation view Abissura, Alessandro Aprile, 2026, MATTA, Milano, Courtesy of MATTA, Photo credits Luisa Porta

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Installation view Abissura, Alessandro Aprile, 2026, MATTA, Milano, Courtesy of MATTA, Photo credits Luisa Porta

MIART NEW DIRECTIONS | Matta

In vista della trentesima edizione di Miart, una serie di conversazioni con le gallerie protagoniste della fiera per delineare una mappa di orientamenti, strategie e visioni

Jenny Dogliani

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Fondata nel 2022 a Milano da Giulio Rampoldi, Pierfancesco Petracchi e Pietro Rossi, MATTA si definisce per un approccio mobile e trasversale alla pratica espositiva. Più che uno spazio fisso, è un dispositivo curatoriale che cambia contesto per adattarsi ai progetti, mettendo in relazione opere, architettura e pubblico. Dopo una prima fase negli ambienti di Palazzo INA in Corso Sempione, la galleria ha ampliato la propria attività trasferendosi in via Privata Giacomo Favretto, consolidando una ricerca attenta alle dinamiche contemporanee e alle contaminazioni tra linguaggi.

Theresa Buchner, Corpus 01, 2025, Courtesy of MATTA, Theresa Buchner

Come è nata inizialmente l’idea di aprire una galleria d’arte?
Da tempo portavamo avanti dialoghi continui con autori provenienti da discipline: artisti, musicisti, scrittori, attori, registi, e a un certo punto è diventato evidente che quei confronti chiedevano uno spazio reale, non l’ennesima conversazione brillante destinata a finire in un salotto. La galleria è nata così: come conseguenza quasi inevitabile di una serie di relazioni, scambi e urgenze condivise. Ci interessava creare una condizione in cui queste voci potessero coesistere, scontrarsi, contaminarsi. La somma di queste presenze ha innescato un processo che continua a essere in divenire, e forse è proprio questo l’aspetto più ambizioso: non fingere di avere tutto chiaro dall’inizio.

Le fiere d’arte giocano un ruolo significativo per le gallerie. Qual è l’obiettivo di esporre a una fiera internazionale come miart?
Esporre a una fiera internazionale come miart serve, molto romanticamente, a tre cose: vendere, farsi vedere e far capire al sistema che esisti ancora. In pratica: incontrare collezionisti, rafforzare il posizionamento della galleria, creare relazioni con curatori e istituzioni, e trasformare qualche conversazione elegante in un risultato concreto. Il resto è moquette (se va bene), prosecco e pubbliche relazioni.

Milano è ricca di musei e gallerie, ma è anche la città della moda e del design. Quanto questo ecosistema ibrido si riflette sul pubblico e sul collezionismo che frequenta miart?
A miart questo ecosistema si riflette in modo evidente: Milano ha formato un pubblico e un collezionismo abituati a muoversi tra arte, design e moda, quindi molto sensibili all’immagine, alla qualità formale e alla costruzione del gusto. È una ricchezza, ma anche un limite. Perché se design e moda, anche nelle forme più sofisticate, restano legati a una logica d’uso, di funzione e di consumo, l’arte lavora invece spesso sullo scarto, sull’inutile, su una dimensione persino disfunzionale che serve non a confermare il presente, ma a incrinarlo. La moda, in particolare, impone un rapporto instabile con il tempo: vive di ciò che sta per affermarsi e di ciò che è già in fase di esaurimento. L’arte dovrebbe sottrarsi a questa accelerazione, mantenendo una postura più critica. Il punto è che una parte del sistema milanese ha assorbito dalla moda soprattutto il culto della desiderabilità, e così il rischio è che l’opera venga letta più come segno di stile che come qualcosa capace di mettere realmente in discussione il presente.

Con quali artisti, tipologie di opere e concept curatoriale partecipate a miart?
Partecipiamo a miart con una presentazione dedicata a un nuovo corpo di lavori di Theresa Büchner. Il nostro approccio curatoriale resta sempre lo stesso: considerare la fiera come un’estensione della galleria, non solo come un dispositivo commerciale. Questo significa costruire uno stand che non sia semplicemente una vetrina, ma un contesto leggibile, capace di restituire con chiarezza la ricerca dell’artista e di aprire una relazione meno superficiale con il pubblico. Anche in un ambiente segnato da ritmi rapidi e da una forte pressione alla vendita, per noi è importante preservare una dimensione progettuale.

Jenny Dogliani, 23 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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